Dove muore il made in Italy

Redazione
14/10/2010

    Da Odessa Pierluigi Mennitti Il bacino di attracco delle navi è qualche chilometro più avanti. Arrivi a Odessa...

 

 

Da Odessa
Pierluigi Mennitti

Il bacino di attracco delle navi è qualche chilometro più avanti. Arrivi a Odessa alle prime luci dell’alba con il treno notturno partito da Kiev, che il mare lo respiri anche se non lo vedi. Aria già calda, impregnata di umidità e iodio. I viaggiatori delle notti ucraine sbarcano sui marciapiedi della stazione più affascinante d’Europa, carichi di pacchi e sonno.
Come tutte le stazioni che segnano un limite, anche quella di Odessa ha i binari che sbattono contro un piazzale. Qui si arriva e al massimo si riparte, per proseguire bisogna imbarcarsi. I moli del porto annunciano mete lontane: Sebastopoli, Jalta, Sochi, Costanza, Varna, Istanbul. Le navi cariche di containers, invece, portano merci da un oriente ancor più lontano.
Chi vuol capire la Cina, quindi il mondo che cambia, la globalizzazione che irrompe e stravolge i mercati deve venire fin qui ma non fermarsi sul porto, dove suggestione e malinconia, vapori che sbuffano e sirene di navi che gettano l’ancora ammaliano e ingannano. Bastano sette chilometri. Sette chilometri verso l’interno, in direzione dell’aeroporto.

Il Settimo chilometro, container e clienti

Ti ci portano le marshrutke, gli economici e spartani mini-bus da 20 persone che nei Paesi dell’Est rappresentano il mezzo di trasporto più diffuso. Occorrono pochi minuti di tragitto attraverso una periferia fitta di casermoni sovietici, moderni centri commerciali, capannoni di aziende: vecchio e nuovo che si sovrappone senza creare armonia.
È una ordinaria mattina ma la marshrutka è piena come un uovo di gente d’ogni tipo: giovani con gli zainetti, anziane con i foulard contadini e le sporte vuote, brutti ceffi in canotta e già sudati, belle ragazze con minigonne e tacchi a spillo che sembrano dirette in qualche discoteca fuori orario. Invece la meta è il più grande mercato del falso d’Europa.
Si chiama, appunto, Settimo chilometro, 70 ettari di terreno in continua espansione, gestiti fin dal 1989 dalla Promtovarny market, una società che amministra l’area e i servizi ma non mette il naso nella conduzione degli esercizi commerciali.
Dietro questo carrozzone folkloristico della globalizzazione si nascondono numeri da capogiro. Nell’immensa piazza si affannano circa 60 mila addetti: 20 mila venditori, 1500 aiutanti, 10 mila facchini, più gli uomini della security, i pompieri pronti a intervenire in caso di incendi, sanitari disponibili 24 ore su 24, venditori ambulanti di bibite e migliaia di addetti alla gastronomia che animano i fast food e le taverne che rifocillano i clienti fra un acquisto e l’altro.

Un giro d’affari da 20 milioni di dollari

La merce arriva anche da altri Paesi dell’Unione europea, spesso attraverso canali non propriamente legali. L’incasso quotidiano è affidato a cifre non controllabili: si parla di 20 milioni di dollari al giorno.
L’enorme piazzale di fronte agli ingressi principali ospita otto mila parcheggi per auto private, furgoni, camion, marshrutke e autobus, dai quali sbarcano ogni giorno visitatori da tutta l’Ucraina e dai Paesi limitrofi. Non si tratta solo di semplici cittadini.Fra i 200 mila acquirenti stimati ogni giorno, la parte del leone la fanno i commercianti che qui si riforniscono all’ingrosso, comprando interi stock di merci con i quali invadere altri più piccoli mercati nella stessa Ucraina, in Russia, in Moldova, in Bielorussia e in mezza Europa dell’Est.
La prima cosa che colpisce all’arrivo è proprio la vastità. I confini del mercato, un vero e proprio bazar levantino, si perdono a vista d’occhio. A getto continuo arrivano camion e furgoni che scaricano merci più disparate, decine di facchini le caricano a spalla o su pianali di legno per trasportarle all’interno, ovunque una grande frenesia.
Si entra attraverso gates che sembrano caselli autostradali, tiriamo fuori le macchine fotografiche e cominciamo a scattare. Dopo pochi secondi arriva un addetto alla sicurezza: «Non si può fotografare». La tessera stampa non lo commuove. «Dovete avere un’autorizzazione, potete richiederla all’ufficio lì avanti», e indica un moderno palazzetto con la porta desolatamente sbarrata.
È l’unico edificio di cemento in mezzo a una selva di prefabbricati e container. Sono già le 8 del mattino, il mercato si riempie di clienti ma dall’ufficio non giungono segni di vita. Potremmo restare lì, in attesa l’intera giornata. Capiamo l’antifona, infiliamo le macchine fotografiche nelle tasche, disposti ad accontentarci di qualche immagine scattata di nascosto.

