Francesco Pacifico

La notte elettorale nelle stanze di M5s e Lega

La notte elettorale nelle stanze di M5s e Lega

Il silenzio assordante in seno al Movimento. La nuova linea di Salvini per l'esecutivo. Dagli exit poll ai risultati: come sono cambiati gli umori all'interno dei due azionisti di governo.

26 Maggio 2019 23.07

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Fortuna loro che Bruno Vespa ha allargato le forchette degli exit poll all’inverosimile. Perché Luigi Di Maio e Matteo Salvini – divisi su tutto nelle ultime settimane – hanno passato la notte elettorale a contare i voti e a confrontarli con i sondaggi e le proprie aspettative. Se il primo è sicuramente il grande sconfitto di questa tornata, l'altro – visti i primi risultati più generosi – ne ha subito approfittato per cantare vittoria e dare una nuova linea al governo.

Il leader grillino – arrivato alla Camera prima di mezzanotte – si è chiuso nel più totale silenzio in un ufficio di Montecitorio in attesa di dati sicuri e nella speranza vana di rosicchiare qualche percentuale in più rispetto al 22% che per tutta la giornata hanno dato gli exit poll, sceso al 20 nella prima proiezione. Ma guardando i primi numeri da Porta a Porta, Rocco Casalino, il portavoce di Giuseppe Conte e potente capo della Comunicazione grillino, è sbottato: «Alle Comunali come alle Europee, chissà perché gli elettori non ci premiano. Però alle scorse Europee gli exit poll davano Renzi al 32% poi ha preso il 40!». I grillini si ritroveranno con almeno 10 punti in meno rispetto alle politiche di un anno. Se non bastasse, rischiano di essere superati dal Pd. Subito è stato trovato il primo capro espiatorio: il Sud, anzi l’astensione al Sud, che ha frenato la ripresa segnalata dai sondaggi negli ultimi giorni. Anche se è al Nord che il Movimento ha rallentato di più. Inizialmente, l’unica consolazione era che la Lega – stando ai primi exit poll – non pareva superare il 30, anzi era forte la speranza che Salvini venisse ridimensionato.

LE PREOCCUPAZIONI DEL PREMIER CONTE

A Milano, nel fortino di via Bellerio, anche il Capitano aspettava di capire l’esito delle elezioni. A differenza dell’alleato, le proiezioni che si sono susseguite nella notte si sono rivelate più generose, gli hanno dato qualche punto in più utile a sfondare la soglia psicologica del 30%. Per marcare il suo ruolo di uomo forte della politica italiana, Salvini non soltanto ha ringraziato «gli italiani per la vittoria» e fatto sapere che il governo non rischia. Ha detto che «non vorrà una poltrona in più». Eppure, ha fatto intendere di aspettarsi una nuova marcia col via libera ad autonomie, Tav e sblocca cantieri. Provvedimenti che vanno approvati subito anche superando l'attuale contratto di governo. Promesse di non belligeranza a cui non credono né i grillini né Conte, rimasto a casa sua davanti alla tivù. Chi lo ha sentito nei giorni scorsi ha spiegato che il premier sarebbe più preoccupato dal crollo nella Ue di diversi partiti sovranisti e dalla tenuta delle storiche famiglie politiche europee (Il Ppe, i socialisti, ma soprattutto l’Alde), dove non ci sono né Movimento 5 stelle né Lega. E la cosa – a suo dire – potrebbe ridimensionare le speranza del governo italiano di strappare nella futura Commissione una poltrona di commissario potente o condizioni migliori per la prossima manovra.

Un conto è il 10% per il nostro futuro, un altro il 9,8

Fatto sta che in via Bellerio è forte la consapevolezza che prendere il 30% sia importante non soltanto a livello mediatico, ma voglia dire anche conquistare un europarlamentare in più. Senza contare che tutti hanno iniziato a interrogarsi sulla strategia del loro capo: sì, la vittoria è innegabile, ma al Sud non si è sfondato e al Nord la corsa è stata rallentata dopo l’offensiva della magistratura. Senza contare che in Piemonte ci potrebbe essere un governatore forzista, Alberto Cirio. Cioè di un partito del quale Salvini pensava di poter raccogliere tutte le ceneri senza grandi sforzi.

I PENSIERI DI PD E FORZA ITALIA

All'inizio della notte elettorale hanno gongolato Pd come Forza Italia. Il Nazareno, con la cura Zingaretti, si è ritrovato dopo mesi di opposizione apatica secondo partito italiano. Andrea Orlando ha fatto subito sapere che il governo ha i giorni contati. Dal fronte renziano Ettore Rosato, però, ha aggiunto che non ci sono le condizioni per un ribaltone con i grillini. A sinistra sanno bene che non è una svolta. Ha raccontato un parlamentare: «Alle Europee il risultato migliore lo abbiamo ottenuto al Nord, dove però perdiamo la Regione Piemonte». Come dire, è un voto di protesta, ora dobbiamo radicare il partito oltre il Po. Sul fronte forzista, da Milano hanno fatto sapere che Silvio Berlusconi era rasserenato dal 10% dato dai primi exit poll, anche perché quel pacchetto di voti poteva essere sufficiente a convicere Salvini a ritornare nei confini del centrodestra. Ma con lo scorrere della notte le proiezioni hanno ridimensionato la tenuta. Con molta franchezza Andrea Cangini, ex direttore del Qn e deputato eletto nelle Marche, ha ammesso: «Un conto è il 10% per il nostro futuro, un altro il 9,8».

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