Diritto alla sessualità in carcere, gli ostacoli dopo la sentenza della Consulta

Nicolò Cenetiempo
29/01/2024

Secondo la Corte costituzionale i detenuti devono poter avere colloqui intimi con il partner. Ma spesso gli incontri sono controllati dal personale di custodia. Per via di regimi speciali e di sorveglianza particolare o a causa di banali problemi di sovraffollamento e di mancanza di locali adeguati. Mentre i permessi premio sono privilegio di pochi. Ecco perché il pronunciamento rischia di cadere nel vuoto.

Diritto alla sessualità in carcere, gli ostacoli dopo la sentenza della Consulta

Il 26 gennaio 2024 la Corte costituzionale ha reso nota la sentenza sull’affettività e la sessualità in carcere. Il ricorso era stato presentato nel 2023 dal magistrato di sorveglianza Fabio Gianfilippi, che aveva interrogato la Consulta sulla negazione de facto del diritto per i detenuti di poter avere colloqui intimi e riservati con il proprio partner. La legge penitenziaria non vieta infatti i rapporti sessuali, ma li esclude nel momento in cui prevede il controllo a vista durante il colloquio da parte del personale di custodia. Una violazione di un diritto fondamentale, quello alla sessualità, che la Corte ha ritenuto in contrasto con la Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Perché la situazione rischia di rimanere invariata

Si aprono ora nuovi scenari per tutelare l’affettività di chi è recluso all’interno di un istituto penitenziario ed è in possesso dei requisiti per poter accedere ai colloqui intimi. Ma la strada per rendere effettivo questo diritto è tutta in salita, a causa dell’elevato tasso di sovraffollamento e della mancanza di locali idonei a garantire la riservatezza dei colloqui. Due fattori che potrebbero mantenere ancora a lungo la situazione pressoché invariata.

Ogni mese sei colloqui di un’ora, ma possono diminuire

Una persona ristretta in carcere, per poter tutelare i propri affetti, può usufruire ogni mese di sei colloqui, ciascuno della durata di un’ora, e di quattro telefonate di 10 minuti l’una. Un tempo molto ridotto, che si restringe ulteriormente se il detenuto è stato condannato per reati di particolare gravità. In tal caso i colloqui sono quattro e le telefonate due. Durante l’emergenza Covid-19, l’amministrazione penitenziaria ha aumentato il numero di telefonate, introducendo inoltre le videochiamate in sostituzione ai colloqui visivi. Oggi, secondo un rapporto dell’associazione Antigone, molti istituti sono però tornati alla disciplina pre-pandemica.

Diritto alla sessualità in carcere, gli ostacoli dopo la sentenza della Consulta
Agente della polizia penitenziaria (Imagoeconomica).

Penalizzate le amicizie e partner che non hanno mai convissuto

La persona dentro un istituto penitenziario non può neanche scegliere liberamente quali affetti coltivare. Secondo il sito del ministero della Giustizia, sono infatti ammessi solo i «familiari», cioè coniugi o conviventi, e le «terze persone», che vengono autorizzate solo se agli occhi della direzione hanno «ragionevoli motivi» per incontrare o chiamare la persona detenuta. In questo modo vengono così penalizzate le amicizie e partner che non hanno mai convissuto. Solo la corrispondenza epistolare prevede margini più laschi per esprimere la propria affettività: chi è detenuto può scrivere e ricevere lettere senza restrizioni né sui destinatari né sui mittenti.

Incontri sempre controllati per mancanza di luoghi appartati

I colloqui si svolgono in sale spesso affollate e vengono sottoposti al controllo visivo del personale di custodia, che non dovrebbe ascoltare le conversazioni. Questa condizione, tuttavia, può venire meno per l’assenza di luoghi più appartati e la sorveglianza ravvicinata degli agenti penitenziari. Inoltre, le telefonate dei detenuti ordinari possono essere registrate su iniziativa dell’autorità giudiziaria, mentre in caso di regime speciale ciò avviene sempre.

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Guardia carceraria (Imagoeconomica).

Permessi premio fuori dal carcere, un privilegio più che un beneficio

I detenuti possono esercitare la propria sessualità senza vincoli legati al controllo a vista solo in ambito extra-penitenziario, a partire da una logica premiale: se la persona detenuta mantiene una «regolare condotta» e dimostra di non essere «socialmente pericolosa», il magistrato di sorveglianza, di concerto con la direzione, può concedere permessi premio fuori dal carcere fino a 15 giorni e per un totale di 45 giorni l’anno. Tuttavia, comportarsi conformemente al regolamento non è sempre sufficiente: se la pena supera i 4 anni di reclusione, il detenuto deve averne scontata un quarto o, nel caso di un ergastolano, almeno 10 anni. Le persone ristrette in attesa di giudizio, oltre 9 mila nel 2023, sono invece private in toto di questo beneficio. Nei fatti si tratta quindi di un privilegio: considerando che una stessa persona può accedervi più volte, il numero di permessi premio concessi nell’arco del 2022 è stato di 24.700, a fronte di una popolazione carceraria di 56 mila presenze.

Obiettivo: ridurre le distanze con l’esterno

La decisione della Consulta rappresenta sicuramente un passo in avanti nella direzione indicata da Mauro Palma, ex Garante nazionale delle persone private della libertà personale. In una ricerca pubblicata nel 2023 sui suicidi in carcere, Palma ha evidenziato proprio la necessità di ridurre la distanza con l’esterno, aumentando le «possibilità di connessione, ovviamente in condizioni di sicurezza, con i propri affetti».

Diritto alla sessualità in carcere, gli ostacoli dopo la sentenza della Consulta
Il diritto alla sessualità è negato in carcere (Imagoeconomica).

Un diritto fondamentale che fatica a essere applicato

Ciononostante, i colloqui intimi rimangono associati a un meccanismo di premialità: saranno il magistrato di sorveglianza e la direzione a valutare la domanda, alla luce anche di eventuali precedenti disciplinari; vengono poi direttamente esclusi i detenuti sottoposti a regime speciale o a sorveglianza particolare. Inoltre, il tasso di sovraffollamento del 127 per cento e l’inadeguatezza di gran parte delle strutture penitenziarie ostacolano la predisposizione di locali idonei alla riservatezza dei colloqui. Ma questi due aspetti non sono stati trascurati dalla Corte, che nella sentenza ha scritto: «In questa prospettiva, l’azione combinata del legislatore, della magistratura di sorveglianza e dell’amministrazione penitenziaria, ciascuno per le rispettive competenze, potrà accompagnare una tappa importante del percorso di inveramento del volto costituzionale della pena». Rimane da capire se, come spesso accade per i diritti fondamentali nel mondo penitenziario, anche quello all’affettività e alla sessualità rimarrà solo sulla carta o se, invece, la sua applicazione attenuerà il profondo senso di isolamento delle persone detenute.