Le conseguenze del coronavirus sull’economia cinese

Marco Lupis
26/04/2020

l National Bureau of Statistics della Cina ha annunciato la prima contrazione economica dal 1976. La produzione è scesa dell'1,1%, le vendite al dettaglio del 15,8%. Una crisi che potrebbe portare anche a cambiamenti politici interni prima impensabili.

Le conseguenze del coronavirus sull’economia cinese

I funzionari cinesi, qualche giorno fa, hanno annunciato al mondo che la seconda economia più grande del Pianeta si è ridotta del 6,8% nei primi tre mesi del 2020 rispetto a un anno prima, ponendo fine a una crescita continua, impetuosa e senza ostacoli, sopravvissuta alla repressione di Piazza Tienanmen, all’epidemia di Sars e persino alla crisi della finanza globale. Ma, a quanto pare, non al coronavirus. E i numeri, nella loro impietosa aridità, chiariscono quanto sarà monumentale la sfida per rimettere in piedi l’economia globale, una sfida alla quale Pechino non può sottrarsi e che senza la rinascita della Cina sarà destinata inevitabilmente a fallire.

Da quando è emersa dalla povertà assoluta e dall’isolamento politico, infatti, più di 40 anni fa, la Cina è diventata forse il motore di crescita più importante al mondo, quello che ha consentito la ripartenza durante i peggiori periodi di difficoltà planetarie, come dopo la crisi finanziaria del 2008. Ora il Paese sta cercando di riavviare la sua enorme economia da 14 trilioni di dollari, uno sforzo che potrebbe dare al resto del mondo un aiuto essenziale. Oppure un colpo mortale. La diffusione del coronavirus negli Stati Uniti e in Europa, che ne ha congelato le economie, ha generato previsioni secondo le quali la produzione mondiale e le richieste dei mercati potrebbero ridursi quest’anno in maniera mai sperimentata prima.

Pe questo motivo, Pechino si trova adesso alle prese con un vero e proprio paradosso economico: il gigante asiatico sta uscendo per primo dalla crisi da Covid-19, mentre il resto del mondo è ancora tragicamente alle prese con la pandemia e con le sue devastanti conseguenze economiche; ma l’innegabile vantaggio che da questa situazione deriverà a Pechino, rischia di venire vanificato dal calo globale dei consumi e della contrazione di tutte le altre economie mondiali. In altre parole, la pandemia e i tentativi di contenerla hanno drasticamente ridotto la richiesta mondiale di prodotti cinesi, il che potrebbe portare a chiusure di fabbriche, aumento della disoccupazione e crisi economica interna, anche se il Paese sta cercando di tornare nel mondo degli affari e di far ripartire la sua economia in tutti i modi.

LA CINA VIVE LA SUA PRIMA CONTRAZIONE ECONOMICA DAL 1976

La Cina ha gradualmente eliminato molti restrizioni sul lavoro e sugli spostamenti nelle ultime settimane. Ma gli uomini d’affari in tutto il Paese sono uniti nel dichiarare che i tempi restano difficili. Il governo spinge affinché i cinesi ricomincino a consumare e a spendere come prima della catastrofe, ma le famiglie non lo fanno, sono timorose, scioccate da ciò che hanno passato, mentre devono affrontare una realtà per loro inedita, dopo decenni di crescita esponenziale: i loro redditi sono diminuiti. Il National Bureau of Statistics cinese ha annunciato ufficialmente la prima contrazione economica dal 1976, dai tempi oscuri in cui il Paese affrontava gli ultimi giorni della Rivoluzione Culturale.

L’economia cinese è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro

La storica fase di crescita della Cina è stata alimentata dalla creazione di una vasta e moderna rete di infrastrutture – autostrade e ferrovie – dalla forte imprenditorialità della sua gente, dalla sua forza lavoro qualificata e da un governo che era pronto a mettere da parte le preoccupazioni ambientali e i diritti dei lavoratori per un fine considerato superiore: una sempre maggiore produzione economica. Ma il coronavirus, come un proverbiale “cigno nero”, ha fermato il suo enorme motore industriale.

Le opzioni di Pechino sono limitate. Finora ha evitato di dispiegare una enorme “potenza di fuoco” finanziaria mettendo sul piatto liquidità e aiuti, come stanno facendo gli Stati Uniti e le nazioni europee. La sua economia è diventata troppo grande e complessa per riavviarsi da un giorno all’altro come accadde nel 2008, quando Pechino mise in piedi in pochissimo tempo un piano per spendere più di mezzo trilione di dollari. Oggi la situazione economica del Dragone è molto diversa da allora. Basti citare, uno per tutti, lo spettro più inquietante che si aggira oggi per la Cina: il debito pubblico. Due parole che i governanti a Pechino non vogliono pronunciare, ma che da tempo invece si sentono ripetere con sempre maggiore insistenza negli ambienti economici e finanziari internazionali

LE INCOGNITE SUL FUTURO DEL PARTITO COMUNISTA CINESE

La produzione industriale è scesa dell’1,1% a marzo rispetto a un anno fa, mentre le vendite al dettaglio sono diminuite del 15,8%. Gli investimenti in immobilizzazioni sono diminuiti del 16,1% nei primi tre mesi di quest’anno, rispetto allo stesso periodo del 2019. Il prossimo colpo per l’economia cinese potrebbe venire dall’indebolimento della domanda globale per le sue esportazioni. La Fiera di Canton è il principale evento in tal senso nel Paese, con decine di migliaia di espositori e centinaia di migliaia di acquirenti che arrivano ogni anno da tutto il mondo. Doveva essere già iniziata e durare fino all’inizio di maggio. Invece, forse, si ridurrà a un molto più modesto evento online, previsto per la metà di giugno.

La forza industriale del Paese sta funzionando a metà

Pechino ha chiuso così strettamente i confini che nemmeno i residenti stranieri in Cina, rientrati nei loro Paesi durante l’epidemia, sono autorizzati a tornare. Ciò ha rallentato i grandi progetti edilizi e la costruzione delle grandi infrastrutture, per esempio, e gli altri investimenti che richiedono tecnici e specialisti stranieri, bloccati lontano dalla Cina. Secondo SpaceKnow – la piattaforma leader nell’utilizzo dei dati basati sullo Spazio per analizzare le tendenze dell’economia globale – le immagini satellitari dell’illuminazione notturna in Cina suggeriscono che la forza industriale del Paese sta funzionando a metà del suo regime pre-coronavirus. Le fabbriche sono state riavviate, ma trovare mercati per i loro prodotti potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

Il potente Pcc, il Partito comunista cinese che governa con mano di ferro e in totale assenza di contraddittorio la Cina da più di settant’anni, di fronte alle enormi incognite del mondo e dell’economia del dopo-pandemia potrebbe rivelare tutta la sua inadeguatezza alle sfide future. E i cinesi potrebbero davvero trovarsi di fronte a una drammatica scelta: la sopravvivenza di un sistema di governo che li domina ormai da un tempo che pare infinito, oppure la nascita di una nuova Cina del Terzo Millennio.