Domiciliari al Giudice

Redazione
14/12/2010

di Adelaide Pierucci Esce dal carcere il “giudice” della P3, il factotum a cui erano stati affidati i rapporti con...

Domiciliari al Giudice

di Adelaide Pierucci

Esce dal carcere il “giudice” della P3, il factotum a cui erano stati affidati i rapporti con il mondo giudiziario. Pasquale Lombardi, l’ “aggiusta-sentenze”, lodo Alfano compreso, ha ottenuto gli arresti domiciliari, ma non la libertà «dato che», ha scritto il giudice per le indagini preliminari di Roma, Giovanni De Donato, nell’ordinanza in cui dispone i domiciliari, «le esigenze cautelari sono da considerarsi ancora allarmanti».
Potrà parlare solo con i «conviventi, il difensore o il medico curante, e sarà sottoposto a controlli e vigilanza particolarmente intensi e scrupolosi». Il giudice ha scelto per lui pure l’abitazione, quella di Cervinara, nell’avellinese, dove è stato sindaco.
Lombardi ha collaborato, ha spiegato chiaro come funzionava la presunta “cupola” italiana, e il suo ruolo: quello di influenzare le maggiori istituzioni del Paese, magistratura compresa. Considerata la collaborazione fornita da Lombardi, le sue condizioni di salute e l’età, 77 anni, il Gip ha rilevato la sussistenza di una «indubbia attenuazione delle esigenze cautelari» e perciò con il parere favorevole della Procura ha concesso gli arresti in casa.

Una vera cupola e la violazione della legge Anselmi

Lombardi, Pasqualino per gli amici, geometra in pensione ed ex membro di una commissione tributaria, fatto di cui si è sempre servito per presentarsi come giudice tributario ai “colleghi” togati, era stato arrestato a luglio insieme al faccendiere sardo Flavio Carboni e all’imprenditore Arcangelo Martino con un’accusa di aver partecipato alla costituzione di una società segreta.
Una sorta di cupola, ribattezzata dai giudici P3, che violava la legge Anselmi, allo scopo di manovrare affari e appalti e all’occorrenza anche i vertici dello Stato. De Donato ha accolto la richiesta del difensore di Lombardi, Corrado Oliviero e ha fornito le sue motivazioni in due pagine.
In particolare, riferendosi all’interrogatorio avvenuto il 3 dicembre scorso nel carcere di Opera, a Milano, il magistrato ha sottolineato che «l’indagato ha ulteriormente riscontrato il quadro indiziario esistente, sia riguardo alla esistenza della società Sceleris in contestazione, sia riguardo ai numerosi delitti-fine perpetrati, rendendo dichiarazioni di esplicita ammissione sul ruolo illecito svolto a vario titolo in concorso con lui».
Nell’ordinanza viene sottolineato il riferimento alle dichiarazioni di esplicita ammissione sul ruolo illecito svolto a vario titolo in concorso con lui da «Marcello Dell’Utri, Arcangelo Martino, Flavio Carboni, Denis Verdini, Giacomo Caliendo, Martone Antonio e dall’avvocato generale dello Stato Oscar Fiumara in ordine alla vicenda inerente al cosiddetto Lodo Mondadori».
«E potenzialmente con Arcibaldo Miller (capo ispettori ministeriali) in ordine alla vicenda inerente al Lodo Alfano; da Nicola Cerrato (procuratore aggiunto di Milano) sulla vicenda dell’acquisizione di informazioni riservate presso la Procura della Repubblica di Milano nell’interesse di Roberto Formigoni; da Vincenzo Carbone (già primo presidente della Cassazione) e potenzialmente da Giacomo Caliendo in ordine ai favori da procurare allo stesso Carbone per ipotetiche agevolazioni; da Arcangelo Martino e potenzialmente Marcello Dell’Utri in ordine alla consegna a quest’ultimo di curricula relativi a Vincenzo Carbone, Antonio Martone per ipotetiche agevolazioni ottenute da parte dei predetti e in ordine alla potenziale candidatura di Gianni Lettieri alla presidenza della Regione Campania».
Nell’interrogatorio reso il 3 dicembre, ha concluso il gip, vi erano dichiarazioni «che, pur riguardando solo una parte delle attività illecite emerse con una certa chiarezza nel corso delle indagini preliminari comunque lumeggiano una parziale rilevante volontà di allentare e forse iniziare a interrompere i rapporti delittuosi con i sodali della societas sceleris in contestazione».
«Tale citata attenuazione delle esigenze cautelari», ha sottolineato il gip, «non implica che le stesse siano venute meno, anzi sono ancora da considerarsi piuttosto allarmanti, quindi ne consegue che l’istanza principale della revoca della custodia cautelare in carcere deve essere rigettata».

Nessun pentimento, solo il dispiacere di non aver concluso gli “affari”

Sugli affari della P3 Lombardi aveva già mostrato un primo pentimento, ma di altro genere. «Non per aver messo in piedi una serie innumerevoli di traffici oscuri, quanto per non averli portati a termine», scrivono Giusy Arena e Filippo Barone. Dice Lombardi: «Hanno iniziato troppo presto con l’eolico. Dovevano stare fermi i miei, Carboni e Martino, aspettare altri tre, quattro mesi: io avrei potuto andare da qualche magistrato, avevo il tempo, perché loro sono amici miei…».
Il 17 novembre, due settimane prima dell’interrogatorio di Opera, il Riesame aveva respinto la concessione degli arresti domiciliari sia per il “giudice” Lombardi che per Flavio Carboni, mente dell’affare eolico e gran maestro della P3. Nelle 98 pagine del provvedimento si spiegava che i due dovevano restare in carcere in quanto «la P3 è ancora in grado di interferire sulle scelte di organi costituzionali e di pubblica amministrazione».
È inoltre ancora attuale il pericolo di reiterazione del reato. Al fresco ora è rimasto solo Carboni. Martino ha cominciato a collaborare da un pezzo. Di Lombardi resterà agli atti la celebre frase detta a Martino a commento della bocciatura del Lodo Alfano da parte dei giudici della Corte costituzionale, una grande delusione: «Noi non cumandamm nient’ co ‘sti qua..cò sti quindici rincoglioniti». I loro pronostici, da partita di pallone, erano «nove a sei».