Egitto, caccia allo straniero

Redazione
03/02/2011

Caccia agli stranieri, dopo la mattanza (leggi la cronaca del sangue negli scontri del Cairo) che ha provocato almeno 1200...

Caccia agli stranieri, dopo la mattanza (leggi la cronaca del sangue negli scontri del Cairo) che ha provocato almeno 1200 feriti e 13 morti negli scontri tra manifestanti pro e contro Mubarak. Numerosi giornalisti sono stati aggrediti nella piazza delle proteste e negli hotel del centro dai dimostranti filo-rais. La giornalista Lucia Annunziata, dopo l’arresto del marito, Daniel Williams, inviato di Human Rights Watch al Cairo, avvenuto la mattina del 3 febbraio,  ha riferito che «l’ambasciata americana e il Dipartimento di Stato Usa stanno seguendo la situazione». Daniel Williams, ex giornalista del Washington Post, dallo scorso settembre lavora per l’organizzazione in difesa dei diritti umani.

Mubarak: «Se vado via oggi ci sarebbe il caos»

Dopo giorni di manifestazioni e scontri in piazza, il 3 febbraio è tornato a parlare anche il presidente egiziano. In un’intervista alla rete televisiva americana Abc, Hosni Mubarak ha detto di essere «stufo» della situazione: «Ho fatto il pieno: dopo 62 anni spesi a servizio del pubblico ne ho abbastanza. Voglio andarmene». Ma ha aggiunto: «Se vado via oggi ci sarebbe il caos». Mubarak ha poi negato di aver mai avuto intenzione di scappare, né di lasciare che il figlio Gamal diventasse presidente dopo di lui.
Infine ha definito il presidente Obama «un brav’uomo, ma non capisce la cultura egiziana», così avrebbe risposto alla domanda della giornalista  Christiane Amanpour che gli chiedeva se si sentisse «tradito dagli Stati Uniti».
OBAMA TRATTA LE DIMISSIONI. Ma secondo indiscrezioni la Casa Bianca sta lavorando con gli egiziani  a una «varietà di modi differenti» per andare verso una transizione pacifica in Egitto. Tommy Vietor, portavoce del Consiglio della sicurezza nazionale americana, ha riferito le intenzioni del presidente Obama: «È il tempo di cominciare una pacifica, ordinata e significativa transizione, con negoziati credibili e inclusivi». Vietor ha precisato i passi avviati: «Abbiamo discusso con gli egiziani una varietà di modi differenti per far andare avanti il processo ma tutte queste decisioni devono essere prese dal popolo egiziano».

I funzionari Onu lasciano l’Egitto

Decine di funzionari delle Nazioni unite hanno lasciato l’Egitto perché, hanno comunicato ufficialmente dal Palazzo di vetro, «la situazione nel Paese sta diventando sempre più instabile».
«Dall’Egitto è partito un primo aereo diretto a Cipro, con circa 150 persone a bordo», ha spiegato il portavoce dell’Onu Farhan Haq: «In tutto saranno circa 400 rappresentanti a lasciare il Paese, tra i funzionari e le loro famiglie. Le funzioni essenziali continueranno a essere portate avanti dalle centinaia di persone, di nazionialità egiziana o internazionali, che rimarranno nel Paese».
DUE TRIESTINI SEQUESTRATI. Uno straniero, secondo le testimonianze dei soccorritori, sarebbe stato picchiato a morte (leggi la notizia dell’attacco ai reporter in Egitto e il video sul bavaglio imposto alla stampa). L’emittente araba Al Jazeera ha riferito addirittura di alcuni cecchini che hanno iniziato a sparare in piazza Tahrir provocando -secondo alcune fonti – quattro morti.
Inervistati dal Tg Rai del Friuli, due triestini hanno raccontato di essere stati «sequestrati da una banda armata nel centro del Cairo e poi consegnati all’esercito», insieme a diplomatici australiani, per poi essere stati rilasciati dopo i controlli.
Nella spianata, teatro della rivolta popolare, continua intanto a infuriare la guerriglia. Dopo che la sicurezza egiziana ha bloccato l’accesso ai giornalisti nella piazza, gli stessi, per lo più stranieri, sono stati pregati di abbandonare immediatamente gli alberghi attorno a piazza Tahrir. Infine l’assalto di gruppi di sostenitori del rais agli hotel del Cairo, dove si erano asserragliati i reporter. Squadracce di violenti hanno preso d’assalto diversi alberghi, fra cui l’Hilton.
Nello stesso pomeriggio, due equipe di giornalisti polacchi sono stati fermati nel centro della capitale.
ARRESTATI DI ALMENO 20 REPORTER. A due giornalisti di una squadra, poi rilasciati, sono stati prelevati i passaporti e i cellulari, poi restituiti dopo i controlli. Mentre si ignora la sorte del secondo team, Amnesty international ha comunicato che la polizia egiziana ha arrestato un suo dipendente francese, il delegato di Human Rights Watch, e altri difensori (leggi la testimonianza dal Cairo sull’assedio dei giornalisti negli alberghi),
Due reporter greci, un inviato del principale quotidiano Kathimerini e un fotografo dello stesso giornale, sarebbero inoltre rimasti feriti durante gli scontri del 2 febbraio al Cairo, nessuno dei quali in pericolo di vita, mentre altri due corrispondenti di Al Jazeera sarebbero stati aggrediti da un gruppo di facinorosi al caos delle manifestazioni. Due giornalisti turchi sono stati pestati, una squadra della Cnn aggredita e di sei di troupe delle tv francesi Tf1 e France 24 arrestate.
Il quotidiano belga le Soir non ha ancora notizie del proprio inviatoSerge Dumont. Ma le notizie di repoter dispersi, arrestati o aggrediti si sono susseguite: tra i fermati dalla polizia, anche il responsabile del Washington Post al Cairo, Leila Fadel, e una fotografa del giornale, Linda Davidson.
Secondo il quotidiano americano, gli arresti sono stati ordinati dal ministro dell’Interno egiziano e i giornalisti detenuti sarebbero una ventina. Tra questi, anche tre reporter di Al Jazeera e «almeno altri otto giornalisti stranieri fermati dall’esercito».

