Donne, non solo mignotte

Antonietta Demurtas
25/01/2011

Franca Valeri: il teatro, gli uomini e le donne.

Franca Valeri, al secolo Franca Norsa, arriva alle 18 davanti all’entrata riservata agli attori del teatro Valle, in via del Melone 10, a Roma. Occhiali, baschetto color cipria e piumino nero, sale i due gradini dell’ingresso tenendosi alla ringhiera, il suo passo è lento, la voce tremolante ma non incerta: «E tu chi sei?». «Lettera43.it, l’intervista, si ricorda?». «Ah, già, la giornalista, ma quanti siete!» (guarda la fotogallery di Franca Valeri).
NOVANT’ANNI E NON SENTIRLI. Ha compiuto 90 anni ed è tornata al teatro Valle di Roma festeggiata con un’ampia rassegna (19-30 gennaio) che comprende oltre a uno dei suoi cavalli di battaglia, La vedova Socrate, anche la prima del nuovo spettacolo Non tutto è risolto, una serata dedicata al cinema e una all’opera lirica.
Da allora tutti la cercano, la chiamano, vogliono raccontare la sua vita, che lei stessa ha disegnato in un libro: Bugiarda no, reticente, pubblicato da Einaudi. Non una vera autobiografia, perché come direbbe la protagonista del suo nuovo spettacolo: «La vita non è abbastanza importante per ricordarsela e i nostalgici sono quelli che si accontentano».
Eppure c’è ancora chi vuole capire qual è il segreto della sua giovinezza, della sua arte, della sua ironia. Ma lei non si concede con facilità, reticente, appunto, o milanese, sebbene da un cinquantennio ormai romana.
Di tutto si può parlare, tranne che della sua età. «Non è un argomento che gradisce, si è stufata», accenna la sua segretaria prima dell’incontro. 
In effetti non deve essere piacevole sentirsi chiedere cosa si prova a 90 anni, o come si fa a recitare per un’ora e mezza sul palco senza alcuna incertezza.
IL NOME D’ARTE DA VALÉRY. Non è carino sentirsi una matusalemme del teatro, soprattutto per chi fin da piccola è stata abituata dalla mamma a non parlare mai di compleanni. «L’età non mi ha mai dato una connotazione», dice. Ed è in quell’attimo che Franca Norsa, come wonder woman, diventa Franca Valeri, un nome d’arte scelto negli Anni 50 su suggerimento dell’amica Silvana Ottieri, editrice e scrittrice che in quel periodo stava leggendo un libro del poeta Paul Valéry.
Ecco la prima trasformazione, una piccola donna che, come dice durante lo spettacolo, più che una vecchia, è una «vecchia simbolica», la raffinata e arguta regina d’ironia, «il comico» come ama definirsi.
La seguiamo mentre sale le scale, si sporge da dietro le quinte sul palcoscenico per vedere se la sua «vera casa» è in ordine, poi ridiscende altri gradini e prima di entrare  in camerino saluta la collega Licia Maglietta: «Stai facendo un’intervista? Anche io, che incubo!».
Nel suo piccolo regno, una poltrona blu, due sedie in velluto bordeaux, gli abiti di scena dietro la porta e uno specchio, quello degli attori con le lampadine intorno.
Sopra il tavolino un mazzo di orchidee e i trucchi del mestiere. «Mi preparo sempre da sola, ci metto poco, ma mi piace stare qui, vengo ogni giorno almeno un paio d’ore prima dello spettacolo». Si toglie il giubbotto, sistema qua e là alcune cose e si siede sulla poltrona blu. È pronta: «Dimmi» (guarda l’intervista-video Franca Valeri).

Domanda. Se oggi dovesse creare un nuovo personaggio, insieme con la signora Cecioni, con Cesira la manicure, con Santippe e la signorina snob metterebbe in scena anche la escort? 

