I giovani dirigenti della sinistra sono nati vecchi

Peppino Caldarola
08/03/2018

Il problema non è il passaggio del testimone alle nuove generazioni, ma che queste hanno serie difficoltà nella lettura della società. Se apri una sezione e poi resti lì dentro a discutere le prossime liste è meglio risparmiare i soldi dell’affitto.

I giovani dirigenti della sinistra sono nati vecchi

Perché è accaduto che i giovani dirigenti del Movimento 5 Stelle e della Lega hanno avuto successo e quelli della sinistra o del centrosinistra no? C’è una tesi che ha sempre girato, autore Matteo Renzi buonanima, secondo cui i giovani dei partiti, diciamo così, di sinistra sono stati soffocati dai vecchi. Nel Movimento 5 Stelle i capi sono stati due anziani signori, uno non c’è più. Nella Lega, a parte Umberto Bossi, Matteo Salvini ha guadagnato un vantaggio enorme su 50enni, e oltre, assai sperimentati. Nel Pd Renzi è riuscito a fare terra bruciata degli anziani con tessera Pci, tranne i “pentiti”, da Piero Fassino a Matteo Orfini, ma ha portato il suo partito alla rovina totale e forse irreversibile. LeU ha visto un “vecchio” speaker che aveva poco peso, un leader popolare come Pier Luigi Bersani circondato da anni dal distillato più puro della nomenklatura d’apparato, e Massimo D’Alema che si è chiuso in Puglia essendone respinto.

VOGLIO UNA SINISTRA SOLIDALE. Insomma il tema della sinistra non è il potere dei vecchi e il passare lo scettro ai giovani. I giovani della sinistra sono molto vecchi. Il tema della sinistra sta nell’incrocio fra una leadership, giovane o vecchia, e il cambio radicale di lettura della società e il mutamento immediato di pratica sociale. Quest’ultima non c’è. So che i miei ragionamenti possono sembrare influenzati dal mondo cattolico, ma io cattolico non sono. Tuttavia la sinistra non si ricostruisce dicendo astrattamente che deve stare nei territori. Se apri una sezione e poi resti lì dentro a discutere le prossime liste è meglio risparmiare i soldi dell’affitto. Se metti insieme un gruppo di volontari di tutte le età che, fieri della propria sigla politica, aiutano e vivono la vita per gli altri, in tutte le forme possibili e per 365 giorni l’anno, lasci una impronta. A sinistra, da quel che ho letto, lo ha fatto a Napoli solo Potere al Popolo. Serve in politica molta generosità e amore per il prossimo e anche tanto professionismo perché non si può aiutare la gente se non si sa compilare una domanda, se non si sa mobilitare un medico, trovare un posto in un ospedale, fare la fila con i più vecchi alle poste. Io mi immagino una sinistra che torni alle origini, che sia solidale, immersa fra la gente che ora la respinge e che faccia così anche il sindacato, presente in azienda ma anche lui deve essere presente allo stesso modo mutualistico nel territorio.

Quanto ancora può durare la stagione in cui le forze politiche della piccola Italia inganneranno il popolo sulla diminuzione delle tasse e sui redditi di cittadinanza?

Nessuno degli attuali dirigenti della sinistra sa fare questo lavoro. Ha voglia di fare questo lavoro. Ecco perché, vedrete, si baloccheranno sul tema del ritorno nel Pd de-renzizzato o se appoggiare o meno Luigi Di Maio, ma nessuno di quelli che si sono impadroniti del prodotto della scissione dirà: se volete trovarmi venite in quel quartiere, fra quelle case, io sono lì. Una nuova sinistra che sappia vivere per gli altri ha bisogno anche di una lettura critica della società. Critica fino al punto, che, senza vergognarsi di apparire sognante o addirittura legata al passato, dica con certezza che questo mondo governato dalla globalizzazione finanziaria, sorpreso dal protagonismo di nuovi Paesi, spaventato dai robot e dalle scoperte sull’uomo, questo mondo ha bisogno di un ordine che non può essere dato dal disordine capitalistico. Quanto ancora può durare la stagione in cui le forze politiche della piccola Italia inganneranno il popolo sulla diminuzione delle tasse e sui redditi di cittadinanza? Nessuna di queste proposte finora si è rivelata praticabile, nessuna di esse scardina e modifica il sistema.

DUE CONDIZIONI PER LA LEADERSHIP. Il lavoro degli intellettuali critici deve essere rivolto alla ricerca di questo bandolo della matassa. Cioè dove attaccare per ricostruire un modello sociale che sia economicamente sostenibile, remunerativo per l’impresa, redistributivo per i lavoratori. E per i diritti si deve ripartire da qui: da quelli che difendono e valorizzano il lavoro, gli altri diritti verranno revocati dai nuovi potenti se il lavoro sarà ancora svalutato. Chi saprà mettere assieme queste due condizioni di partenza avrà la leadership. Deve essere un cambio radicale di pratica sociale, di analisi storico-economica, di linguaggio. Se oggi rifacessimo le Frattocchie, io, oltre ad alcuni testi antichi e recenti, suggerirei stage nei supermercati al seguito della meticolosa scelta dei beni alimentari che i più vecchi fanno ricercando lo sconto più conveniente e riempiendo spesso la sporta di pasta e dolciumi a basso prezzo. Se non fai inchieste, l’ho ricordato tante volte questo motto del libretto Rosso, non hai diritto di parola, questo vale anche e soprattutto per i giovani dirigenti. E non abbiate paura se vi dicono “comunisti”, se vi catalogano come sognanti. I morti sono loro.

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