Egitto, le grandi purghe pre elezioni di al Sisi in un clima di terrore

Barbara Ciolli
17/03/2018

Il generale ha eliminato i rivali politici. Chiuso i media. E arrestato i giornalisti prima del voto, il 28 marzo. Ma la sua guerra ai potenziali successori ne tradisce l'isolamento e il declino.

Egitto, le grandi purghe pre elezioni di al Sisi in un clima di terrore

Le purghe disposte dal presidente e generale egiziano Abdel Fattah al Sisi in vista delle elezioni del 26-27-28 marzo 2018 (si vota tre giorni, in un eventuale secondo turno anche dal 19 al 21 aprile) superano quelle dell'alleato russo Vladimir Putin, in procinto di una quarta riconferma a capo di Stato, il 18 marzo.

REPRESSIONE COME IN TURCHIA. Come il leader del Cremlino, al Sisi non ha rivali da fronteggiare ed è probabile una sua vittoria già al primo turno: la disillusione sul suo operato è forte, ma i suoi competitor, anche militari, sono stati arrestati o costretti al ritiro negli ultimi mesi. E la repressione delle voci critiche di attivisti, giornalisti e oppositori sfida quella dell'omologo Recep Tayyip Erdogan in Turchia.

CHIUSI 500 MEDIA DA METÀ 2017. Nell'ultima classifica sulla libertà di stampa di Reporter senza frontiere (Rsf), l'Egitto è scivolato al 161esimo posto (su 180 Paesi) con oltre 500 media chiusi dal maggio 2017 e più di 30 giornalisti in prigione: terzo Paese al mondo, dopo Turchia e Cina, per reporter ammanettati.

CENSURA E LOTTA ALLE FAKE NEWS. Ma con la caccia alle fake news, sempre più aggressiva nella campagna elettorale a senso unico, il faraone al Sisi potrebbe superare per censura e arresti il sultano Erdogan: talk show e programmi satirici critici sono stati chiusi e il procuratore generale Nabil Sadeq (il più disponibile all'apparenza a “collaborare” con le autorità italiane sull'omicidio di Stato di Giulio Regeni) ha accusato la stampa di «disturbare l'ordine pubblico e terrorizzare la società».

Tra gennaio e febbraio anche quattro giornalisti di punta sono stati fermati per aver intervistato potenziali sfidanti di al Sisi, poi estromessi, o aver messo in cattiva luce l'operato del regime militare. La procura generale ha lanciato una linea telefonica per spingere i cittadini a denunciare, anche via sms o Whatsapp, le notizie ritenute false di tivù, giornali e siti online.

BOICOTTAGGIO CONTRO LA BBC. In aggiunta alla persecuzione del network internazionale al Jazeera e di altri media finanziati dal rivale geopolitico del Qatar (bloccati in Egitto dopo che diversi loro giornalisti era stati arrestati), è scattata una campagna di denigrazione e boicottaggio, fomentata dall'Agenzia d'informazione di Stato (Sis), contro la Bbc per presunta «violazione di standard etici e professionali».

QUANTI CASI COME REGENI. La scintilla è stato un breve documentario, trasmesso dall'emittente di Stato britannica, sulla scomparsa di una giovane attivista, con la madre in lacrime testimone di «torture e abusi» subiti dalla figlia detenuta, da oltre un anno, dalle autorità egiziane. Subito dopo anche la madre, come altri famigliari e amici di oppositori alle sbarre, è stata arrestata: nelle prigioni del regime le Organizzazioni non governative per i diritti umani anche arabe denunciano oltre 60 mila detenuti politici.

CENTINAIA DI DESAPARECIDOS. I blogger egiziani parlano di centinaia di desaparecidos, oltre alle decine di fermati tra giornalisti, attivisti e intellettuali liberi. Ad alcuni, come la scrittrice Yasmine al Rashidi, non è stato di recente permesso di lasciare il Paese per partecipare a incontri, anche in Italia.

Uno dopo l'altro, da dicembre 2017 tutti i rivali politici di al Sisi sono stati sistematicamente arrestati o hanno rinunciato a candidarsi

Chi non è agli arresti, viene monitorato. Una censura pressoché totale che stupisce, considerata l'assenza di concorrenti di al Sisi per le Presidenziali: uno dopo l'altro, da dicembre 2017 sono stati sistematicamente eliminati tutti gli aspiranti candidati che potessero costituire la benché minima minaccia del presidente in carica.

NEL MIRINO L'ULTIMO PREMIER DI MUBARAK. L'ultimo premier della stagione di Hosni Mubarak, Ahmed Shafiq – sconfitto con il 2% di scarto alle elezioni democratiche del 2012 dal presidente Mohammed Morsi, defenestrato poi da al Sisi – ha abbandonato a gennaio 2018 l'idea di candidarsi, dopo una serie di notizie, smentite poi dai fatti, sul suo essere finito agli arresti domiciliari negli Emirati Arabi (stretti alleati dell'Egitto), o sulla sua scomparsa.

