Andrea Prada Bianchi

Quali sono i temi al centro delle elezioni di midterm

Quali sono i temi al centro delle elezioni di midterm

05 Novembre 2018 14.16
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Come primo test per Donald Trump dopo la vittoria a sorpresa nel 2016, le elezioni di midterm del 6 novembre sono annunciate dalla maggior parte dei media come un referendum sul presidente. Il tycoon è l'argomento centrale del prossimo voto, anche perché lui stesso ha deciso di esporsi in prima persona, ma non è l'unico fattore che gli elettori considereranno (segui qui la diretta del voto). Naturalmente, le questioni in grado di spostare voti sono diverse di Stato in Stato e di distretto in distretto, ma più che in ogni altra precedente tornata parlamentare i candidati stanno puntando su temi di portata nazionale. Ecco i più importanti.

1. TRUMP: IL VOTO È (ANCHE) UN REFERENDUM SUL PRESIDENTE

Secondo un sondaggio condotto da Npr-Pbs-Marist, due terzi degli elettori americani ritengono che il tycoon sia il fattore maggiore che influenzerà il loro voto alle elezioni di metà mandato. «È un'elezione nazionale, un referendum su Trump», ha detto Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public Opinion. D'altronde, mai come in questi due anni la popolazione Usa si è polarizzata a destra e sinistra, e il motivo di questa forbice è proprio Trump e le sue politiche.

Le leggi e le riforme proposte dal tycoon possono essere amate o odiate in blocco, difficilmente ci sono vie di mezzo, e la gente è spinta ad andare al voto per fermare o arrestare Trump. Il commander in chief, inoltre, facendo un comizio dopo l'altro da Est a Ovest, ha reso esplicita la questione: «Votate come se stesse votando per me», è il messaggio ai suoi fan. C'è poi la preoccupazione più grande per il magnate: negli Usa la chiamano October surprise, la temutissima mossa prima di ogni elezione a favore o contro un candidato. In questo caso potrebbe arrivare all'improvviso dall'inchiesta sul Russiagate, su cui da alcuni mesi c'è il silenzio.

2. IMMIGRAZIONE: TRA IUS SOLI E CAROVANA DI MIGRANTI

A una settimana dalle elezioni, Trump ha estratto il suo coniglio dal cilindro per risollevare i sondaggi che vedevano i repubblicani in difficoltà: una ulteriore stretta sull'immigrazione. Il 30 ottobre, il presidente ha annunciato di voler firmare un ordine esecutivo per mettere fine allo storico diritto costituzionale di cittadinanza per i bimbi nati in America da immigrati illegali o da persone che non sono cittadini americani. Ma il grande tema del momento è la cosiddetta “carovana di migranti” partita dal Centramerica e diretta verso il confine Usa. Il presidente ha mandato più di 15 mila soldati alla frontiera per frenare una colonna composta da circa 7 mila persone. Il presidente sa quanto la paura e l'avversione per i migranti abbiano pesato sulla sua vittoria nel 2016 e ora cerca di replicare. Il 22 ottobre ha addirittura messo in guardia su una possibile presenza di «sconosciuti mediorientali» nella carovana.

Un modo per soffiare sul fuoco dell'allarme terrorismo, minaccia che ufficiali dell'intelligence hanno nettamente smentito.

3. VIOLENZA: IL PESO DELLA STRAGE DI PITTSBURGH E DEI PACCHI BOMBA

La scia di sangue piombata sugli Stati Uniti a pochi giorni dalle elezioni ha messo in risalto le divisioni e riaperto storici dibattiti. L'uccisione di due afroamericani in Kentucky, i pacchi bomba inviati a esponenti democratici e la sparatoria nella sinagoga di Pittsburgh hanno spostato il focus sulle responsabilità del presidente per quel che riguarda l'inasprirsi dei conflitti interni al Paese. Sul banco degli imputati è finita la retorica spesso violenta e aggressiva del tycoon. Trump però va avanti per la sua strada, ha respinto seccamente le accuse e puntato a sua volta il dito contro i media «schierati». Le accuse che gli vengono mosse vanno dal non riuscire a essere consoler-in-chief (il capo che risolleva il morale della nazione) all'alimentare le divisioni: i suoi comizi, anche nel bel mezzo dei crimini d'odio, sono fatti – affermano i critici – di attacchi ai democratici, di parole di condanna non seguite da azioni forti, di armi in risposta alle armi. I toni infuocati della campagna elettorale sono ritenuti uno dei fattori alla base dei gesti delle ultime ore, che – secondo gli osservatori – sono a loro volta destinati a influenzare le urne.