È ancora guerriglia in piazza Tahrir

Gli scontri sono proseguiti nella notte e ripresi nella mattina del 3 febbraio, quando, dopo alcune ore di sassaiole, suoni di spari in piazza Tahrir dei dimostranti filo-rais e nuova guerriglia urbana (guarda la photogallery della guerriglia al Cairo), il premier egiziano Ahmed Shafiq ha deciso di raggiungere i manifestanti per sedare gli animi e il vicepresidente egiziano Omar Soleiman ha annunciato in tivù che né Mubarak né suo figlio Gamal si presenteranno alle prossime elezioni presidenziali: «Subito un tavolo di dialogo nazionale con tutte le forze politiche fino a giugno. Poi le riforme agli articoli della Costituzione del parlamento, in circa 70 giorni. Ed elezioni presidenziali entro agosto 2010».
Contemporaneamente, il procuratore generale ha emesso un decreto bloccando l’uscita dal Paese e i fondi di tre ex ministri, tra i quali quello dell’interno, Habib El Adly, e del segretario generale del Pnd, il partito di Mubarak, Ahmad El Ezz.
GOVERNO APRE INCHIESTA E BLOCCA FONDI. Sempre  il capo del governo Shafiq ha annunciato alla folla che, dopo aver aperto un’inchiesta per stabilire la responsabilità delle violenze, l’attuale ministro dell’Interno Mahmud Wagdi «sarà punito» se si dimostrerà che il suo operato è all’origine della mancanza di sicurezza nel Paese.
Rassicurazioni inutili: già all’alba nuovi autobus carichi di dimostranti pro Mubarak erano arrivati al Cairo. Armati di bastoni e coltelli, si sono subito diretti verso piazza Tahrir dove, nel frattempo, l’esercito ridispiegava i carri armati, nel tentativo inutile di creare una zona di cuscinetto di circa 80 metri per arginare nuove violenze.
Poco dopo i facinorosi hanno abbattuto il cordone degli agenti, aggredendo i panzer, e in piazza Tahrir è esplosa una violenta sassaiola, tuttora in corso, tra i due schieramenti. Pietre e altri oggetti sono stati lanciati persino dai terrazzi.

