Disoccupati ma creativi

Antonietta Demurtas
16/12/2010

Dai tetti a internet: come cambia la protesta dei lavoratori.

Nel 2010, nella maggiore azienda tessile della Maremma, le 260 lavoratrici sono rimaste senza fili per tessere i loro manufatti. La situazione finanziaria della ex Mabro (ora Royal Tuscany Fashion Group), storica impresa fondata nel 1957, sembrava senza speranze: da quando la proprietà ha reso noto un passivo di bilancio di circa 15 milioni di euro, i dipendenti si sono trovati davanti a un’unica proposta, la cassa integrazione per un numero limitato di operai (circa 80).
Ma i lavoratori hanno detto no e hanno fatto una controfferta: contratto di solidarietà per tutti. Una richiesta ancora pendente al ministero del Lavoro e in attesa di un’autorizzazione. Intanto davanti all’unica risposta: cassa integrazione straordinaria e messa in liquidazione dell’azienda, l’intera Toscana si è mobilitata.  

Quando davanti alla crisi la lotta è creativa

Perché se la crisi è inevitabile, la chiusura è esorcizzabile. L’hanno capito i lavoratori delle imprese, che in questi ultimi anni hanno sofferto la mobilità e la concorrenza delle piazze emergenti. Aziende che ristrutturano, delocalizzano, falliscono, finiscono in amministrazione straordinaria, fermano la produzione. Doveva essere l’anno della ripresa, ma nei primi 11 mesi del 2010, 600 mila lavoratori italiani hanno conosciuto la cassa integrazione. E quella in deroga, secondo l’osservatorio della Cgil, è aumentata del 250%.
Ma davanti a una realtà già scritta molti hanno deciso di scrivere un’altra pagina. Quella della lotta creativa. Utile per farsi sentire dai padroni, vedere dai governanti e aiutare dai cittadini. E così dagli appelli su Facebook, ai cortei davanti ai cancelli della ex Mabro, ai video e ai comunicati mandati ai giornali, le operaie hanno iniziato a lavorare contro la minaccia della disoccupazione, documentando e proponendo soluzioni alternative.
Grosseto si è schierata in prima fila nella protesta. E in soccorso dei lavoratori è arrivata anche Arancia metalmeccanica, l’iniziativa promossa dalla Federazione della Sinistra alla quale hanno aderito le associazioni Libera, Terramare, Centro donna e Legambiente, che il 16 e il 17 dicembre venderanno gli agrumi nelle piazze di Grosseto, Arezzo e Siena: cinque euro per un sacchetto di arance biologiche di cui metà andranno ai produttori siciliani e l’altra metà alle lavoratrici della fabbrica maremmana.

Un’arancia per aiutare operai e agricoltori

Un’arancia le salverà? «Noi ci proviamo», ha spiegato Maurizio Zaccherotti, segretario del circolo Prc di Grosseto e consigliere comunale, «le lotte dei lavoratori vanno sostenute su tutti i campi. E con questa iniziativa riusciremo ad aiutare non solo gli agricoltori siciliani, che stanno lottando contro la rinascita del latifondo in mano alle mafie, ma anche le lavoratrici della fabbrica più importante per l’occupazione femminile della Toscana».
Anche la Regione ha ascoltato e visto, e così dopo appelli, cartelli, slogan e memorandum, il 14 dicembre è stato dato il via libera alla procedura del concordato preventivo da parte dei soci di Royal Tuscany fashion group. Sono tre gli imprenditori interessati a rilevare l’azienda e un nuovo tavolo è convocato per il 28 dicembre.
Un piccolo risultato che le operaie inseguivano fin da quando hanno iniziato la mobilitazione. È bastata una loro chiamata e anche Arancia metalmeccanica si è attivata, così come fece la prima volta nel 2009, quando da un’idea nacque una vera e propria campagna di solidarietà per dare un aiuto concreto ai lavoratori Agile ex Eutelia di Roma, da mesi senza stipendio.
Un progetto subito esteso a livello nazionale, come sostegno alle vertenze per la difesa del posto di lavoro. E così nel logo di Arancia metalmeccanica, anziché il protagonista del famoso film di Stanley Kubrick, appaiono i lavoratori Eutelia di Roma, pronti a intraprendere la guerrilla working.
Il nome dell’iniziativa non vuole però essere evocativo, non è la violenza lo strumento, ma la comunicazione e la determinazione: «Davanti alla crisi, l’unica soluzione è promuovere la solidarietà tra le classi lavoratrici. Le operaie della ex Mabro lamentavano di essere state lasciate sole e noi abbiamo fatto capire loro che non era così», ha raccontato Zaccherotti.
«Per loro venderemo tonnellate di arance solidali coltivate e raccolte nelle terre siciliane confiscate ai mafiosi», ha spiegato Angelo Gentili, della segreteria nazionale di Legambiente, «è necessario moltiplicare le iniziative di sostegno a fianco di chi sta rischiando di perdere il proprio posto di lavoro».

