Mario Margiocco

Su pensioni d'oro e vitalizi Di Maio fa il piccolo demagogo

Su pensioni d’oro e vitalizi Di Maio fa il piccolo demagogo

22 Luglio 2018 12.00
Like me!

I Cinque stelle guidati da Luigi di Maio superministro dello Sviluppo economico e del Lavoro sono all’attacco delle pensioni d’oro o parassitarie. Vogliono ricalcolarle con il contributivo, meno generoso del retributivo che paga ancora oggi quasi tutte le pensioni del sistema italiano, circa 17 milioni. È chiaro che si incomincia dai grossi importi. Ma dimenticare i medi e i piccoli, equivale a dire che il grande furto è reato e il medio assai meno e il piccolo furto di fatto non lo è. Ai “piccoli parassiti” non si può togliere un granchè, ma nemmeno si può dimenticare che il loro peso complessivo sui conti è notevolissimo, a partire dai falsi invalidi e dalle pensioni baby, circa 600 mila ancora, che da sole pesano per circa 9 miliardi l’anno e dovrebbero costare per circa la metà. Il pensionato baby riceve infatti una pensione che è spesso la metà di quella del collega rimasto fino a 65 anni, ma ha versato metà contributi e la incassa mediamente per 40 anna e non per 20.

Quindi se il collega riceve 2 mila euro, il baby dovrebbe riceverne 500 e non 1.000. Di Maio e i suoi da un lato vogliono rivedere trattamenti non di rado indebitamente alti – giusto, era ora – dall’altro vogliono introdurre il reddito di cittadinanza, che così come definito finora dalla legge del 2013, prima firmataria Nunzia Catalfo, neopresidente della Commissione Lavoro e previdenza del Senato, è un perfetto veicolo di prepensionamento a vita se non si trova lavoro “adeguato” vicino a casa. O viene rimodulato per bene come avviamento al lavoro, ovunque il lavoro si trovi, con limiti di tempo e di età, o prepariamoci a leggere sulla gestione allegra del reddito di cittadinanza tutte le storie edificanti lette da decenni sui falsi invalidi. Tutti assistiti dall’Inps, naturalmente. Già oggi l’Inps è costretta a una profonda commistione inesistente altrove tra pensioni vere e assistenza, o pensioni assistenziali, e queste ultime riguardano, a vari livelli di supporto, ben 8,2 milioni di posizioni Inps, la metà circa del totale. Con il reddito grillino l’assistenzialismo aumenterebbe notevolmente.

I VITALIZI ITALIANI PRIMA ERANO TROPPO ALTI, ORA SONO TROPPO BASSI

Ma i pentastellati hanno bisogno di un cavallo di battaglia per cercare di togliere a Matteo Salvini parte della scena conquistata con la retorica dell’anti-immigrazione. E hanno stabilito con il taglio dei vitalizi della Camera, fatto con il contributivo, un principio da loro definito “storico”. Il taglio ai vitalizi della Camera del 12 luglio è stato piuttosto un pasticcio, e conferma come raramente in Italia si riesca a essere equilibrati: prima troppi soldi agli ex deputati, adesso, dopo la riforma, in molti casi troppo pochi se si fa un confronto internazionale, l’unico criterio serio per noi di valutazione dei costi della politica. I vitalizi italiani erano i più alti. Adesso sono i più bassi. Solo i pasdaran approvano questi sbalzi. Di Maio diceva di avere nel mirino le pensioni sopra i 5 mila netti mensili, poi, quando gli hanno spiegato che sono proprio pochee, ha messo nel target quelle sopra i 4 mila. Anche quest'ultimei però non sono tante, «circa 50 mila» ha ricordato Alberto Brambilla, noto e rispettato esperto in materia, già sottosegretario al Welfare, di parte leghista e notoriamente preferibile secondo Salvini alla guida dell’Inps al posto di Tito Boeri, che però giustamente non molla.

Riducendo i trattamenti “over 4 mila” con il metodo contributivo, ricalcolandoli cioè in base ai contributi versati e non alla retribuzione degli ultimi anni, si otterrebbero secondo Brambilla «220-230 milioni». Cioè circa 350 euro al mese dal netto, a testa, mediamente. Ma su una spesa pensionistica italiana complessiva, propria e impropria, previdenziale e assistenziale, di 253 miliardi nel 2016 (Rapporto 2018 di Itinerari Previdenziali, noto come Rapporto Brambilla), è meno dello 0,1%. Per questo Enrico Giovannini, ministro del Lavoro nel governo Monti, ricordava che per fare qualcosa bisognerebbe rivedere non solo le pensioni d’oro, ma anche quelle d’argento e di ferro. Quindi scendere più o meno fino alla parte bassa del quintile più alto dei redditi, dove ci sono anche quei “ricchi sfondati” degli insegnanti di scuola media inferiore in pensione. La loro è di circa 31mila euro lordi dopo 40 anni di lavoro, il che li pone pochissimo sopra quota 16% nella scala italiana dei redditi Irpef ufficiali. Ciò significa che poco meno dell’84% dei redditi italiani dichiarati è inferiore al loro. Miracoli dell’Irpef ufficiale, l’insegnante è un “ricco”.

