Discriminazione di classe

Vita Lo Russo
06/12/2010

Wal-Mart rischia la citazione di 1,5 milioni di donne.

Discriminazione di classe

Potrebbe diventare il processo dell’anno, il risarcimento del secolo, la class action più numerosa della storia. Lunedì 6 dicembre la Corte suprema americana ha invitato il tribunale distrettuale della California a decidere sulla possibilità di estendere a un milione e mezzo di donne, un’azione legale innescata da sei ex impiegate di Wal-Mart. La multinazionale che fattura oltre 400 miliardi di dollari di fatturato e dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone, è stata citata per discriminazione. Il diverso trattamento si sarebbe manifestato in due modi: stipendi più bassi e ostacoli alla carriera alle donne, rispetto ai colleghi uomini.
Se il tribunale distrettuale dovesse trovare un nesso di forma procedurale tra la citazione delle sei ricorrenti e l’azione di classe di tutte le dipendenti passate e presenti, allora la multinazionale americana dovrà tener pronti diversi miliardi di dollari.
Con una parte potrebbe dover pagare la differenza di stipendio rilevata, con l’altra potrebbe dover sedare il loro risentimento morale per averle impedito di far carriera.
«Se venisse accolto solo il danno economico », ha spiegato a Lettera.43.it, Alessandro De Nicola avvocato dello studio legale internazionale Orrick, «allora il risarcimento sarebbe pari alla differenza di tariffa oraria, moltiplicata per il numero di anni per il numero di donne risultate discriminate. Se invece venisse accolto anche il danno morale allora alla multinazionale conviene arrivare a una transazione con l’accusa».

La legittimità del tribunale californiano

Dietro a caso giudiziario Wal-Mart v. Dukes. che potrebbe arrivare a conclusione la prossima primavera, si dispiegano forze, umori speranze e paure da ogni parte del mondo, a cominciare dalle compagnie per finire alle organizzazioni dei diritti umani. Perché in chiave anglosassone, un caso come questo, oltre agli effetti dalla portata incalcolabile, va a piazzare una pietra miliare nella letteratura giuridica del pianeta.
Tutto ha origine nel centro commerciale di Pittsburg, California, nel 2001. Sei donne ex dipendenti della multinazionale che avevano per capoarea Betty Dukes, hanno portato al tribunale del distretto le loro buste paghe dimostrando, con tanto di esperto, che le tariffe orarie percepite erano state inferiori a quelle dei colleghi uomini. Le donne hanno contestato anche una disparità di trattamento all’ingresso e nelle progressioni verticali.
Il giudice accogliendo le prove, ha messo in moto il meccanismo di azione di classe, dando credito all’ipotesi degli avvocati delle donne. E cioè che l’azione legale poteva essere estesa a tutte le 1,5 milioni donne che sono passate per Wal-Mart dal 1998.

La trappola della forma procedurale

Il giudice californiano ammettendo le prove, aveva aperto la strada verso la legittimità dell’azione di classe. E Wal-Mart per tentare di interrompere la catena procedurale ha fatto ricorso alla Corte suprema sostenendo che un’azione con 1,5 milioni di ricorrenti è un’azione fuori misura.
«Questo numero include», ha detto alla corte l’avvocato della multinazionale Theodore Boutrous «dipendenti ed ex dipendenti che hanno fatto lavori diversi in differenti centri commerciali. La classe è troppo larga. I ricorrenti superano il numero dei impiegati di esercito, marina, Air force e Guardia costiera messi assieme».
La corte però il 6 dicembre ha fatto sapere che il procedimento andrà avanti è ha invitato il tribunale distrettuale della California a fornire anche nessi di forma procedurale a sostegno della maxi-azione.
Per le associazioni dei cittadini questa è una vittoria senza precedenti: «solo una class action di queste proporzioni, con tutta la eco mediatica che si porta dietro» hanno fatto sapere al Washington Post, «riuscirà a porre fine alle discriminazioni uomo-donna sul posto di lavoro».
Non la pensa così l’avvocato De Nicola il quale ha sostenuto che Wal-Mart in realtà se la sta ridendo sotto i baffi. «E’ vero che il ricorso non è stato accolto», ha detto l’esperto, «ma è altrettanto vero che la questione è stata rimbalzata al giudice che dovrà trovare motivazioni di forma procedurale, tutt’altro che facili da individuare in un caso come questo».