Risposta. Le mie donne sono esseri umani che rappresentavano un mondo, che è poi quello nel quale ancora la maggior parte delle persone vive oggi. Le escort non le conosco, non faccio parte di quella realtà, non avrei potuto ispirarmi. Oggi sembrano così presenti solo perché c’è una grande superficialità e in questo è molto colpevole la televisione, che favorisce il continuo esporsi. Una donna se va in tivù deve essere scollata, deve avere tutto di fuori: è un’immagine assurda. 

D. Dalle donne in piazza degli Anni 70 alle donne in fila per un provino da miss o da velina, a una festa alla villa di Arcore. Che cos’è successo?

R. Il movimento femminista ha accompagnato la donna in un’evoluzione storica del suo ruolo nella società e nel mondo del lavoro, ma c’è stata anche l’esaltazione di un aspetto: quel femminismo stradaiolo con quelle dimostrazioni assurde: ‘Io sono mia, l’utero è mio e me lo gestisco io’, che ha trasformato l’evoluzione femminile in rivoluzione esteriore. Che ora è diventata disinibizione.
D. Come scrive nel libro, oggi «non ci sono certo seguaci aggiornate dal passo sicuro e dalle camicette coprenti delle storiche suffragette…».
R. Ma una donna televisiva, perlopiù scoperta e francamente insopportabile. Mentre il mondo reale della femminilità è ancora in crisi. E questo è una fatto sociale e politico serio, non risolto, perché la maggior parte delle famiglie normali ha ancora dei problemi con la donna che lavora, i figli che non riesce a gestire. E gli uomini, quel che ne resta, faticano ad abituarsi.
D. E invece sembra tutto un bunga bunga.
R.
Purtroppo prevale un aspetto deteriore della donna, l’esposizione. Sembra che la cosa più importante sia l’uso del corpo. E anche se in realtà non rappresenta il mondo femminile reale, questo squadrone di mignotte dà un’immagine sgradevole per le donne stesse.
D. Colpa degli uomini che chiedono questo modello?
R.
No. Gli uomini sono messi male, la vita per loro è difficile, la crisi economica, la scarsità di lavoro, la famiglia da mantenere, sono molto confusi. Questo modo di porsi è una cosa che nasce dalle donne che si sentono libere di comportarsi così. Ma in realtà ci sono anche tante ragazze serie che scrivono, che si occupano di politica e di socialità.
D. Forse prima c’erano più professioniste nello spettacolo. Oggi ci sono più donne immagine?
R.
Ma lo spettacolo che cos’è? Esistono gli spettacoli, il teatro, il cinema di cui si occupano e sono interpreti uomini, donne, giovani, vecchi, bravi, cani. ‘Mondo dello spettacolo’ è un termine attuale stupido, che non esiste. Quando sento chiedere: «Lei che cosa vorrebbe fare?», e rispondere, «Vorrei entrare nel mondo dello spettacolo». Dico io: «Sì, ma cosa vuoi fare? L’attrice, la parrucchiera, la costumista? Stupida».
D. Ma come lo definirebbe questo ‘mondo dello spettacolo’, che è poi il suo mondo?

R.
Prima di tutto ha una collocazione intellettuale, perché il teatro, come il cinema, fa parte di un tipo di letteratura promosso da persone che vogliono scrivere e recitare. La maggior parte, invece, sono ragazze che sperano di presentare qualche cosa in televisione, mezze nude.
D. Allora non ci sono più attrici?

R.
Sì che ci sono, il teatro lo fanno maschi e femmine e non morirà, come anche il teatro dell’opera. Molti giovani oggi vogliono fare gli attori. Tanti ci sperano ma non hanno qualità sufficienti e a poco a poco finiscono.