IL TAGLIO DELLE PENSIONI D'ORO RISCHIA DI ESSERE UN FLOP

Per redistribuire a chi ha il minimo come promette di Maio (nessuno gli ha spiegato che fra i “minimi” ci sono anche tanti evasori a vita?) occorrerebbe arrivare quindi a rosicchiare qualcosa anche all’insegnante in pensione, e simili. Ma sarebbe ingiusto, malvagio e politicamente impossibile. La logica del contributivo potrebbe giocare altri brutti scherzi a Di Maio. Presuppone infatti due parametri fondamentali e poco altro: il montante contributivo, cioè quanto lavoratore e datore di lavoro hanno versato ogni anno, pari al 33% dello stipendio lordo (l’Italia è ai vertici mondiali per questo prelievo), e il coefficiente di conversione legato anche all’età e che è oggi del 5,32 % a 65 anni e dipende da vari fattori oggettivi, tra cui l’aspettativa media di vita. La pensione contributiva è oggi di 65 anni, il 5,32% del montante. Ipotizziamo per l’insegnante di cui sopra un montante contributivo di 300 mila euro, un calcolo generoso e irrealistico per eccesso perché presuppone uno stipendio annuo medio rivalutato e costante di circa 23 mila euro per 40 anni.

Sarebbe inoltre virtuale perché l’Inpdap, l’ente dei dipendenti pubblici portato nell’Inps nel 2012 peggiorandone notevolmente i conti, viveva in simbiosi con il Tesoro e non calcolava montanti contributivi. Al 5,32% fa una pensione lorda di 15.960, la metà quasi della pensione reale oggi. Prendiamo invece un dirigente, o professionista, o magistrato o altre figure alle quali possa essere attribuito un montante, reale o calcolato ex post per chi ex-Inpdap, di 1,4 milioni di euro. E che percepisca una pensione retributiva lorda di 85 mila euro. Con il contributivo la sua pensione diventa di 74.780. E si vede come la sua “pensione d’oro” si discosta assai meno da quanto versato di quella dell’esempio precedente, che riceve e nettamente il “dono” più consistente. Sarà “d’oro” però alla comunità costa meno di altre di “ferro”. Ma si piglia dove si può. Lo sapevamo anche prima che arrivasse Di Maio con le sue “storiche” battaglie.

IL SETTORE PUBBLICO E I TRUCCHI PER GONFIARE LE PENSIONI

Come Tito Boeri ricordava già prima di arrivare all’Inps, complessivamente ci sono in cifra totale molti più “doni” nei livelli fra 1.700 e 3.000 netti mensili che non in quelli, molto inferiori di numero, sopra i 4 mila; inoltre il grosso dei “regali” è nelle pensioni di anzianità del settore pubblico, dove leggi e scatti più meno pilotati di fine carriera hanno spesso gonfiato stipendi e quindi le pensioni. Del resto è regola nota che alla Corte costituzionale diventa a turno presidente il più anziano, così va in pensione come presidente con ampio guadagno. Fra i militari e altrove è lo stesso. La pensione media dei 22 ex giudici della Consulta, ricorda Brambilla, è di 199 mila euro, circa quanto ricevono i giudici della Supreme Court americana, ma questi solo se la somma dell’età e degli anni di servizio, almeno 10, fa 80. Facciamo una previsione: del contributivo si parlerà solo per decurtare un po’ di “pensioni d’oro” da dare in pasto all’invidia sociale. I ricalcoli con il contributivo si fermeranno a quei 50 mila. Sarà a volte una dovuta giustizia, per quanto per i coinvolti importuna, e altre volte un prezzo pagato a piccoli demagoghi che pensano di reinventare maldestramente il mondo e di guadagnarsi voti e un futuro invocando una giustizia che non c’è, ed è piuttosto invidia o opportunismo. A meno che la Consulta e prima altre Corti non decidano, come probabile, che non si può “contribuizzare” solo alcuni e non tutti. Allora, dopo tante chiacchiere, si tornerà al contributo di solidarietà, che non potrà però essere eterno. Intanto pazientemente c’è chi aspetta il reddito di cittadinanza, e ha ben poche intenzioni di muoversi da casa. È il nuovo che avanza. Un Paese più giusto. Un’Italia più moderna. Dove, tra un’invalidità e un reddito grillino, si tira a campare mentre le cicale fanno cri-cri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *