DilEmma Confindustria

Gabriella Colarusso
27/01/2011

Dopo Marcegaglia, corsa a due tra Regina e Squinzi.

I più smaliziati lo considerano un fisiologico riequilibrio di poteri, per i meno adusi ai conflitti di potere è già uno scontro all’arma bianca. Certo è che, tra livori e cortesie, e nonostante il 2012 sia ancora lontano, la partita per la successione a Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, è già cominciata. Complice anche il ‘fattore Marchionne’ che, con gli accordi separati di Pomigliano e Mirafiori (leggi l’articolo), e l’uscita di fatto dall’associazione degli industriali (leggi l’articolo), ha messo in crisi non solo il modello di relazioni sindacali in vigore dal 1993, ma anche il ruolo, la funzione, e la forma stessa di Confindustria (leggi l’articolo).
UNA STRUTTURA MONSTRE DA SNELLIRE. Lo sbocco naturale della “crisi” aperta dal manager italo-canadese, per molti storici dell’industria, sarà la svolta “federale” dell’associazione (leggi l’articolo), con un maggiore peso dei sistemi locali di rappresentanza (le unioni industriali) più associazionismo di servizio e meno potere alla struttura nazionale.
Flessibilità e decentramento, proprio quello che Marchionne chiede all’industria dell’auto italiana. Un rinnovamento però non semplice per quello che molti definiscono il più «vecchio e più influente partito italiano», la Confindustria, che è un crocevia di interessi economici e poteri politici ma anche una enorme macchina burocratica: 142 mila iscritti, 4 mila dipendenti, circa 506 milioni di euro di introiti annuali versati dagli associati, 18 strutture regionali, 102 di provincia, 21 federazioni di settore. Una struttura monstre, che si muove secondo rigidi schemi gerarchici, in gran parte guidati da logiche nepotistiche.

Regina e i montezemoliani

Chi gestirà il cambiamento dopo l’uscita di scena di Emma? Gli schieramenti in campo sono diversi, ma a contendersi la poltrona di Marcegaglia sono soprattutto due correnti: quella che convergerebbe sull’imprenditore romano Aurelio Regina (leggi l’articolo), e l’altra invece che lavora per un nome in grado di sbaragliare il campo alla concorrenza, Giorgio Squinzi. I bene informati, però, raccontano anche di un certo attivismo di Paolo Scaroni nella partita per la successione.
Regina, classe 1963, è il presidente degli industriali romani, membro del consiglio di amministrazione del Sole 24 ore, gran diplomatico e uomo dalle molteplici entrature politiche, a destra come a sinistra, sostenuto nella corsa alla presidenza da Luca Cordero di Montezemolo, ex leader degli industriali, che però ha messo in campo anche il nome di Ivan Lo Bello, l’imprenditore che ha inaugurato la stagione ‘addiopizzo’ della Confindustria Sicilia.
L’ESTABLISHMENT ROMANO CON AURELIO. Regina è anche socio di Montezemolo nelle Manifatture tabacchi toscane, ma per competere con la potente unione industriali della lombardia, Assolombarda, guidata da Alberto Meomartini, deve irrobustire l’associazione romana.
In quest’ottica, gli può tornare utile l’appoggio dell’ex presidente dell’Unione industriali di Roma, Luigi Abete, grazie al quale è riuscito a far entrare nell’associazione territoriale molte grandi banche e pezzi significativi del mondo economico laziale. Ai vertici della Uir, infatti, ci sono Alessandro Caltagirone, potente costruttore romano, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Terna ed ex direttore generale della Rai, Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa, figlio di Gianni (Pdl) e cugino di Enrico (Pd), l’amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti.
Un establishment ‘paratremontiano’ che condivide il rigore sui conti del ministro dell’Economia – che lo stesso Regina ha più volte definito un politico puro, non un tecnico prestato alla politica – ma ambisce a portare a termine il progetto mai realizzato del berlusconismo: tagliare le tasse.