D. Certo che se la commedia all’italiana di oggi è il cinepanettone, non ci sono grandi speranze.

R.
La commedia italiana è stato un termine che è stato dato a un certo tipo di cinema in cui si rappresentava il mondo di quegli anni con quei protagonisti, tipi sociali precisi: il marito, i giovani, i fidanzati traditi, quella francese era diversa. Oggi la rimpiangono perché erano film divertenti e ben riusciti. Adesso non so, vado poco al cinema, mi sembra un po’ passato tutto, anche il cinema di impegno politico.
D. Invece il mercimonio dell’immagine della donna è sempre ben rappresentato. Che cosa pensa del caso Ruby?
R.
Non c’è parola, purtroppo. Non so come siamo arrivati a questo punto, uno se lo chiede. C’è una parte del Paese che è indifferente alla morale, il cui rispetto è stata una caratteristica di gran parte dell’800. Poi il secolo scorso, a parte la guerra, ha avuto una fioritura letteraria notevole che era tutt’altro che inquadrata in uno stretto senso della morale, ma era comunque sempre presente. Quello che sta succedendo ora è un fatto politico contingente che potrebbe anche sparire da un giorno all’altro, non è una morale installata storicamente, non credo. È un caso, anche se comincia a diventare pesante.
D. Le donne amanti che diventano mantidi. Evoluzione o involuzione?
R.
L’immagine attuale della donna in Italia è singolare, diversa dagli altri paesi, è solo nostra. È vero che ci sono sempre state quelle donne, la contessa di Castiglione era stata usata per diventare l’amante di Napoleone. È sempre esistito questo filo, ma mai su un piano così spicciolo, così volgare e anche così diffuso. La donna usata, sì, c’è sempre stata, ma c’erano anche donne importanti che riuscivano a esercitare il loro fascino su uomini altrettanto importanti. Adesso è puro mignottismo. Anche queste che fanno parte del caso Ruby sono mosse da interessi, aspirano a qualche cosa, non è certo amore, né da parte loro né da parte dei maharaja attuali che sono condizionati da una stortura mentale e dalla vecchiaia. Per fortuna le donne non sono tutte così.

D. Ci tiri su il morale con qualche esempio.
R.
Tutte le sere vengono qua ragazze giovani interessate al teatro, alla commedia, fanno commenti sul mio libro. C’è un mondo giovanile valido, che purtroppo si trova in una bolgia che non lo aiuta. Ieri sera, per esempio, sono andata a vedere lo spettacolo di una ragazza che ha avuto una terribile esperienza, un cancro, dal quale per fortuna è uscita bene. Ha scritto il racconto della sua malattia e l’ha recitato con una bellezza straordinaria e un testo veramente importante. Si chiama Chiara Stoppa, è brava. E come lei ce ne sono tante.

D. Eppure lei scrive che il mondo della femminilità è in crisi.


R.
Le donne non hanno il senso profondo della loro qualità, hai l’impressione che si credano solo padrone del loro corpo, non della loro testa. Il fattore estetico è molto importante, oggi le donne si vestono in un modo mostruoso. E quelle che si rovinano con la chirurgia? Irriconoscibili. Provo una grande tenerezza se non pietà per quelle signore, anche famose, trasformate in bambole, vecchie bambole. Siamo in un’epoca che rifiuta la realtà.
D. Però é rimasto poco anche dell’uomo…
R.

Io tante volte mi chiedo: ma come fa un uomo a uscire con una donna conciata in quella maniera? Poi lo capisco: ha rinunciato ad ammirarla. Si porta appresso solo una compagna disinibita. La sua vita è difficile e quello che si ritrova vicino lo sopporta, non è più incuriosito dalla donna.
D. Meno male che c’è il palcoscenico, la sua vera casa, anche se lei ha scritto che non è un amico facile.
R.
All’inizio è dura. Io sono stata subito sfrontata. Ma quelle che dicono: «Voglio entrare nel mondo dello spettacolo». Col cavolo, è difficile. Certo, se vai lì a mostrare il culo per presentare… Ma recitare è un’arte, richiede tempo. Non posso spiegare i sacrifici che richiede il palcoscenico. Ora  però la lascio devo prepararmi. So solo che oggi hanno distrutto tutto, quello che riguarda l’arte o la cultura. Ma siccome la cultura è come l’araba fenice, risorgerà.