Cosa può succedere con un’avanzata democratica alle midterm

Le conseguenze di una avanzata dei democratici alle midterm Usa sulla presidenza Trump e sull’impeachment.

4. DIRITTI DI GENERE: IL CASO KAVANAUGH E LA PINK WAVE

Donne, minoranze e Lgtbq. Nell'era di Trump e del #MeToo, con ancora fresco il caso del giudice Brett Kavanaugh, hanno a portata di mano la possibilità di infrangere molti tabù, soffitti di cristallo e di “rivoluzionare” il Congresso. L'ondata rosa (la pink wave) di candidate ha battuto ogni record e fatto impallidire il 1992, balzato alle cronache come l'“Anno delle donne”: a novembre in corsa ce ne sono 257 per la Camera e il Senato. Altre 16 sono candidate a diventare governatrici. I numeri sembrano favorire i dem: mentre gli uomini sono egualmente divisi tra il partito dell'Asinello e quello dell'Elefantino, il 63% delle donne ha dichiarato che voterà per il primo. Probabilmente, anche per effetto della battaglia sul giudice Kavanaugh, accusato di molestie sessuali e ciononostante confermato alla Corte suprema, che ha tenuto gli americani attaccati alle televisioni per settimane. A quanto sembra dai sondaggi, l'indignazione delle sostenitrici dem di Christine Blasey Ford, la donna che ha testimoniato contro Kavanaugh, ha superato la soddisfazione delle repubblicane nel vedere il giudice scagionato. E le ha convinte a impegnarsi attivamente in questa tornata.

5. SANITÀ: I FARI SULL'OBAMACARE

Nonostante fuori dai confini Usa non se ne parli molto, anche in queste elezioni per gli americani il tema più sentito è quello della sanità. L'approvazione dell'Obamacare costò ai democratici nel 2010 la perdita della Camera a favore dei repubblicani, ma i suoi effetti potrebbero ora dare loro una spinta. I candidati del partito dell'Asinello stanno puntando molto sui rischi per le famiglie nel caso Trump riuscisse ad abolire del tutto la riforma. I repubblicani, al contrario, faticano a confrontarsi con i loro elettori sul tema dopo che i piani del presidente sull'assistenza sanitaria sono falliti.

6. ECONOMIA: TEMA SCIVOLOSO PER DEM E GOP

Apparentemente i repubblicani avrebbero ottimi motivi per puntare sull'economia in campagna elettorale. Il Pil è cresciuto del 4,2% nel secondo quarto del 2018, il tasso di disoccupazione è sceso al 3,7% a settembre e la Borsa è continuamente salita dall'elezione di Trump. Ciononostante, i candidati del Gop non insistono sul tema nei loro comizi e nei loro programmi. Nelle ultime settimane, solo uno spot repubblicano su cinque si è focalizzato sull'economia o sul lavoro. Perché non sfruttare numeri così favorevoli a livello macro-economico in occasione del voto? Secondo un recente sondaggio di Gallup, il motivo è proprio la micro-economia. Una rilevazione dello storico istituto del 10 ottobre ha riscontrato che solo il 39% degli americani ha approvato il taglio delle tasse di Trump, mentre il 46% l'ha disapprovato. Peggio ancora, il 64% degli intervistati ha dichiarato di non aver visto alcun aumento in busta paga. E solo il 38% ha detto di aver ricevuto vantaggi economici. Se i dem hanno difficoltà a usare i dati economici per contrastare il tycoon, l'argomento è scivoloso anche per i repubblicani.

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