Squinzi e i berlusconiani

All’asse romano, però, si contrappone quello che sostiene Giorgio Squinzi, classe 1943, bergamasco, sposato, padre di due figli, capo di Federchimica, amministratore unico della Mapei, colosso nella produzione di adesivi, sigillanti e altri prodotti per l’edilizia che anche con la crisi economica, non ha mai chiuso un bilancio rosso, né ha fatto ricorso a licenziamenti e cassa integrazione.
Squinzi è appoggiato da Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset e amico storico del premier, e dalla gran parte dei berlusconiani di Confindustria. Fu proprio Squinzi a presentare al Cav. Emma Marcegaglia e a intercedere per la sua elezione alla presidenza. Una simpatia professionale che con il tempo però si è affievolita a causa di divergenze soprattutto sulla gestione della partita Fiat.
Marcegaglia, dice una fonte confindustriale, «si è fatta prendere di sorpresa dal Linogtto» e ora spera che, con un nuovo contratto dell’auto, che includa anche la Fiom/Cgil, la Fiat possa rientrare in Confindustria (leggi l’articolo).
MODELLO MAPEI O FIAT? Squinzi invece ha sempre fatto parte della folta schiera di imprenditori confindustriali abbastanza scettici sull’operazione Marchionne: molti perché, titolari di piccole imprese, non hanno alcun interesse a battagliare con i sindacati nelle loro aziende e spesso hanno già dato vita ad accordi flessibili sull’organizzazione del lavoro (leggi l’articolo); altri, ed è il caso di Squinzi, perché convinti che nessuna fabbrica si governi senza l’accordo di tutte le sigle sindacali. Come l’ha definito Giulio Sapelli, il “modello” Squinzi punta ad ottenere flessibilità ma senza spaccare i sindacati. Fu lo stesso Squinzi, dopo la firma del contratto dei chimici, a dichiarare: «sono stato spinto a lasciar fuori la Cgil. Mi sono impuntato e ho detto che il contratto dei chimici doveva essere firmato da tutti».

Il malessere dei veneti e l’attivismo di Scaroni

“Contro” Squinzi, però, le insidie potrebbero venire dalla stessa Assolombarda, da sempre molto sensibile alle indicazioni del management Eni, alias Paolo Scaroni, il cui attivismo per la scelta del successore in Confindustria si è intensificato, raccontano i bene informati, anche se il manager Eni non potrà candidarsi in prima persona. Sosterrà dunque proprio Meomartini? Presto per dirlo, anche perché Scaroni è molto vicino a Regina.
LE ASPIRAZIONI DEI LOMBARDI…  Alberto Bombassei, attuale vicepresidente di Confindustria, ha smentito in un’intervista al settimanale Il Mondo del 28 gennaio 2011, una sua possibile candidatura alla leadership – «sono troppo vecchio» – ma c’è chi giura che i suoi stiano lavorando intensamente per preparare il terreno favorevole alla sua elezione.
Al Mondo Bombassei ha anche chiarito la sua posizione sulla svolta del Lingotto: «Marchionne ha avuto il coraggio di dare una spallata, accelerando un percorso già iniziato, in base al quale gli accordi si fanno con chi ci sta», ha sottolineato l’industriale bergamasco. E sulla reazione di Confindustria alla vicenda Fiat non ha nascosto un certo disorientamento: «Sì, ma solo sui tempi di attuazione. Anche noi abbiamo bisogno di ammodernare i nostri processi decisionali, convincendoci tutti che i tempi del mercato sono diversi da quelli dei sindacati».
I DISEGNI DEL VENETO. Sulla sfida per la presidenza di viale dell’Astronomia pesa però un certo malessere padovano: i veneti infatti non hanno mai avuto la presidenza dell’associazione, solo una vicepresidenza con Pietro Marzotto, e potrebbero muoversi per scalzare l’asse lombardo-laziale con il nome di Andrea Tomat, presidente degli industriali della regione. Insomma, il 2012 è lontano, ma la campagna elettorale in Confindustria è cominciata.