Massimo Del Papa

Dai Dream Syndicate ai Therapy?, i grandi ritorni del rock

Dai Dream Syndicate ai Therapy?, i grandi ritorni del rock

Band che si riformano, che non mollano, che fanno a pezzi la carta d'identità e non vogliono saperne di andare in pensione. Testimoni di stagioni passate che sanno rievocare per andare oltre.

14 Maggio 2019 10.20

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Corsi e ricorsi, eterni ritorni. La musica che per convenzione chiamiamo rock, e che in oltre sessant'anni è ormai diventata un oceano sonoro, sta facendo a pezzi le sue carte d'identità: il rock è sempre più un paese per “vecchi”, gente che si riforma, che non molla, non vuol saperne della pensione.

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Che bel disco, ad esempio, il nuovo dei Dream Syndicate, che è a dire Anni 80, scena di Los Angeles e dintorni, Paisley Underground, insomma una vita fa, un mondo fa. Quattro dischi, uno iato di vent'anni, poi nel 2017 rieccoli: un grande album, How did I find myself here?, e adesso These Times, fresco di stampa, è se possibile pure meglio. Non è tanto questione di suggestioni, di ri-evocazioni: è la convinzione, la freschezza dell'intento di Stevie Winn e compagni, che dopo tanta storia, naturalmente, suonano meglio di allora. Senza perdere in creatività, in forza d'impatto. Sarà che aveva ragione Schopenhauer, la giovinezza si conquista in vecchiaia, quando gli scrupoli cadono come foglie e più prepotente si fa l'urgenza di libertà, l'abbandono dei calcoli, la santa follia che per un artista, un creativo, resta fondamentale. E così, ascoltateli questi Dream Syndicate, che vi ricordino quegli Ottanta incasinati oppure no, se mai considerateli un gruppo nuovo di ultrasessantenni che vi stupiranno con i loro intrecci di chitarre, tutta quella elettricità, quella neopsichedelia davvero senza età: il futuro ha un cuore antico, anche nella musica. E non sono, ovviamente, i soli.

Anche i Therapy?, che più invecchiano e più picchiano duro e nell'ancora recente Cleave non sfigurano affatto

Anche Joe Jackson è appena tornato con un disco breve e splendido, Fool, che qua e là insegue, naturalmente, i fasti di Night and Day (1982), e li raggiunge, ma definitivamente brilla di luce propria, così come di una luminosità assoluta splendeva il precedente Fast Forward, di quattro anni fa. Anche i Therapy?, che più invecchiano e più picchiano duro e nell'ancora recente Cleave non sfigurano affatto rispetto all'apice di Troublegum, che era del 1994. E che dire, per fare un altro nome, del sontuoso ritorno dei Bevis Frond, We're your friends, man, o delle ultime prove dei Jayhawks, dei Mudhoney, della Dave Matthews Band e potremmo continuare chissà fino a quando. Testimoni di stagioni che stanno ormai solo nel loro, e nel nostro, album dei ricordi emotivi: ma sanno rievocarle, per andare oltre.

IL ROCK COME LA VITA: UNA STORIA DI FIGLI CHE UCCIDONO I PADRI

È un fenomeno interessante, ed è emblematico di una mutazione della musica popolare: forse, più che di reunion, si tratta semplicemente di non voler morire, di continuare ad esistere artisticamente. Perché no, dopotutto? Perché un artista dovrebbe gettare la sua spugna quando ha ancora sensibilità, idee, ed è più capace di un tempo a tirarle fuori? Il rock cambia la sua pellaccia, perde il proprio imprinting di musica adolescenziale, di sfogo teppistico, si fa sempre più simile al blues, età media 80 anni. Certo, il mercato gioca una sua parte in tutto questo. Certo, la seduzione della nostalgia è ancora decisiva. Ma il rock sta diventando davvero come la vita: ci sono e sempre ci saranno nuovi ragazzini arroganti convinti di poter far fuori i vecchi, di essere i primi a poter spaccare il mondo con una chitarraccia e un amplificatore da due soldi, mandando idealmente a quel paese chi li ha preceduti. Anche gli anziani di oggi, del resto, fecero lo stesso, il rock, come la vita, è una storia di figli che uccidono i padri.

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Successe col nuovo rock Anni 60, poi col punk, poi col grunge, è un fatto vitale. Ma i vecchi accusano il colpo e poi resistono, insistono. Il rock non riuscì a uccidere il folk, il punk dovette fare i conti col rock che alla fine la spuntò, il grunge rifluì in un ritorno di certo rock agée, oggi il rap e la trap già si ripensano, si pentono, si voltano indietro a cercare le radici: almeno in America, dove il recupero con relativo superamento della tradizione è una cosa seria, come può farla Kendrick Lamar. E tutto si mischia, si confonde, perde sempre più i contorni, ma è proprio tale distruzione creatrice a tenere viva questa musica, che si nutre divorando se stessa e risputandosi in sapori vecchi e nuovi, pronti per venire a loro volta fagocitati.

IN ITALIA DIFFICILMENTE I VECCHI ARTISTI PROVANO A REINVENTARSI

Un fenomeno, a dir la verità, più internazionale, inglese o americano che sia: in Italia, per restare al nostro orticello, i senatori, i grossi nomi non sembrano avere la stessa attitudine, il medesimo rispetto per le radici; tendono piuttosto ad amministrare loro stessi, a replicarsi, insomma tirano avanti più che possono. Ma senza più stimoli, senza ambizione di dire qualcosa ancora di nuovo. Nei casi più convincenti, ripropongono quelli che erano, che sono sempre stati in bella copia. Peggio ancora, quando tornano, tornano in un profluvio di riedizioni, cofanetti autocommemorativi, opere omnie, raccolte, greatest hits, nuove versioni di cavalli di battaglia, quasi regolarmente insulse perché certi successi, certi momenti, sono indissolubilmente legati al tempo che li partorì: è un fatto di suoni, di arrangiamenti, di linguaggi sonori e testuali, di atmosfere: rifare il lifting a quelle belle ragazze che furono, che restano certe canzoni, è una faccenda senza senso. Quanto ai giovani nostrani, il problema è sempre quello: le nostri radici si chiamano melodramma, e tutti, purtroppo, a vent'anni, dopo un talent, si sentono già degni di Luigi Tenco, perfino meglio. L'umiltà è figlia della conoscenza, della misura di chi è venuto prima. Se non conosci niente, non rispetti niente.

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