Doping, Contador è positivo

Giuliano Di Caro
30/09/2010

Lo spagnolo si difende: «E' contaminazione alimentare»

Doping, Contador è positivo

Nel sangue di Alberto Contador, campione spagnolo di ciclismo e mattatore degli ultimi 3 Tour de France, sono state trovate tracce minime di clenbuterolo, una sostanza dopante. Lo conferma il responso del Wada, l’agenzia mondiale antidoping, giunto all’alba del 1° ottobre.
Se i risultati fossero confermati da ulteriori analisi, la Federciclismo internazionale, che ha già sospeso d’ufficio il campione, potrebbe procedere con la squalifica e con l’annullamento della vittoria del Tour 2010 che sarebbe assegnata automaticamente ad Andy Schleck, classificatosi secondo.
«Ci potete mettere la mano sul fuoco senza scottarvi: il mio non è un caso di doping. Se così fosse, mi avrebbero fermato nella settimana del Tour de France». Spavaldo e sicuro di sé, nella conferenza stampa del 30 settembre, Contador, aveva attribuito la sua positività dopo un controllo antidoping in Francia a una contaminazione alimentare.

Dal cinghiale di Dugarry al filetto di Contador

La colpa è stata cioè scaricata sul «filetto proveniente dalla Spagna» che Contador ha mangiato insieme alla sua squadra, la Astana, il 20 luglio. Pasto consumato proprio il giorno prima del Tourmalet, la tappa cruciale del Tour 2010, quando ha difeso il suo primato dagli attacchi del rivale lussemburghese Andy Schleck.
Una linea di difesa che ormai è un classico tra gli atleti. Celebri nel 1999 e 2000 le difese dei calciatori Christophe Dugarry, Pep Guardiola, Jaap Stam e Egard Davids, positivi al nandrolone, uno steroide anabolizzante. Tutto per via delle eccessive mangiate di cinghiale, dissero. E furono tutti assolti.
Invece il longilineo Contador si è tenuto lontano dalle abbuffate di carne. Nelle sue urine analizzate in un laboratorio di Colonia sono anzi state trovate tracce di clenbuterolo, ribattezzato “il doping delle modelle” per il suo effetto anoresizzante.
Illegale per gli sportivi professionisti ma facilmente reperibile in commercio, il clenbuterolo dà energia e inibisce l’appetito. Dilata i bronchi e aumenta la capacità di recupero dell’organismo. La quantità rinvenuta nelle analisi del campione spagnolo è però talmente microscopica (400 volte inferiore al limiteoltre il quale si è tenuti a informare la federazione internazionale di ciclismo della presunta positività) da poter avallare l’ipotesi della contaminazione alimentare.

Squadre e scandali

Nel mondo del ciclismo impera l’assioma “i team non possono non sapere”, eppure nessuno denuncia mai l’utilizzo di sostanze illecite. L’impressionante numero di scandali nel ciclismo moderno ha incrinato i valori positivi e l’etica stessa di questo sport. Ma il doping può distruggere i sogni non solo del pubblico e dei corridori imbottiti di farmaci steroidi: anche quelli degli atleti onesti e innocenti che rischiano di venire spazzati via.
Anche Micula Dematteis, uno che quando gareggiava da professionista stava a Contador come una brillante promessa del calcio sta a Messi, aveva messo le “mani sul fuoco”. E non perché costretto a difendersi dalle accuse, ma per rivendicare l’orgoglio di allenarsi, sudare e non barare.
Era il 2007, quando Dematteis aveva risposto all’appello del direttore della Gazzetta dello sport Candido Cannavò rivolto ai ciclisti puliti di farsi avanti e dare il buon esempio. Lo fecero in pochi. Anzi, pochissimi. E nessuno degli atleti di primo piano. Dematteis invece, piemontese della Val Varaita, scrisse una lettera, poi pubblicata sulla Gazzetta

«Noi corridori onesti, abbattuti dal doping»

«Nel 2008 lo scandalo Riccò, corridore trovato positivo al Cera, mandò a gambe all’aria la sua squadra, la Saunier Duval. Così 25 corridori, una ventina tra massaggiatori e altri dello staff persero il lavoro. E non avevano fatto un bel niente. Ecco come il doping distrugge chi fa onestamente questo lavoro» spiega a Lettera43 Dematteis che, dopo due anni da professionista, dal 2008 corre la domenica per amore della bici e lavora nell’azienda di famiglia. 
«Da professionista non mi hanno mai proposto di utilizzare sostanze illecite. Ma io gareggiavo con lo stipendio base, 25 mila euro lordi all’anno. Non ha senso che una ipotetica squadra disonesta proponga a chi guadagna quanto un impiegato di infrangere la legge e il suo codice etico sportivo: tanto vale trovarsi un altro lavoro, pagato uguale ma molto meno stressante, dalle 9 alle 18, e non 24 ore al giorno e 11 mesi all’anno come nel caso di un ciclista di carriera. È chiaro che quando guadagni 10 o 20 volte tanto, allora è tutta un’altra storia. Se ti forzassero la mano, avresti molto da perdere».
Vero è che anche tra gli onesti gregari, tra gli atleti delle competizioni a cavallo tra dilettantismo e professionismo, il doping è di fatto un muro omertoso. Dopo la pubblicazione della sua lettera, Dematteis prese parte al Giro dell’Appennino. Ricevette qualche complimento e un paio di pacche sulle spalle da alcuni corridori.
«Ma tutti gli altri, decine di colleghi con cui ridevo e scherzavo a ogni gara, non mi degnarono di uno sguardo. Per due settimane diventai invisibile».