Egitto, strade di anarchia

Redazione
30/01/2011

dal Cairo Andrea Bernardi Al Cairo si continua a combattere. La capitale egiziana, da cinque giorni investita dalle proteste contro...

dal Cairo
Andrea Bernardi

Al Cairo si continua a combattere. La capitale egiziana, da cinque giorni investita dalle proteste contro il presidente Mubarak, è assediata dai manifestanti. I cellulari hanno ripreso a funzionare solo nella giornata di sabato 29 gennaio.
Ma il regime non ha intenzione di fare lo stesso con internet. Almeno per ora. È oscurato da quattro giorni e nessuno sa quando verrà riattivato.

«Mubarak deve andarsene»

Venerdì notte, dopo i violenti scontri (leggi la cronaca del Venerdì della collera) la polizia ha lasciato le strade nelle mani dell’esercito. Erano stati proprio i manifestanti a chiedere che fossero i militari a intervenire.
«YES WE CAN». La gente è arrabbiata. Le foto di Mubarak con la X nera sul volto sono ovunque. «Mubarak get out», Mubarak vattene, si è urlato per le strade.
Su un cartello c’era scritto a mano, in inglese: «Yes, we can». Lo stesso slogan adottato dal presidente degli Stati Uniti Obama durante la campagna elettorale.
L’ABBRACCIO CON I MILITARI. I cittadini scesi in piazza dal ‘Venerdì della collera’ sono convinti di ciò che fanno e si vede.
È bastato salire sulla sopraelevata per vedere Piazza Tahrir, la più grande del Cairo, piena di gente (leggi articolo).
I manifestanti si sono arrampicati a gruppi sopra i carro armati e i blindati dell’esercito, abbracciando i militari e sventolando bandiere egiziane. Molte persone hanno offerto bibite e cibi ai soldati. Uno dei capi militari presente nella piazza viene è stato preso e portato in giro dalla folla in segno di festa.
Sullo sfondo, il palazzo del Partito nazionale di Mubarak, da 24 ore è in fiamme.

Criminali comuni allo sbando

Ma a poche centinaia di metri da piazza Tahrir è scoppiato l’inferno. La polizia non si è ritirata del tutto. È arretrata, ma è rimasta presente. 
Nel primo pomeriggio di sabato, mentre veniva celebrato il funerale di uno dei morti degli scontri, a Falaky Square è iniziata la battaglia. I proiettili di gomma e i lacrimogeni hanno lasciato il posto alle munizioni. Quelle vere.
LA MOSCHEA COME OSPEDALE. Il fumo delle barricate e delle auto in fiamme si alzava in alto. Morti e feriti sono stati trasportati verso la moschea, che è diventata un ospedale di fortuna. C’era sangue da tutte le parti e molti giovani, davanti alla stampa e ai fotografi, si sono sollevati le magliette e abbassati i pantaloni per mostrare le ferite: «Questo», ha detto a Lettera43.it uno di loro, «è il nostro governo. Queste ferite», ha raccontato mostrando il polpaccio, « me le ha fatte lo Stato. Grazie Mubarak».
Intanto, in alcune aree fuori dal centro cittadino, dove i manifestanti anti-governativi fronteggiavano la polizia, si è imposta l’anarchia.
Molti criminali comuni giravano armati di spranghe e coltelli saccheggiando quello che trovavano sulla loro strada.
COPRIFUOCO ANTICIPATO. Il coprifuoco è stato anticipato: non più dalle 18 alle 7 ma dalle 16 alle 7. Tra i manifestanti in pochi l’hanno rispettato. Al calare del sole Il Cairo è sembrata una città fantasma. Uscire dagli hotel, per gli stranieri, è diventato pericoloso. Fino a notte fonda nelle vie adiacenti a piazza Falaky si sono avvertiti urla e spari.
L’azzeramento di governo voluto dal Raìs non è certo strato sufficiente (leggi la cronaca degli scontri in Egitto) e le proteste, per ora, vanno avanti.