Aziende in pericolo, metalmeccanici in mutande

E nel 2010 a correre questo pericolo sono in tanti. Come la Eaton di Massa Carrara, la multinazionale americana che dal 15 dicembre 2010 ha deciso di mandare in mobilità i 304 operai, dopo due anni di cassa integrazione straordinaria.
Anche per loro Arancia metalmeccanica venderà le arance siciliane. Un frutto per sostenere un lavoro che è sempre più minacciato e a rischio. Una situazione che non è certo difficile da ritrovare nelle tante realtà industriali del Paese. Da Nord a Sud, dalla Vinyls (ex Ineos) di Porto Marghera e Porto Torres alla Ansaldo Breda di Pistoia e Napoli, dalla Omsa di Ravenna alla Agile/ex Eutelia di Roma, dalla ST-Microelectronics di Catania alla Fiat di Termini Imerese.
Ma davanti alla chiusura di numerose imprese, tanti sono i lavoratori che non si  vogliono arrendere. C’è chi sale sui tetti e sulle gru, chi organizza presidi davanti ai cancelli, chi si trasferisce nell’isola dei cassintegrati e ci rimane per un anno intero, chi apre blog di protesta e pagine sui social network per raccontare le proprie storie, raccogliere idee e organizzare strategie di reazione. E c’è anche chi si è tolto l’elmetto da metalmeccanico, la tuta ed è rimasto in mutande. Proprio come rischia di finire se la propria azienda chiuderà.
È quello che hanno fatto tre operai dell’Alcoa di Fusina a febbraio del 2010, quando per denunciare i problemi della loro fabbrica specializzata nella produzione di alluminio: 450 posti a rischio a Porto Marghera, 500 a Portovesme, in Sardegna e altri 500 nell’indotto, hanno deciso di salire sul palco allestito in piazza San Marco a Venezia per l’apertura del Carnevale e fare uno streap tease alla Full Monty.

Dalla rete delle operaie Omsa all’isola dei cassintegrati

Su Facebook un cuore colorato con la scritta «solidali con le donne Omsa» rappresenta la lotta che corre sulla rete. Le operaie della fabbrica faentina hanno creato un gruppo che ha raccolto più di 3 mila adesioni, «quelli che non ci stanno a mettere sulla strada 320 donne per spostare la produzione all’estero dove la manodopera costa meno», scrivono le lavoratrici, che lottano contro il trasferimento dell’impianto in Serbia e chiedono a tutte le donne di boicottare il marchio.
Non si tratta solo del marchio Omsa, ma anche di tutti gli altri collegati all’azienda: Philippe Matignon, Sisi, Omsa, Golden Lady, Hue Donna, Hue Uomo, Saltallegro, Saltallegro Bebè e Serenella. Dalle processioni in piazza organizzate in stile funerale, alle presenze in televisione e alla radio, le operaie hanno portato all’attenzione della pubblica opinione la loro situazione.
Creatività ispirata dalla disperazione, ma anche dalla tenacia, è quella dei cassintegrati della Vinyls di Porto Torres, in Sardegna, che dal 24 febbraio del 2010 hanno occupato il carcere abbandonato dell’isola Asinara e hanno organizzato la prima protesta operaia raccontata in diretta sul web e seguita da tutti i media italiani. «Il primo reality reale, purtroppo», scrivono i lavoratori, che non è ancora finito.
Una protesta lunga e faticosa, che vorrebbe un lieto fine come quello che hanno avuto i primi operai a iniziare la guerrilla working in tempi di crisi: era il 4 agosto del 2009 quando i quattro lavoratori della Innse di Milano, eccellenza della meccanica italiana, salirono su un carro ponte di circa 10 metri e ci rimasero una settimana per salvare il loro posto di lavoro. Protesta riuscita: l’azienda fu venduta a una cordata di imprenditori guidata dalla Camozzi di Brescia e i posti di lavoro furono salvati.

Quando la crisi diventa un’occasione

Ma se sono tante le proteste e i tentativi per rimettere in moto le imprese italiane, altrettanti sono i lavoratori che davanti alla crisi usano l’ingegno e provano a reinventarsi. È sempre l’iniziativa che aiuta, e così dalla protesta alla proposta imprenditoriale il passo è piccolo. A farlo sono stati, per esempio, Cristiano Settesoldi e Iacopo Fabbri, impiegati chimici nell’industria tessile, che hanno deciso di lanciarsi nell’avventura imprenditoriale della produzione birraria artigianale. Un’idea per sfuggire alla possibilità di finire in mobilità.
Pericolo scampato anche per gli operai della Plyù, l’azienda di Sedriano in provincia di Milano, produttrice di lastre in policarbonato, che ad aprile 2010 rischiava la chiusura e aveva messo in cassa integrazione i suoi 70 lavoratori. Poi una cordata di cinque dipendenti ha proposto alla proprietà di rilevare l’attività e riniziare con un riassorbimento garantito di circa 35 lavoratori. Operai che diventano imprenditori e usano l’ingegno.
Come quello che ha avuto anche una piccola azienda tessile di Houlpines, nel Nord della Francia, che per vincere la concorrenza asiatica ha lanciato sul mercato le lenzuola afrodisiache, con microcapsule di oli essenziali che sfregando contro il corpo rilasciano sulla pelle odori stimolanti.
Nel cuore di uno dei distretti tessili transalpini più colpiti dalla delocalizzazione, Hacot & Colombier, un’impresa familiare nata nel 1870 che conta 140 lavoratori, ha deciso di non arrendersi e inventarsi un nuovo prodotto ad alto tasso erotico: «Contro la crisi, si torna a puntare sulla coppia», ha spiegato l’amministratore delegato. A rimarcare, ancora una volta, che in crisi e in amore è sempre l’unione a fare la forza.