Cosa rischia l’Iran con le dimissioni di Zarif

26 Febbraio 2019 18.05
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Era uno dei giovani iraniani andati a studiare negli Stati Uniti e rientrati per servire l'ayatollah Khomeini. «Zarif l'americano» lo chiamano ancora a 40 anni dalla rivoluzione islamica gli ultraconservatori, a rimarcare come non si siano mai fidati di lui. Eppure la Repubblica islamica ha diversi dirigenti formati nelle migliori università americane e finiti, come la vicepresidente Masoumeh Ebtekar, ad assaltare l'ambasciata americana nel 1979. In quegli anni Javad Zarif, il ministro degli Esteri iraniano che, di colpo e senza spiegazioni, ha annunciato le dimissioni via Instagram, era uno studente modello dell'Università di San Francisco e poi di Denver. Si infiammò per la rivoluzione islamica negli States, mentre come Ebtekar, la Sister Mary traduttrice dei messaggi degli ostaggi americani all'ambasciata, leggeva gli scritti del teorico dello sciismo rosso Ali Shariati.

IL PARADOSSO DELLE DIMISSIONI VIA INSTAGRAM

Non capita tutti i giorni in Iran che un ministro chiave del governo annunci di lasciare l'incarico su uno dei social network censurati dalla Guida suprema Ali Khamenei. Tanto più nel pieno delle celebrazioni dell'anniversario della rivoluzione del 1979, mentre l'Iran tenta di mostrare compattezza in risposta delle nuove sanzioni americane. Zarif, 59 anni, è il volto moderato della Repubblica islamica, l'artefice dell'accordo internazionale sul nucleare del 2015 (Jcpa) e il ministro più importante del presidente Hassan Rohani, rieletto grazie all'appoggio dei riformisti e alla spinta al cambiamento della giovane popolazione iraniana. Anche il gesto spiazzante delle dimissioni via Instagram è un risvolto della sua personalità: sempre duro verso «l'ignoranza da Medio Evo di Donald Trump» e più in generale verso l'«unilateralismo» della politica estera degli Usa, ma morbido, per esempio, verso segretari di Stato americani come John Kerry, il vice di Barack Obama, e ancor di più verso i leader europei.

I BUONI RAPPORTI CON L'UE E GLI USA DI OBAMA

Con l'alto rappresentante dell'Ue per gli Affari esteri in scadenza, Federica Mogherini, Zarif ha un'ottima intesa e anche con Kerry si è incontrato una cinquantina di volte in trattavite segrete in Oman: qualcosa di impensabile, sotto l'era di Ahmadinejad ma forse anche nella precedente Amministrazione riformista Khatami, e impossibile nei primi decenni dopo la rivoluzione. Sempre Zarif si è speso per mantenere l'impegno del Jcpa con l'Ue, creando per quanto possibile un circuito finanziario per l'interscambio alternativo al dollaro. Ma con gli Usa, una volta eletto Trump, tutti i canali si sono interrotti, il ministro iraniano non ha più avuto alcun contatto con i suoi due segretari di Stato. E a causa dell'embargo, Rohani deve fronteggiare una pesante crisi economica: è sotto pressione e reduce da rimpasti di governo, perdere un braccio destro come Zarif equivarrebbe alla fine della sua presidenza.

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ZARIF CONTRO IL «VELENO DEI DISSIDI TRA PARTITI»

Rohani, dicono a Teheran, dirà di no. Può respingere le dimissioni. E anche la maggioranza del parlamento ha chiesto a Zarif di mantenere l'incarico. Andarsene sarebbe una vittoria per Trump e per gli ultraconservatori iraniani che attraverso le lobby interne hanno tutto l'interesse a un ritorno all'isolamento internazionale. Rohani non ha sostituti degni di Zarif e non vuole finire ostaggio dei conservatori. E senza Zarif anche il debole meccanismo europeo dei pagamenti con l'Iran diventerebbe lettera morta. Ma la confessione al mondo del ministro sulla sua «incapacità a proseguire il servizio» ha comunque il sapore della resa. All'ultima Conferenza sulla sicurezza di Monaco di questo febbraio, il ministro iraniano in carica dal 2013 era apparso frustrato. In un'intervista al quotidiano Jomhouri-e Eslami, la Pravda della Reppublica islamica, Zarif aveva denunciato «il veleno mortale dei dissidi tra i partiti e le fazioni in Iran».

GLI SCONTRI CON I GUARDIANI DELLA RIVOLUZIONE

I segnali mandati da Zarif sono di rottura. Nel giorno delle dimissioni la Guida suprema Ali Khamenei, massima autorità iraniana, ha ricevuto in pompa magna il presidente siriano Bashar al Assad per la prima volta dalla guerra esplosa nel 2011. Ma Zarif non era presente all'abbraccio tra i due leader alleati. Secondo indiscrezioni non sarebbe stato nemmeno informato della cerimonia. Nel weekend precedente il ministro iraniano, attaccato più volte per le strette di mano con Kerry e la condanna della Shoah, aveva rimproverato agli ultraconservatori di «nascondersi dietro i complotti delle potenze imperialiste e incolparle per le nostre incapacità». «Indipendenza non significa isolamento dal mondo», aveva chiosato, fresco dell'insulto di «andare all'inferno» che gli aveva indirizzato l'ex comandante dei pasdaran Hassan Abbasi. Sempre l'entourage ostile dei guardiani della rivoluzione aveva bloccato di recente un comizio a Karaj del capo del parlamento Ali Larijani, alleato di Rohani e Zarif.

DIPLOMATICO MODERATO, EX AMBASCIATORE ONU

I comandanti presenti all'incontro tra Khamenei e Assad fomentano il malcontento per la crisi e le sanzioni. Zarif è ancor meno di quell'ambiente di Rohani: diplomatico puro, non ha partecipato direttamente alla rivoluzione e, al contrario del presidente a lungo ai vertici della sicurezza, non ha avuto ruoli nella Difesa. Zarif parla inglese, e all'inizio degli Anni 80 la teocrazia affamata di una nuova classe dirigente lo inserì 20enne nella delegazione iraniana all'Onu, dove divenne ambasciatore tra il 2003 e il 2007. Ahmadinejad voleva cacciarlo, ma Khamenei salvò il diplomatico mediatore – e risolutore – di diverse crisi. Stavolta potrebbe andare diversamente al giovane laureato in studi internazionali che conobbe la rivoluzione grazie al filosofo predicatore che alla Sorbona aveva mixato lo sciismo alle teorie di Sartre e Marx. Anche l'ideologia Shariati fu sopraffatta dal fondamentalismo di Khomeini. E oggi l'Iran potrebbe riprecipitare nell'oscurantismo, sebbene la società iraniana non sia più quella di allora.

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