È la storia a balbettare

Redazione
02/02/2011

di Maria Rosaria Iovinella Il re balbetta. La verità storiografica, invece, zoppica. Il successo del film Il discorso del re,...

È la storia a balbettare

di Maria Rosaria Iovinella

Il re balbetta. La verità storiografica, invece, zoppica. Il successo del film Il discorso del re, l’opera di Tom Hooper candidata all’Oscar con Colin Firth e Geoffrey Rush, da venerdì nelle sale italiane, non basta certo a far passare sotto silenzio qualche eccesso da “politicamente corretto”. Almeno in Inghilterra, patria del re GiorgioVI che, sofferente per una grave forma di balbuzie, fu curato e guarito dal logopedista di origine australiana Lionel Logue fino a diventare il sovrano che incita alla riscossa il popolo nei giorni più difficili del Novecento, quelli della seconda guerra mondiale.
CHURCHILL TROPPO MORBIDO. Ripubblicando un rovente articolo pubblicato da Slate  da Christopher Hitchens, il Guardian giudica il film una «grossa falsificazione storica» e lo bolla come una «palese riscrittura». Al centro delle contestazioni, in primis, l’immagine edulcorata di Winston Churchill. Lo statista è descritto nel film come vicinissimo al re balbuziente ed egli stesso favorevole al passaggio di consegne dopo l’abdicazione di Edoardo VIII. Errore. Per Hitchens, giornalista e polemista noto per le sue posizioni antifasciste e antimonarchiche, il pastrocchio è marchiano e ingiustificato. Churchill fu sempre estremamente vicino a re Edoardo, pur consapevole che fosse simpatizzante filonazista, e dilapidò molta della credibilità politica acquisita nella lotta contro il leader conservatore Arthur Neville Chamberlain proprio per convincere il re a non abbandonare la monarchia.
A supporto del trattamento di favore riservato al grande statista inglese, la considerazione del fatto che perfino il suo più adorante biografo, lo scrittore americano William Manchester, non nasconde contraddizioni e incoerenze politiche nelle pagine più rilevanti della sua biografia, The Last Lion.

Il re e Chamberlain

Ma nel film errori o omissioni volute, per non dare adito a troppi revisionismi, non sembrano essere finiti. Tra le più rilevanti, l’appoggio dato dai reali a Chamberlain quando era primo ministro e più in generale alla pratica dell’appeasement, ovvero il tentativo di una pacificazione con Italia e Germania al costo di pesanti concessioni. La decisione di Chamberlain di firmare gli accordi di Monaco, svendendo ai tedeschi i territori slavi della Cecoslovacchia e le industrie di armamenti fu di certo un’operazione mal riuscita, peggio ancora se si pensa che fu sostenuta dalla Monarchia. Il consenso dato dal re prima ancora che entrambi i rami del Parlamento britannico approvassero l’operazione, in un Paese senza costituzione scritta, ma molto ligio al fair play, fu più tardi giudicata come «l’atto più incostituzionale commesso da un sovrano britannico durante il Novecento». Vicende che già lo storico dei Tories, Andrew Roberts, aveva valorizzato nel suo saggio del 1994 The House of Windsor and the Politics of Appeasement.
Nulla insomma che in Inghilterra non si sappia già. Il re balbuziente non approvò nemmeno le dimissioni dello stesso Chamberlain da capo del governo e suggerì che la sua carica fosse ereditata da Lord Halifax, senza tenere in conto che era praticamente impossibile affidare il Paese in tempo di guerra a un membro non eletto dalla Camera dei Lord. Quasi come se la nomina di Churchill a primo ministro fosse sgradita al re.
UN RAPPORTO COMPLICATO. A quanto pare, malgrado il film si ispiri alla commedia di David Seidler, pensata negli anni Ottanta e andata in scena nel 2005, il lungo lasso temporale non è bastato per far maturare allo script un’adeguata correttezza storiografica, che pur non avrebbe tolto nulla al commovente racconto del rapporto umano tra il re, padre dell’attuale regina Elisabetta, e il terapista australiano.
Forse, a differenza di quello che scrive Hitchens, non basta qualche ricerca storica elementare per mettere al proprio posto tutte le tessere dei complicati rapporti tra monarchia e parlamento inglese negli anni della seconda guerra mondiale, ma un film che ambisce alla rappresentazione storica ha il dovere di provarci.

La regina Elisabetta non commenta

Ci si chiede allora a chi interessa che la pellicola sia così innocua e politically correct. Da Buckingham Palace non si sono nemmeno presi la briga di rendere pubblico se la figlia di Giorgio, la regnante Elisabetta, lo abbia visto.
LA STORIA PUÓ ATTENDERE. La scrittura della trasposizione teatrale è stata procrastinata da Seidler, egli stesso balbuziente e monarchico, fino al 2002, anno della morte della regina madre, contraria che la memoria di eventi troppo dolorosi diventasse soggetto scenico. Lo sceneggiatore, quindi, poteva concedersi maggiori libertà. Che l’inesattezza possa far parte delle trasposizioni filmiche non è una novità. Ma, come sottolinea anche il corsivista, l’elogio della dinastia finisce per cadere proprio nell’anno del matrimonio reale tra William e Kate, già evento foriero di molte altre retoriche. Con buona pace della verosimiglianza storica.