Barbara Ciolli

Droni, il business civile degli Uav

Droni, il business civile degli Uav

27 Maggio 2013 17.00
Like me!

Il business dei droni vive un grande impeto, anche per usi civili. Secondo gli analisti di Asd Reports, già nel 2012 il mercato nel suo complesso valeva poco più di 7 miliardi di dollari a livello mondiale, destinati a crescere vertiginosamente.
MENO INVESTIMENTI DALLA NATO. Perchè se da una parte l’agenzia, specializzata in ricerche nei settori dell’aerospaziale e della Difesa, ha rivelato che a breve la Nato «ridurrà i suoi investimenti nello sviluppo di veicoli senza pilota (Uav) per la difesa e la sicurezza», sul fronte dell’utilizzo civile di questi strumenti si apre una prateria, per un giro d’affari mondiale che per le stime dello studio di settore dovrebbe superare i «130 miliardi di dollari entro il 2021».
Cambieranno i finanziamenti e i campi d’impiego dei droni. E presto muteranno anche le regole per la loro circolazione, soprattutto nei cieli. Ma certamente, come nei film americani, gli aerei senza pilota diventeranno una presenza costante, negli Stati Uniti e nei Paesi europei.
L’EUROPA SI ATTREZZA. Tanto cheanziché continuare a comprarli da Israele – primo esportatore di Uav al mondo, per la metà verso l’Europa – le aziende del Vecchio continente intendono produrne sempre più di propri, soprattutto a uso civile.
Non solo. In una sorta di road-map, nel 2012 la Commissione Ue ha esortato le imprese a recuperare terreno sugli americani, tuffandosi in un mercato che genererà miliardi di utili. L’intento di Bruxelles è aprire lo spazio aereo civile ai droni entro il 2016, sulla scia di quanto già deciso da Barack Obama negli Usa.
D’altronde anche Frontex, l’agenzia che pattuglia i confini dell’Europa, pensa di impiegare presto aerei a pilotaggio remoto.
AMPIE POTENZIALITÀ. Del resto le potenzialità di questi velivoli sono infinte:  dal monitoraggio di calamità naturali, alla supervisione di eventi di massa, dal controllo di aree sensibili alle attività anti-terrorismo e di polizia o per combattere i piccoli teppisti. Lo sanno bene in Germania dove sono stati utilizzati piccoli droni per tutelare i treni tedeschi dagli onerosi danni causati dai graffittari.
A intascarsi i grandi appalti civili degli enti europei e nazionali sono spesso i colossi stranieri della Difesa come l’inglese Bae Systems, l’americana Northrop Grumman o il consorzio paneuropeo Eads.
Ma da qualche tempo anche in Italia il mondo della ricerca accademica e delle aziende dell’indotto hanno fiutato l’affare e si sono messi in movimento. Tanto che molti sono i progetti ai nastri di partenza, pronti a decollare con il settore.

Dall’università alla robotica: le start up italiane dei droni

Qualche esempio? Nel 2011, un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Sistemi elettrici e Automazione (Dsea) dell’Università di Pisa ha abbandonato i laboratori accademici per aprire Pitom, azienda di robotica che ha come mission quella di costruire droni terrestri, aerei e marini, situata nel Polo tecnologico di Navacchio.
VEICOLI SENZA PILOTA. Il nucleo di fondatori ha imparato i segreti del mestiere vivendo negli Usa e collaborando con gli americani di Darpa, l’agenzia della Difesa che, dopo aver lanciato internet, è ora proiettata sullo sviluppo dei veicoli senza pilota.
Nel catalogo della start up c’è, per esempio, la navicella piShip: un drone ideale per le missioni di ricognizione, anche a scopo ambientale, nei porti o e nei luoghi acquatici. Il costo? Può variare da alcune decine di migliaia di euro fino a molto di più, a seconda delle componenti, della qualità del monitoraggio e dei sensori.
Ma c’è anche la famiglia di robottini con ruote ed eliche, progettato per scandagliare, alla stregua di Curiosity su Marte, le zone più impervie e pericolose de pianeta.
CENTRO PER IL COLLAUDO A LUCCA. Pitom collabora anche al progetto dei droni aerei PrandtPlane, a propulsione elettrica ed energia solare, fiore all’occhiello del dipartimento di Ingegneria aerospaziale di Pisa e della sua spin off SkyBox Engineering.
I droni ecologici serviranno a proteggere e controllare dall’alto il territorio, per missioni di polizia e intelligence, ma anche per incendi in montagna o altri disastri ambientali.
A Lucca, la società che gestisce l’aeroporto di Tassignano ha persino avviato, in via sperimentale, un centro per il collaudo e la gestione di droni da impiegare su scala nazionale: la base è allestita nel presidio della protezione civile e testata in collaborazione con l’azienda d’innovazione Zefiro.
L’ENAC APRE AI MINI-DRONI. Il fermento è legato al fatto che presto le limitazioni sui droni cadranno, almeno in parte. Tra giugno e luglio 2013 entrano in vigore le norme dell’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile, sugli aerei a pilotaggio remoto inferiori a 150 chili. «E a breve potranno circolare i droni di piccole dimensioni», ha spiegato a Lettera43.it Roberto Mati, tra gli ingegneri fondatori di Pitom.
Finora in Italia erano consentiti pochi strappi alle regole, solo in caso di emergenze. Come il drone fatto volare nel 2012, in via eccezionale, sopra i terremotati dell’Emilia Romagna. «È chiaro che la spinta del civile arriva dal successo del comparto militare.
Ma l’utilità per finalità non d’attacco, bensì di aiuto ai cittadini, è grande», ha commentato Mati. «I droni vengono pilotati dalle cabine di controllo con programmi sempre più sofisticati, arrivando dove elicotteri e altri mezzi si fermano. Il risparmio è notevole, sia per tempi sia per costi umani».