L’opposizione rifiuta il dialogo

Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio, sempre i sostenitori di Mubarak, secondo le testimonianze raccolte, avevano aperto il fuoco contro gli oppositori del rais, provocando nuove vittime, nonostante i tentativi  dell’esercito disperdere le persone armate, sparando a sua volta alcuni colpi in aria.
Secondo quanto riferito da Al Jazeera, i militari hanno anche eseguito alcuni arresti nei pressi della piazza Abdel Munim Riyad; non è chiaro però a quale schieramento appartengano le persone fermate.
Due giornate sanguinarie, durante cui sono morte 13 persone (la maggior parte delle quali sarebbero oppositori al regime) e oltre 1.200 sono rimaste ferite: tra queste, ha comunicato il  ministro della Sanità Ahmed Samih Farid, 86 sarebbero gravi. I primi soccorsi sono stati forniti negli ospedali di fortuna allestiti all’interno delle moschee nei pressi della piazza.
PICCHIATORI PRO MUBARAK. Chi siano i facinorosi, che armati di spranghe e coltelli inneggiano a Mubarak, è tutt’altro che accertato. C’è chi parla di una spaccatura all’interno dell’esercito, tra coloro disposti a difendere Mubarak a oltranza e quelli che vogliono accelerare la transizione democratica.
L’opposizione parla di picchiatori scelti, pagati dal regime per destabilizzare il Paese. Anche per questo, ogni tentativo di conciliazione finora è stato inutile: Mohamed El Baradei e i Fratelli musulmani hanno rispedito al mittente l’invito del vice presidente Souleman a un incontro di mediazione: «Prima deve andarsene Hosni Mubarak», ha replicato il leader e premio Nobel della Pace (leggi il profilo di Mohammed El Baradei).
Avrebbero invece accettato l’offerta i liberali, il partito nazionalista Wadf. Secondo altre fonti, ai colloqui parteciperebbero anche dei rappresentanti dei dimostranti di piazza Tahrir.
Il vice presidente Suleiman ha parlato di disordini frutto di un «complotto» ordito da «Paesi stranieri, dai fratelli musulmani e da alcuni partiti», che hanno inviato «infiltrati» nella capitale.

Obama e Clinton: «Transazione immediata»

«Prego affinché sorga un giorno migliore in Egitto e affinché i diritti e le aspirazioni del popolo egiziano possano essere realizzati. Siamo preoccupati per la violenza che vediamo in Medio Oriente», ha dichiarato il presidente americano Barak Obama, facendo eco al segretario di Stato Hillary Clinton, che la sera del 2 febbraio aveva chiesto al vicepresidente Sulemain «la transizione immediata».
LA PAURA PER L’ECONOMIA. Dietro all’improvviso attivismo della diplomazia occidentale sembra non esserci però solo la paura per la vita degli egiziani coinvolti e la democrazia.
La Francia, a capo del G20, per bocca del ministro dell’Economia Christine Lagarde, ha rivelato che il prezzo del petrolio in ascesa e il timore per una possibile chiusura del canale di Suez sono in cima ai grattacapi dell’Europa. «Guardiamo alla situazione con estrema attenzione, dal punto di vista dei prezzi del petrolio e della altre materie prime, e agli effetti che ciò potrebbe avere sulla nostra economia», ha dichiarato alla stampa. Precisando subito dopo che l’attenzione agli impatti economici, «non vuol dire che non ci interessi ciò che sta succedendo sul campo: ma quella è piuttosto una questione da capi di Stato, o da ministri degli Esteri». Un modo insolito per dichiarare impotenza o disinteresse.
Il ministro italiano Franco Fattini, la cui gestione della situazione egiziana è stata quantomeno discutibile (leggi l’articolo sulla diplomazia in vacanza), ha infine riferito al Parlamento sullo stato della crisi nord Africana, segnalando che sono almeno 4.500 gli italiani, in Egitto per lavoro o vacanza o trasferiti stabilmente, che sono stati rimpatriati.
LA CONDANNA DEI LEADER DELL’UE. Dall’Unione europea è arrivata la ferma condanna ai fomentatori delle violenze, nero su bianco in una nota congiunta dei leader. «Assistiamo con estrema preoccupazione al deterioramento della situazione in Egitto. Il popolo egiziano deve poter esercitare il proprio diritto a manifestare pacificamente, e beneficiare della protezione delle forze di sicurezza. Le aggressioni contro i giornalisti sono inaccettabili», hanno scritto il presidente francese Nicolas Sarkozy, il premier italiano Silvio Berlusconi, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro britannico David Cameron e il premier spagnolo José Luis Zapatero.
«Ferma condanna a tutti coloro che usano o incoraggiano la violenza, la quale non potrà che aggravare la crisi politica che attraversa l’Egitto. Solo una transizione rapida e ordinata verso un governo che goda di ampio sostegno consentirà di superare le grandi sfide che l’Egitto si trova ad affrontare. Il processo di transizione», hanno concluso i governatori «deve cominciare adesso».
USA, CAMPAGNA CONTRO I GIORNALISTI. Dopo una riunione d’emergenza dei capi missione, i Paesi Ue hanno anche annunciato un’azione comune presso le autorità egiziane, a tutela dei giornalisti internazionali che operano in Egitto. Il Dipartimento di Stato americano ha espresso la sua «condanna» per una «campagna concertata per intimidire i giornalisti» stranieri.