USCITI DI SCENA SFIDANTI EMERGENTI. Secondo una ridda di indiscrezioni, dei famigliari di Shafiq sarebbero ancora trattenuti dalle autorità. A gennaio sono usciti di scena anche sfidanti emergenti, e di peso, come l'ex deputato Anwar Sadat, nipote del presidente egiziano ucciso nel 1981, cacciato dal parlamento con l'accusa di passare informazioni alle diplomazie straniere, e l'ex capo di Stato maggiore e generale Sami Anan, arrestato per la presunta falsificazione di documenti necessari alla sua candidatura.

VIA ATTIVISTI E COLONNELLI SCOMDODI. Fatti fuori, per la condanna nel dicembre 2017 a 6 mesi di carcere, anche il colonnello Ahmed Kosowa e, per una sentenza in primo grado pendente dall'autunno 2017 su «offese alla decenza», l'avvocato per i diritti umani Khaled Ali, già candidato nel 2012 e attivista di piazza Tahrir.

La purga di tutti gli avversari di al Sisi ricorda, su scala minore, il modus operandi del principe ed erede al trono saudita Mohammed bin Salman. Le sue epurazioni hanno avuto vasta eco, come quelle di Erdogan e di Putin, al contrario di quelle in Egitto nonostante in Turchia e in Russia resistano più oppositori.

IN MANETTE DOPO UN'INTERVISTA. Dalla sua casa del Cairo, a febbraio, è stato prelevato anche il leader islamista Moneim Aboul-Fotouh: fuori dai giochi per l'aver a lungo militato nella Fratellanza musulmana (bandita come organizzazione terroristica), le manette sono scattate per la sua recente intervista su al Jazeera. E anche i due anziani attivisti di sinistra Gamal Fattah e Hassan Hussein a marzo sono spariti dalle loro abitazioni.

SOLO IL RIVALE FANTOCCIO MOUSSA. In corsa contro al Sisi è stato lasciato solo il candidato fantoccio Moustafa Moussa, suo grosso sostenitore. Il clima di terrore delle fittizie Presidenziali egiziane non incoraggia gli oltre 50 milioni di cittadini che ne hanno diritto di andare a votare, ma è anche specchio della debolezza politica e istituzionale di al Sisi.

GRAVE CRISI ECONOMICA NEL PAESE. A un lustro dalla sua salita al potere, il generalissimo non ha alleggerito il Paese dalla grave crisi economica che lo vincola a 12 miliardi di aiuti del Fondo monetario internazionale (Fmi) e ad altre decine di miliardi di finanziamenti, economici e militari, dagli Emirati Arabi che fanno il lavoro sporco per l'Egitto in Libia, dall'Arabia Saudita, dalla Russia e dagli Usa. Un terzo della spesa pubblica serve a riparare i debiti con l'estero.

Al Sisi ha regalato due isolette contese all'Arabia Saudita, acquisterà gas naturale da Israele e venderà parte del suo agli Emirati Arabi

I grandi progetti faraonici del canale di Suez e di rilancio delle località costiere e sul Mar Rosso, con resort e grandi opere infrastrutturali alle quali lavorano anche grandi gruppi italiani, restano incompiuti e non hanno portato alcuna ripresa. Mentre le massicce operazioni antiterrorismo dell'esercito nel Sinai hanno ridotto in stato d'assedio centinaia di migliaia di abitanti di centri della regione come Arish.

POPOLARITÀ IN CALO CONSISTENTE. La popolarità di al Sisi tra gli egiziani è calo consistente anche per il regalo, nel 2017, dell'Egitto delle isolette contese di Tiran e Sanafir all'Arabia Saudita e il recente accordo con Israele per l'export di gas naturale – dalla regione rivendicata dai palestinesi – attraverso le compagnie del Cairo, per un valore di 15 miliardi di dollari e miliardi di metri cubi in 10 anni.

EPURAZIONI ANCHE TRA I MILITARI. Né gioverà all'immagine di al Sisi la vendita, a marzo, agli Emirati Arabi del 10% del giacimento offshore di gas di Zohr, il più grande del Mediterraneo, da parte del colosso Eni che ha scoperto e controlla il maxi sito estrattivo egiziano. Il tesoro di gas influenza non poco anche la gestione italiana della crisi con l'Egitto per il caso Regeni, a sua volta spia delle divisioni tra apparati militari egiziani tutt'altro che risparmiati, nella corsa per le Presidenziali, dalle epurazioni di esponenti del regime potenziali successori di al Sisi. La sua caccia alle streghe ne riflette l'isolamento e il declino. E se gli egiziani sono certi della sua imminente riconferma, si aspettano anche un'era al Sisi parecchio più breve dei 30 anni trascorsi sotto Hosni Mubarak.

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