Don’t worry, be gay

Alessandro Giberti
21/12/2010

Usa: la campagna contro i suicidi dei teenager omosessuali.

Don’t worry, be gay

Billy Lucas aveva 15 anni. Il 9 settembre 2010 si è tolto la vita impiccandosi nel granaio della sua casa di Greensburg, Indiana. Era stato sospeso da scuola proprio quel giorno dopo un litigio con i compagni che lo prendevano in giro perché era gay. Il 22 settembre Tyler Clementi, 18 anni, freshman alla Rutgers University del New Jersey, si è buttato dal ponte George Washington. Il suo compagno di stanza lo aveva segretamente registrato con una videocamera mentre si trovava in intimità con un altro ragazzo. Il 29 settembre, Raymond Chase, gay dichiarato, si è impiccato nel dormitorio della Johnson & Wales University in Rhode Island. Aveva 19 anni e voleva diventare uno chef. Prima di loro c’era stato Justin Aaberg, 15 anni, da Andover, Minnesota, impiccatosi a luglio nella sua camera da letto. Movente: bullismo verbale reiterato a causa del proprio orientamento sessuale. E si potrebbe andare avanti con la lista ancora a lungo, perché il 2010 degli Stati Uniti è stato senza dubbio l’anno dell’emergenza per gli adolescenti Lgbt (acronimo per lesbiche, gay, bisessuali, transgender).

Un teenager su tre tenta il suicidio

In America ogni anno 34 mila persone si tolgono la vita. Nella fascia d’età 15-24 anni, il suicidio è la terza causa di morte dopo gli incidenti e gli omicidi. Se si prendono in considerazione le morti avvenute all’interno dei campus universitari, il dato sale alla seconda posizione. All’interno di questo quadro, la specificità dell’orientamento sessuale è una variabile che pesa molto: gli adolescenti gay, lesbiche e bisessuali tentano il suicidio con un tasso quattro volte superiore a quello dei loro coetanei eterosessuali. Tradotto in pratica, significa che un teenager Lgb su tre, ogni anno tenta di togliersi la vita: una realtà inimmaginabile.
LA CAMPAGNA. Ecco perché il 21 settembre 2010, nel pieno dell’ecatombe teen, Dan Savage, columnist gay di diversi giornali Usa, ha lanciato la campagna online “It gets better” (“Andrà meglio”). Quella che è nata come una chiamata alle armi mossa dall’emergenza del momento, a tre mesi di distanza si è tramutata in un fortissimo tam tam in rete, con tanto di adesioni video del presidente Barack Obama, del vice Joe Biden, di semplici studenti, di senatori, di gruppi di impiegati delle multinazionali (Cisco, Lonely Planet o Ea, per esempio), di musicisti, attori, celebrità. L’America si è scoperta compatta, unita contro l’odioso bullismo anti-gay.

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Il blob online di Dan Savage

In un’intervista pubblicata il 20 dicembre su Newsweek, Savage (sentito insieme all’attrice Jane Lynch, volto noto del telefilm Glee, in occasione di un evento di supporto al Trevor Project, l’organizzazione no-profit più forte nella prevenzione dei suicidi tra adolescenti Lgbt) ha spiegato come è nata la campagna “It gets better”: «È partito tutto dopo le morti di Billy Lucas e Justin Aaberg. Stavo scrivendo di loro sul mio blog, rimpiangendo di non avere potuto parlare con questi ragazzi, di non avere potuto dire loro “andrà meglio”. Ma non avrei mai avuto il permesso di parlarci, perché in posti come Greenburg, dove i ragazzi sono vittime di bullismo non soltanto dai compagni di scuola, ma anche dai genitori e dai leader religiosi, ai teenager è impedito di ascoltare le parole di un adulto apertamente gay. Quindi ho capito che stavo attendendo un permesso che nell’era di YouTube non ha più bisogno di essere atteso».
ALLA LARGA DALLA PEDAGOGIA. E così è partito questo grande blob online, un universo di messaggi video con gente di tutte le razze, posizioni sociali e orientamenti sessuali che danno il proprio sostegno ai giovani in difficoltà. È una specie di abbraccio caldo, che vuole essere per nulla pedagogico o paternalistico (ed è per questo che sta funzionando). Solo vicinanza umana e una frase, “Andrà meglio”: crescerete, dimenticherete gli idioti che vi stanno tormentando, supererete lo scoglio delle famiglie tradizionaliste e cieche, avrete le vostre chance, le vostre possibilità. Vivrete, in definitiva.

Da «non chiedere» a «voglio parlarne» 

Tutto si può dire dell’amministrazione Obama, tranne che effettivamente non sia stata protagonista di una decisa accelerazione sui diritti civili e sulle discriminazioni.
LIBERTÀ NELL’ESERCITO. Anche l’ormai celebre legge “Don’t ask, don’t tell” (leggi la notizia dell’approvazione della legge) abrogata dopo un tortuosissimo iter durato mesi che ha portato alla sconfitta delle sacche di resistenza più inspiegabilmente conservatrici dello status quo (inspiegabili perché, a ben vedere, non si tratta certo di una rivoluzione copernicana: la legge di fatto già permetteva a gay e lesbiche di far parte delle forze armate, ma fondava il suo impianto su una ridicola ipocrisia di facciata, ben riassunta dal nome che portava), è un incoraggiante segnale simbolico del cambiamento in atto sulla questione privato-pubblico del proprio orientamento sessuale. E sono sconfortanti gli osservatori, anche italiani, che non ne recepiscono la portata: manifestare liberamente la propria natura non è cosa da nulla. A volte non è sufficiente essere autorizzati dall’alto a fare le cose (in questo caso arruolarsi nell’esercito); è importante anche farle potendole comunicare, specie quando in gioco c’è l’intera propria vita e non la fede religiosa o politica: aspetti che completano un’esistenza, ma non è detto che la qualifichino.
IL RIFIUTO DEI FIGLI GAY. Chi, perlopiù da osservatore esterno, sottovaluta l’importanza dell’agire libero e incondizionato è addirittura più colpevole di quelle famiglie che non sono in grado di accettare i propri figli non etero. Il dato americano è agghiacciante. Come ha ricordato Savage: «Il 40% dei teenager senza fissa dimora è composto da ragazzi Lgtb buttati fuori casa dai propri genitori. Io mi sono abbastanza allarmato vedendo alcuni video di supporto alla campagna postati da eterosessuali che suggerivano, senza dubbio in buona fede, di rivolgersi ai genitori. Sono proprio loro il problema maggiore in molti casi. Per questo motivo, anche all’interno della comunità gay, abbiamo smesso da tempo di sostenere che bisogna fare coming out a tutti i costi. A volte non è la soluzione, è l’inizio di un ulteriore set di problemi».