Egitto, la vittoria di Pirro di al Sisi

Barbara Ciolli
29/03/2018

Affluenza al 42%, ancora più bassa di quella del 2014. Il presidente è riconfermato con il 92% dei voti, ma solo un egiziano su tre lo ha scelto. Colpa della dura repressione e del governo fallimentare.

Egitto, la vittoria di Pirro di al Sisi

No news, good news, almeno per il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi. Mentre senza sorprese il generale sbaragliava con oltre il 92% alle elezioni nazionali l'unico finto avversario rimasto, il governativo Moussa Mostafa Moussa, le vere notizie dal Cairo erano altre: le pessime condizioni di salute dell'unico presidente democraticamente eletto nel Paese, l'islamista Mohammed Morsi deposto con il golpe di Sisi nel 2013 e la bassa affluenza, scesa al 42% degli aventi diritto al voto. Un grido di protesta della società egiziana, considerato che per evitare figuracce soprattutto di fronte alla comunità internazionale, attraverso l'Autorità elettorale nazionale il regime militare ha promesso una multa di 500 sterline egiziane (circa 23 euro, in Egitto lo stipendio medio mensile è di 55 euro) a chi ha disertato le urne.

UN EGIZIANO SU TRE PER AL SISI. La riconferma di al Sisi è annunciata come un plebiscito. Ma, dagli stessi dati dei media di Stato, al presidente uscente sono andate poco più di 22 milioni di preferenze, tra i circa 59 milioni di cittadini registrati e solo in parte poi andati a votare. Una vittoria di Pirro: appena un terzo degli egiziani ha scelto al Sisi che solo grazie alla bassa partecipazione e alla mancanza di avversari reali (diversi aspiranti candidati sono stati indagati, incarcerati o spinti a rinunciare) ha evitato il ballottaggio, che era previsto dal 24 al 26 aprire 2018. In Egitto per superare il primo turno (a questa tornata dal 26 al 28 marzo) basta ottenere il 51% dei consensi, a prescindere da quanti votino. Va da sé che l'affluenza non è mai stata alta: al 47,5% anche nel 2014, alle Presidenziali farsa per legittimare la sua presa del potere.

Allora al Sisi incassò il 97% dei consensi e l'adesione fu maggiore. Stavolta non ha certo motivato gli elettori il report, rilasciato alla vigilia del voto dal Detention review panel (Drp) su commissione dei famigliari di Morsi, sulle condizioni dell'ex presidente e leader della Fratellanza musulmana. Condannato in diversi processi, tra il 2015 e il 2017, (per arresto e tortura di manifestanti, rivelazione di segreti dell'intelligence al Qatar e oltraggio alla giustizia, e sono solo alcuni tra i reati che gli vengono imputati), Morsi è da tre anni recluso in isolamento nel carcere di massima sicurezza di Tora, a Sud del Cairo. Nel famigerato complesso, chiamato anche “Lo scorpione” e citato in diversi rapporti delle Ong sulle violazioni dei diritti umani, dall'inizio del 1900 vengono detenuti i criminali più pericolosi e centinaia di prigionieri politici.

IL SUPER CARCERE DEI DISSIDENTI. Dalle spire dell'inferno di Tora riuscirono a scappare, alla fine degli Anni 80, tre jihadisti implicati nell'assassinio del presidente Anwar Sadat e da allora le barriere del carcere duro sono state ulteriormente innalzate. Da lì partirono, per ordine della Cia, anche alcune extraordinary rendition della Cia, le deportazioni illegali di sospetti terroristi islamici durante l'Amministrazione Bush. E sempre lì gli agenti dell'intelligence torturano i dissidenti del regime. Molti di loro, come Morsi, appartengono alla Fratellanza musulmana, equiparata da al Sisi a organizzazioni terroristiche come Isis o al Qaeda. Una mossa per mettere a tacere le proteste di piazza Tahrir, epicentro delle Primavere arabe del 2011. Ma molti detenuti politici sono ormai anche laici, attivisti, intellettuali critici: sotto al Sisi la repressione è tornata alta come dopo l'omicidio di Sadat, all'inizio della lunga era di Hosni Mubarak.

In Egitto sono circa 60 mila i prigionieri politici e centinaia gli scomparsi ogni anno

Diversi anche i giornalisti alla sbarra e torturati come lo fu a lungo, e barbaramente, Giulio Regeni prima di morire. Molti giovani egiziani spariti come il ricercatore italiano figurano mesi dopo tra i fermati, di altri di loro non si sa più nulla: sono circa 60 mila di prigionieri politici detenuti, dal 2015 di circa 700 scomparsi (nei giorni di repressione per le ricorrenze delle proteste, anche fino a 5 al giorno) si sono perse le tracce. Migliaia i membri della Fratellanza musulmana arrestati dal 2013, anche tra i quadri del movimento: del 67enne Morsi, attraverso varie testimonianze e pareri di esperti, nel rapporto si è ricostruito che sta ricevendo «cure inadeguate per gestire il suo diabete e i problemi al fegato». I medici prevedono un «probabile, rapido deterioramento del suo stato di salute, probabilmente destinato a portarlo a una morte prematura».

CRITICHE PER IL GOVERNO. Per i giuristi del Drp ci sono gli estremi perché «al Sisi risponda, in linea di principio, del reato di tortura»: il governo egiziano ha anche ignorato la richiesta del gruppo di visitare Morsi. Ma la consapevolezza e talvolta l'indignazione per la mancanza di libertà e l'uso della forza del regime non sono le sole ragioni del basso appeal del rieletto al Sisi: la popolazione è anche delusa dall'insuccesso delle sue misure economiche per uscire da una grave crisi e dalle regalie fatte di recente a Stati come l'Arabia Saudita, grosso finanziatore del Cairo al quale è stata ceduta la sovranità di due isolette contese del Golfo, o addirittura a Israele, che commercerà con l'Egitto il gas delle acque palestinesi. Gli elettori egiziani disapprovano, ma non hanno alternative.

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