Il suq della contraffazione

L’interno pare un girone infernale dantesco ma organizzato con molta razionalità. Interminabili file di containers formano le strade del Settimo chilometro, incassati su due piani, uno sopra l’altro.
Ogni venditore dispone di uno spazio a castello: il container di sopra funge da deposito, in quello di sotto si espone la merce e si vende. C’è tutto quello di cui uno può aver bisogno: dai vestiti alle scarpe, dalla bigiotteria ai profumi, dai cosmetici all’intimo, dai cappelli alla biancheria, dai giocattoli ai prodotti elettronici. Quasi tutto è “made in China”, qualcosa arriva dalla Turchia, alcuni capi hanno il marchio ucraino.
È il festival della chincaglieria ma anche della contraffazione. Scivolando lungo le vie che si intersecano con squadrata progettazione, ci si imbatte nei container che vendono prodotti di marca. Ovviamente falsi. I profumi francesi di Dior e Lancôme, le scarpe sportive Adidas e Nike, le borse in falsa pelle Vuitton e Gucci, gli occhiali Prada e Persol e, naturalmente, i vestiti della grande moda italiana.
Ci sono proprio tutti: da Dolce&Gabbana ad Armani, da Valentino a Versace, fino alle marche del casual più o meno di tendenza, Replay, Fila, Sergio Tacchini, Stone Island, Paul & Shark. E tutta la gamma immaginabile di jeans. I prezzi? Stracciati perfino per gli standard ucraini. La qualità? Cinese, tanta fibra sintetica e molta approssimazione nella confezione. Ma qui nessuno si aspetta di trovare originali.

Uno spazio a 1500 dollari al mese

Per evitare di smarrirsi, gli organizzatori hanno inventato un sistema di orientamento informale: i container sono sì tutti uguali, ma differenziati da pennellate di vernice. Le strade prendono così il nome dai colori: c’è la via grigia, quella bianca, gialla, blu, celeste, arancione, verde e rosa. Le ultime due costituiscono gli antipodi in fatto di prezzi.
Affittare uno spazio sulla via verde, la più periferica, costa 1500 dollari al mese, per piazzarsi sulla via rosa, quella centrale, tocca sborsarne addirittura sette mila. Acquistarlo può costare fino a 200 mila dollari.

Bye bye made in Europe

Se a qualcuno è caro il concetto di capitalismo più o meno selvaggio, qui può farsi un’idea del futuro, forse già del presente. Vista dal labirinto del Settimo chilometro, la guerra dell’Europa (che vede l’Italia in prima fila) per la definizione di un marchio di qualità “made in Europe” a tutela dei propri prodotti sembra persa in partenza.
Forse il consumatore dovrà abituarsi a valutare da sé la qualità della merce che compra, imparando a capire che se acquista per pochi euro un profumo di Dior non potrà pretendere di aver fatto un affare.
Quando torniamo sul piazzale per riprendere una marshrutka in direzione di Odessa siamo gli unici ad aver comprato solo un piccolo ricordo, niente più che un souvenir, uno zuccotto uzbeko miracolosamente di lino e senza etichetta di fabbricazione. Tutti gli altri sono carichi di merci. Le sporte delle signore coi foulard sono zeppe di cianfrusaglie, gli spazi già stretti del mini-bus si fanno ancora più angusti, un tizio litiga col conducente perché vorrebbe caricare un elettrodomestico decisamente ingombrante.
Tutti sorridono e alla fine si parte. Fa un caldo insopportabile, sullo scatolone che il tizio è riuscito a caricare sopra è disegnato il profilo stilizzato di un ventilatore Philips. Made in China.