I super sensori e i timori sulla violazione della privacy

In Gran Bretagna, dove la circolazione degli Uav civili è stata già sdoganata, gli ingegneri stimano di costruire droni affidabili e di buona durata per circa 25 mila euro. Un’inezia. Certo, si tratta di mini droni dalle dimensioni molto ridotte, tanto che alcune loro componenti possono persino essere realizzate a basso costo, con stampanti in 3D.
RISERVATEZZA A RISCHIO. Certo è che un drone può consentire di risparmiare, ma è anche uno strumento apparentemente pulito per violare la privacy dei cittadini. Persino negli ultra-permissivi States hanno fatto discutere. 
I cittadini americani sono spaventati dall’invasione degli oggetti volanti che violano la loro riservatezza. E ne hanno tutte le ragioni se è vero che il programma Argus-Is della Darpa prevede centinaia di super-sensori in grado di avvistare in alta definizione oggetti inferiori anche ai 15 centimetri volando a oltre 6 mila metri di altezza.
SPIONAGGIO CIVILE. Il grande occhio da 1,8 miliardi di pixel, sviluppato in collaborazione con la Bae Systems, sembra nato per essere piazzato su droni e, da lì, registrare qualsiasi movimento. Così, dopo l’approvazione al Congresso nel 2012 della legge che autorizza l’uso di Uav di ricognizione sul suolo nazionale, gli americani temono uno spionaggio “civile” di massa. E i numeri danno loro ragione.
Primi produttori al mondo di droni, in meno di 10 anni gli Usa hanno allargato il loro parco da 50 a 7 mila velivoli senza pilota. Gli addetti ai lavori stimano, entro il 2020, circa 30 mila droni nei cieli affollati degli States, per un indotto di oltre 23 mila posti di lavoro.
Mario Innocenti, ingegnere aerospaziale del Dsea all’università di Pisa, consulente della Nato e con un lungo curriculum di specializzazioni e insegnamenti in America, ha raccontato a Lettera43.it che «è davvero solo questione di tempo, ormai siamo in una situazione di non ritorno. I droni verranno sempre più spesso usati per scopi civili, basti dire che tecnicamente è già possibile guidarli dagli iPhone e dagli iPad. E la conoscenza scientifica è avanzata, anche nei poli accademici italiani».
NORMATIVE CARENTI. Ma mancano le normative europee (e spesso anche quelle nazionali). E per questo il mercato è bloccato. «Per le università è più facile lavorare a progetti di ricerca internazionali, soprattutto americani e inglesi, dove sono in vigore meno restrizioni anche per applicare le nuove strumentazioni sui droni», conferma Innocenti.
Le richieste, tuttavia, non mancano, neanche in Italia. E tra gli studi in corso d’opera, in Toscana ci sono la vigilanza delle spiagge o le immagini artistiche in 3D di angoli di chiese e monumenti, finora rimasti inediti.
Ora la sfida, per la scienza, è il vecchio sogno di Frankenstein. Dotarli di un’intelligenza artificiale che li renda – almeno in parte – autonomi dai loro ordini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *