Elezioni 2018 e trattative: così l’Italia narra la politica come un reality

Massimo Del Papa
27/03/2018

Stiamo assistendo a un processo involutivo, di infantilizzazione del dibattito, che non lascia tranquilli. La liturgia istituzionale segue ormai la logica del reality del varietà del sabato sera.

Elezioni 2018 e trattative: così l’Italia narra la politica come un reality

Un tangaccio. Una mazurka di periferia. Una lounge grottesca alla Fantozzi. Breaking news! «Ecco! Ecco! Ci siamo! Vi interrompo brevemente, scusate, ma…». La narrazione dell'elezione dei presidenti delle Camere ha segnato, televisivamente parlando, nuovi orizzonti, più cartonati, più cartoonati. Qualcosa di isterico, di avventuroso, di genere fantafiction, qualcosa che c'è ma non c'è (o viceversa), che esiste ma è distante, come di un altro mondo che ci investe ma non ci riguarda, ci condiziona da remoto come la luna con le maree ma vive di logiche tutte sue e noi possiamo solo guardarlo, subirne i riflessi: appassionandoci, possibilmente.

TUTTO SEMBRA UN GRANDE REALITY. È difficile stabilire se la versione Lara Croft o Tomb Raider di Fico e Casellati – se la playstation del parlamento – sia inevitabile, se cioè cammini marxisticamente «nel senso della storia» – e della tecnologia; quello che però sembra certo è che stiamo assistendo a un processo involutivo, di infantilizzazione delle istituzioni e della politica che non lascia tranquilli: tutto pare trattato lungo le coordinate del reality, comunque del format logorroico, di squisita apparenza, tutto indugia sui particolari secondari, il look del candidato di turno, gli sguardi scoccati con alleati e antagonisti, le entrate e uscite dai ristoranti, e, naturalmente, le schermaglie via Twitter.

Quello che però sembra certo è che stiamo assistendo a un processo involutivo, di infantilizzazione delle istituzioni e della politica che non lascia tranquilli

Ma, quanto a questo, si resta nel solco della comunicazione recente, diciamo degli ultimi 15 anni, al più tardi dal rinomato risotto di D'Alema da Vespa che segnò uno spartiacque nella mitopoiesi del potere. A marcare un salto di qualità in quell'episodio è proprio il modo in cui il contesto nella sua completezza-complessità fu trattato: la dimensione ludica che copre tutto, senza lasciare spazi vuoti e le stesse ricostruzioni scritte se ne lasciarono contagiare. Come se ogni epifenomeno politico – le trattative, le manovre sotterranee, gli inevitabili tradimenti, il minuetto tattico delle finte aperture e dei voltafaccia in contropiede, gli incontri riservati – non potesse ormai venire ricostruito e servito agli elettori-cittadini-spettatori in altro modo, sotto altra luce che non sia quella di un gioco di ruolo.

COME NELLA LITURGIA DEI TELE-CAPODANNI. Complicato pure capire se l'effetto sia cercato o solo pavloviano, cioè servile; se, in altre parole, ci sia del metodo o della malizia in questo epicizzare e insieme irridere i (nuovi) protagonisti delle istituzioni, come a voler significare che, alla fine, non vanno presi sul serio, che sono dei pupazzi (manovrati da chi? Manovranti chi?). Nondimeno si coglie, si intuisce una brezza carica di implicazioni inquietanti, tanto più che i presupposti sono recentissimi: già le scorse elezioni, ancora fresche eppure relegate alla preistoria della cronaca, per quella curiosa distorsione temporale che, complice l'uso forsennato di una tecnologia forsennata, deforma i tempi fisiologici della assimilazione degli eventi, somigliavano tanto alla liturgia dei tele-Capodanni: conti alla rovescia, animazioni anche demenziali, grafici coloratissimi pertanto incomprensibili, strilli, strepiti, previsioni, premonizioni, smentite, manie di persecuzione, miraggi, mancava solo il trenino finale.

Elezioni mai così inafferrabili, ingestibili, una campagna elettorale mai così sopra le righe, orfana di applicazioni tecniche, nella quale non si è parlato “di” lavoro ma “sul” lavoro, non si è mai accennato, neppure per sbaglio, a misure determinabili, alle coperture di spesa per i progetti più fantasiosi, al debito pubblico, ai delicati scenari geopolitici, alle crisi umanitarie, non si è proposta, da nessuna parte, l'ombra di un programma organico e coerente, si è discusso solo di alleanze, di presa del Palazzo, di percentuali, di segmenti elettorali da conquistare come mercati, di proiezioni. Quindi, il giorno della consultazione vera e propria gli argini si sono rotti e l'allegra pazzia ha travolto tutto e tutti. Sino ai fuochi d'artificio finali, coi festeggiamenti dei vincitori che in parecchie circostanze hanno suggerito, più che la composta gravità di chi si sente investito da responsabilità enormi, l'oscena felicità di fine anno, con le cucine vecchie e i pitali scaraventati per strada, preferibilmente sulle macchinette dei Fantozzi che votano.

I festeggiamenti dei vincitori in parecchie circostanze hanno suggerito, più che la composta gravità di chi si sente investito da responsabilità enormi, l'oscena felicità di fine anno, con le cucine vecchie e i pitali scaraventati per strada

A maggior ragione non si fatica a immaginare le proiezioni nel futuro immediate: siamo “solo” alle Camere, dove pure si registrano manifestazioni di giubilo alla gimme five, pugni che impattano, gomitate complici, abbracci animaleschi come dopo un gol, una scomposta volgarità lontana dal rispetto almeno formale per le istituzioni che tutti millantano. Ma la domanda preoccupante è un'altra: che succede, ora, col governo? La “narrazione” fin dove arriva? A un thriller di Dario Argento (o di sua figlia)? Ad una finale modello X-Factor? Il presidente incaricato chiamerà Damiano dei Maneskin a strusciarsi sul palo? Ingaggeranno trapezisti, giocolieri, frombolieri, metteranno in scena un grand guignol rock alla Alice Cooper?

UNO STILE DA VARIETÀ DEL SABATO SERA. Non è solo o tanto una faccenda di comparazione dello zeitgeist esagitato in 3D di oggi con l'austerità in bianco e nero del passato: tutto scorre, facciamocene una ragione, e poi chi l'ha detto che l'affilata asciuttezza di certe tribune elettorali d'antan, tetre, sovietiche fin dalla sigla, fossero così degne di nostalgico rimpianto, al di là della nostra deformazione generazionale? Parce stile sepulto, è la questione di feeling che qui preme: nella riduzione televisiva della liturgia istituzionale a varietà del sabato sera, tutto si fa possibile. Proprio per questo, diventa complicato orientarsi. E, per dirla con Flaiano: «Non capisco, e, siccome non capisco, non mi piace».

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