Centri diurni per disabili, un’emergenza di serie B

Adriana Belotti
14/04/2020

Comunicazioni non tempestive da parte di Ats e Regione Lombardia, silenzi, chiusure a macchia di leopardo, sottovalutazione del rischio. L'educatrice di una struttura della Bergamasca racconta l'epidemia da coronavirus. E le difficoltà vissute dagli utenti e dalle loro famiglie.

Centri diurni per disabili, un’emergenza di serie B

Olga Sbordone, 40 anni, lavora da otto come educatrice presso il centro diurno Fior di cristallo di Dalmine, in provincia di Bergamo.

Gli utenti della struttura, di età compresa tra i 18 e i 65 anni, sono persone con disabilità di diverso tipo (cognitive, motorie, disturbi dello spettro autistico, e così via). Un’utenza molto eterogenea che l’emergenza coronavirus ha reso particolarmente vulnerabile.

Olga ama profondamente il suo lavoro. Lei e i suoi colleghi si occupano delle persone che frequentano il centro sotto ogni aspetto, dall’assistenza vera e propria (igiene, cambio e movimentazione) alla promozione dello sviluppo, dell’autonomia e delle competenze nei diversi ambiti della vita: relazionale, comunicativo, organizzativo.

«Amo il mio lavoro perché si fonda sulle relazioni e ogni relazione presuppone uno scambio», spiega Olga a Lettera43.it. «Ogni giorno è diverso dall’altro e ci sono sempre occasioni per crescere». La prima condizione che Olga ritiene indispensabile per poter svolgere al meglio la sua professione è «che si creino rapporti di fiducia con gli utenti e i loro familiari». In secondo luogo, ma non meno importante, «è poter lavorare in sicurezza per tutelare tutti». Fino a poco tempo fa le era possibile operare secondo standard di efficacia e qualità. Poi, con l’arrivo dell’epidemia, tutto è tragicamente peggiorato.

Olga Sbordone, educatrice in un centro per disabili della provincia di Bergamo.

DOMANDA. Con i primi casi di Covid -19 quali misure di prevenzione sono state indicate dall’Ats di Bergamo e dalla Regione Lombardia?
RISPOSTA. Diciamo che, per quel che riguarda il mio vissuto, ogni fase dell’emergenza Covid è stata caratterizzata da comunicazioni non sempre tempestive e un po’ di confusione.

In che senso?
Inizialmente la gravità della situazione non era chiara a nessuno, io per prima ho un po’ sottovalutato i rischi. Le prime misure di contenimento che riguardavano la chiusura delle scuole non quella delle nostre strutture.

Come vi siete comportati?
In attesa di direttive, lunedì 24 febbraio la cooperativa in accordo con il Comune ha deciso di chiudere il servizio. Ats ha disposto diversamente e dal 25 è stato riaperto. Le indicazioni erano di evitare assembramenti e mantenere le distanze, misure piuttosto difficili da adottare: siamo 15 operatori e 30 utenti alcuni dei quali utilizzano il contatto fisico per comunicare.

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Come è stata giustificata la mancata chiusura dei centri diurni?
Ats considerava il nostro un servizio essenziale e quindi non era possibile interromperne l’erogazione.

Vi sono state fornite indicazioni rispetto alle misure di protezione da adottare?
Devo dire che anche per quanto riguarda la questione dei dispositivi di protezione individuale, i cosiddetti Dpi, ci sono state comunicazioni contrastanti e parecchia confusione. Le misure per prevenire il rischio biologico che utilizziamo di solito, e cioè i guanti, erano state giudicate idonee da un ispettore Ats venuto a fine febbraio, la mascherina non era considerata necessaria.

Le misure per prevenire il rischio biologico che utilizziamo di solito, e cioè i guanti, erano state giudicate idonee da un ispettore Ats venuto a fine febbraio, la mascherina non era considerata necessaria

Questa situazione si verificava anche in altri centri diurni?
Sì, tutti i centri diurni della Lombardia erano tenuti all’apertura.

Con quale stato d’animo andava al lavoro ogni mattina?
Come dicevo prima, inizialmente non avevo chiara la gravità della situazione, ma con il passare dei giorni mi sono resa conto del rischio di contagio che un contesto comunitario come quello del centro diurno rappresentava. Ovviamente ero molto preoccupata, non andavo al lavoro a cuor leggero.

Poi cosa è successo?
Poi gli eventi sono precipitati piuttosto rapidamente. Molti utenti erano a casa ammalati e il 7 marzo abbiamo ricevuto la comunicazione del decesso di uno di loro per polmonite bilaterale.

Lei e i suoi colleghi quali provvedimenti avete preso?
Ovviamente il dolore e l’incredulità sono state le reazioni iniziali, seguite da un grande senso di impotenza. Da lunedì 9 marzo il servizio è stato chiuso in attesa dell’esito del tampone che alla fine è risultato positivo.

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Quale è stata la risposta di Ats Bergamo e di Regione Lombardia?
Ats non ha rilasciato dichiarazioni, la chiusura non era autorizzata ufficialmente. Ma dal 9 marzo molti servizi della provincia aderenti a confcooperative hanno comunicato che avrebbero interrotto l’erogazione.

Secondo lei nelle altre Regioni sono state adottate misure più efficaci per quanto riguarda la gestione dei centri diurni?
Per quel che ho potuto vedere, anche Veneto ed Emilia-Romagna si sono pronunciate decretando la chiusura dei centri diurni dal 9 marzo. In Lombardia, in assenza di comunicazioni istituzionali, la situazione variava da provincia a provincia.

L’emergenza raccontata dai media è quella che ha vissuto sulla sua pelle?
Onestamente devo dire che la disabilità e i servizi per disabili non sono mai molto tenuti in considerazione dai media. Quando se ne parla viene fatto in modo piuttosto superficiale e semplicistico.

Può spiegare meglio?
È molto difficile rendere la diversità delle storie degli utenti che frequentano i servizi come il cdd, si parla genericamente di sindrome di down, autismo…ma ogni persona è molto diversa dall’altra e ha esigenze profondamente diverse.

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Ora come vi state organizzando per mantenere il contatto con gli utenti?
Ci siamo organizzati con telefonate e video chiamate per cercare di supportare le famiglie. Inviamo video di letture e file con comunicazioni aumentative, suggeriamo attività da svolgere. Insomma cerchiamo di star loro vicino. È anche attivo un servizio di supporto psicologico telefonico.

Come stanno vivendo i vostri utenti questa situazione?
Ovviamente la situazione è molto dura, la maggior parte degli utenti non ha le capacità di elaborare quanto sta accadendo e vive molto male il fatto di non poter uscire di casa.

Cosa chiederebbe per il futuro a Ats Bergamo/Regione Lombardia?
Per il futuro mi piacerebbe che fosse possibile instaurare un dialogo proficuo con Ats e sarebbe bello promuovere tavoli di confronto coinvolgendo anche rappresentanti dei lavoratori e delle famiglie.