Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?

Per Bruxelles e Strasburgo si fa un uso più "disinvolto" delle preferenze. Che provocano inaspettati (ed effimeri) boom: Salvini nel 2019, Renzi nel 2014, l'Italia dei valori nel 2009 e la Lista Bonino nel 1999. La premier prenderà un'ubriacatura in stile Papeete che potrebbe diventare boomerang? L'analisi del politologo Ignazi.

Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?

Exploit anomali che finiscono per inebriare partiti o leader politici che poi, regolarmente, tendono a perdere il contatto con la realtà e si “bruciano”. Le Europee vengono spesso considerate in Italia un po’ delle elezioni di midterm, un giudizio sulla maggioranza politica e sul governo di turno. In un’ottica alquanto provinciale, che sconta ancora lo scarso contatto tra l’opinione pubblica nostrana e i cruciali temi della vita istituzionale continentale, si ragiona, si vota e si commenta l’esito delle urne per lo più utilizzando le categorie di valutazione del nostro piccolo cortile domestico.

Trionfano il voto di opinione e il residuo voto di appartenenza

Non per niente le Europee rappresentano per eccellenza la tornata in cui trionfano il voto di opinione e il residuo voto di appartenenza, alimentato dal sistema proporzionale. Con l’aggravante che l’affluenza viaggia mediamente 17-18 punti sotto quella delle più vicine Politiche, mentre entrambi gli appuntamenti fanno registrare un continuo e inesorabile arretramento della partecipazione dei cittadini. Italiani, dunque, particolarmente distratti quando si vota per Bruxelles e Strasburgo? Forse, ma sicuramente pronti a tributare fiducia al leader che interpreta al meglio lo zeitgeist del momento, che sa cavalcare l’onda effimera di quel dato frangente politico.

Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?
Giorgia Meloni a Bruxelles (Getty).

Renzi volò col bonus 80 euro, Salvini invocò i «pieni poteri»

Come dimenticare, nel 2014, il 40,8 per cento raccolto dal Partito democratico di un rampante Matteo Renzi appena arrivato a Palazzo Chigi e subito protagonista dell’operazione “bonus 80 euro”? Sappiamo tutti come l’uomo di Rignano abbia poi dilapidato quell’enorme apertura di credito, la scommessa e la pretesa di grandeur sulla riforma costituzionale e infine lo schianto contro il muro del referendum del dicembre 2016. E che dire di Matteo Salvini e del roboante 34,3 per cento del 2019? Il Capitano sfruttò politicamente al meglio la coabitazione al governo con il Movimento 5 stelle e si illuse che quel voto europeo potesse consegnargli in mano il Paese. Mandò in frantumi il Conte I al Papeete, chiese agli italiani «pieni poteri», convinto di andare alle Politiche anticipate, e poi rimase con un pugno di mosche, subendo un logoramento (prima all’opposizione e poi al governo con Mario Draghi) che lo ha ricacciato nel purgatorio di percentuali di consenso a una cifra.

Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?
Matteo Salvini e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Anche la Lista Bonino e Di Pietro raggiunsero vette mai più toccate

Andando ancora a ritroso, non mancano nella storia delle elezioni Europee altri risultati di notevole caratura che però non rispondevano a trend duraturi. Boom isolati, caduchi ed estemporanei che forse sono figli dello scarso peso che continuiamo a dare all’Europa, un atteggiamento che ci porta a scommettere, a osare o magari a considerare il voto continentale come un sondaggio sugli umori del momento. Basti ricordare il roboante 8,5 per cento della Lista Bonino nel 1999, mentre cinque anni prima aveva raggranellato appena il 2,1 per cento e sarebbe poi tornata sulle stesse percentuali nel 2004 e nel 2009. Oppure il clamoroso 8 per cento dell’Italia dei valori di Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Sonia Alfano nel 2009, un risultato praticamente doppio rispetto alle Politiche di appena un anno prima e quadruplo se confrontato con il voto europeo del 2004.

Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?
Emma Bonino nel 2018 (Imagoeconomica).

L’importanza dell’Ue e l’assurda idea delle candidature civetta

«Tecnicamente si definiscono elezioni di second’ordine. Non si vota per il governo nazionale o per gli equilibri domestici e l’elettore è più disinvolto nell’uso della scheda elettorale, per cui si tendono a privilegiare attori politici che in altre occasioni non sfondano», spiega a Lettera43 il politologo Piero Ignazi, professore all’Alma Mater Unibo. «La storia delle Europee ci racconta che, con le dovute eccezioni, si favoriscono forze minori e di opposizione, soprattutto se il governo è in fase iniziale. Questo però accadeva soprattutto in passato». Ora le cose stanno via via cambiando, «perché l’Europa è sempre più un tema politico: negli ultimi anni l’opinione pubblica si è accorta dell’importanza dell’Ue, di quanto siano necessarie le sue decisioni e quanto essa vincoli quelle nazionali», riflette Ignazi. «Comunque, è vero che ancora prevalgono i temi e gli interessi interni, non a caso tiene banco questa assurda idea delle candidature civetta: solo in Italia i leader politici, o addirittura il capo del governo, si candidano per drenare voti. Silvio Berlusconi lo faceva sempre e all’estero non guardano certo con favore a quest’usanza che squalifica il nostro dibattito sull’Europa».

Elezioni europee, storia di un voto di pancia tra exploit e fuochi di paglia: quanto rischia Meloni?
Il politologo Piero Ignazi (Imagoeconomica).

Le incognite per la premier: i risultati degli alleati e la tenuta della maggioranza

Ora, infatti, tutti attendono al varco Giorgia Meloni che continua a prendere tempo sulla sua personale candidatura e comunque a giugno 2024 potrebbe confermarsi oltre le percentuali ottenute il 25 settembre del 2022. In questo caso non si tratterebbe di un exploit isolato, certo, ma piuttosto del rafforzamento di un trend. E tuttavia ci sono molte incognite e alcuni fattori politici delicati che la premier dovrà gestire con accortezza: i risultati degli alleati e la tenuta della maggioranza (vedi l’ipotesi di un tracollo di Forza Italia), la propria collocazione nel nuovo scenario europeo, la concorrenza a destra di Salvini e degli ultra-sovranisti. Meloni non sembra tipa da ubriacatura, ma il presumibile successo potrebbe rivelarsi un boomerang anche per lei? «Più che altro vedo per la premier un rischio in un eventuale successo di Salvini», conclude il politologo faentino. «Il possibile crollo di Fi, invece, non mi sembra un problema: tanto la maggior parte dei forzisti andrebbe comunque verso di lei».