Donald Trump, dalla Russia in giù sette mesi di scarsa diplomazia

Redazione
01/09/2017

Il dipartimento di Stato americano ha ordinato la chiusura del consolato russo a San Francisco. La decisione rappresenta una ritorsione...

Donald Trump, dalla Russia in giù sette mesi di scarsa diplomazia

Il dipartimento di Stato americano ha ordinato la chiusura del consolato russo a San Francisco. La decisione rappresenta una ritorsione nei confronti dell'espulsione di 755 diplomatici americani dalla Russia avvenuta a luglio 2017. Allora Vladimir Putin aveva dato 60 giorni al personale statunitense per lasciare il Paese. Il 31 agosto ai diplomatici russi sono state concesse solo 24 ore per uscire dai confini americani.

DIECI MESI DI ANNUNCI SENSAZIONALI. Una reazione inattesa da parte di Trump che, in una dichiarazione molto criticata, si era addirittura rallegrato per l'opportunità di risparmio di costi offerta dalla mossa di Putin. La decisione, però, rivela molto dell'approccio caotico alla politica estera del presidente americano. Che nei sette mesi alla Casa Bianca ha mostrato di preferire gli annunci sensazionali al lavorio sottotraccia della diplomazia internazionale. Ecco tre casi emblematici.

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1. Gli ambasciatori: molte caselle vuote

Nell'ordinamento americano la nomina degli ambasciatori spetta al presidente che è libero di confermare o revocare le persone scelte dall'amministrazione precedente. Trump ne ha scelti solo 36, riempiendo meno della metà delle caselle disponibili. Gran parte delle nomine è stata di carattere politico, è cioè dipesa dal legame personale del prescelto con Trump.

UNA RICOMPENSA PER JOHNSON. È il caso per esempio del milionario Woody Johnson che aveva sostenuto Trump in vista delle elezioni del novembre 2016. E che è stato ricompensato con la nomina ad ambasciatore americano a Londra. Lo stesso vale per altri sei neo diplomatici che risultano fra i donatori della campagna elettorale del tycoon.

DIPARTIMENTO DI STATO IN ANSIA. Il record di generosità spetta a Doug Manchester che, dopo aver elargito mezzo milione al Trump Victory Fund, è ora a capo dell'ambasciata Usa alle Bahamas. Molte sedi, però, rimangono vacanti, in Paesi importanti come Australia, Brasile, Germania e India. E il disinteresse di Trump sta destando preoccupazione nel dipartimento di Stato che teme l'indebolimento di legami diplomatici fondamentali per la politica estera americana.

2. Il caso Giordania: diplomatici indifesi

Ad aumentare l'inquietudine dei diplomatici di carriera americani ha contribuito la sostituzione dell'ambasciatrice Usa in Giordania, decisa da Trump a pochi giorni dall'insediamento. Alice Wells era stata inviata ad Amman, la capitale giordana, da Barack Obama. E, nel corso del suo mandato, si era più volte scontrata con re Abdullah II a proposito dell'intesa sul nucleare raggiunta fra Stati Uniti e Iran. Accordo avversato dal monarca giordano, preoccupato per l'ascesa di Teheran a potenza regionale, ma fortemente voluto da Obama.

ASSECONDATI I VOLERI MEDIORIENTALI. Indispettito, Abdullah aveva escluso Wells da alcune riunioni, chiedendone la sostituzione con persona più gradita – e, secondo fonti diplomatiche citate da Foreign Policy, di sesso maschile. Ma, nonostante le pressioni reali, Wells era rimasta salda al suo posto. Almeno fino all'elezione di Trump che ha prontamente assecondato il volere dell'alleato mediorientale. Sollevando però nel dipartimento di Stato – stando a quanto riporta ancora Foreign Policy – dubbi sulla disponibilità del presidente americano a supportare il corpo diplomatico nei momenti di crisi.

3. Gerusalemme: lo spostamento della sede Usa può attendere

La questione diplomatica più controversa rimane però il caso dell'ambasciata Usa in Israele. Dal 1960 la rappresentanza americana ha sede nella città costiera di Tel Aviv, non nella capitale Gerusalemme. Una scelta fatta a suo tempo per evitare di accendere la contesa, ancora irrisolta, fra israeliani e palestinesi per la sovranità sulla città delle tre religioni.

PROMESSA (PER ORA) DISATTESA. In campagna elettorale Trump aveva annunciato, se eletto, l'intenzione di dare immediato seguito a una legge mai attuata del 1995 che prevedeva il trasferimento dell'ambasciata americana proprio a Gerusalemme. Dichiarazione accolta con entusiasmo dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, ma criticata dagli altri partner mediorientali degli Stati Uniti, preoccupati per una possibile recrudescenza del conflitto arabo-israeliano.

DIETROFRONT NON DEFINITIVO. Per il momento, Trump sembra aver dato ascolto a quest'ultimi: in giugno il presidente americano ha stabilito una moratoria di sei mesi sul trasferimento. Un passo indietro, però, non definitivo. Il comunicato della Casa Bianca infatti aggiungeva: «La questione non è se lo spostamento ci sarà, ma quando». Pericolo scampato, quindi, almeno fino al prossimo annuncio.