Le elezioni di midterm nella storia americana

01 Novembre 2018 17.00
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Una spada di Damocle sul presidente in carica. È riassumibile così il senso del voto di medio termine negli Stati Uniti. Le midterm election rappresentano, nell’architettura costituzionale americana, un metodo per contenere il potere esecutivo e per mettere in atto quei sistemi di contrappesi che tanto erano cari ai padri fondatori .

DEMOCRATICI FAVORITI: TRUMP A RISCHIO VETO

Gli Stati Uniti votano il prossimo 6 novembre (segui qui la diretta delle elezioni). I cittadini americani sono chiamati a rieleggere la totalità dei membri della Camera (435 rappresentanti territoriali che rimangono in carica solo due anni) e un terzo dei membri del Senato (35 su 100, in rappresentanza dei 50 Stati dell’Unione con un mandato di sei anni). Nello stesso giorno si tengono anche le consultazioni in 39 Stati per l’elezione dei governatori. Previsioni e sondaggi danno favorito il Partito democratico che dovrebbe conquistare agevolmente la maggioranza della Camera dei Rappresentanti e potrebbe anche, ma qui gli esperti sono molto divisi, togliere ai repubblicani il controllo del Senato. Perdere una midterm election per il partito del presidente in carica è un colpo molto duro. Significa avere un esecutivo che non può più contare sul sostegno dell’organo legislativo. Sarebbe come, in un regime parlamentare, portare avanti un governo di minoranza. Nel lessico americano il presidente diventa una lame duck, “una anatra zoppa”, un leader privo di grandi possibilità di varare progetti di legge e sottoposto al veto dei suoi oppositori per la designazione di alcune nomine chiave.

Dalla Seconda guerra mondiale, il partito che è alla Casa Bianca ha perso in media 26 seggi alla Camera e dai tre ai quattro al Senato

Una sconfitta, per quanto grave, non rappresenterebbe tuttavia una novità. Gli elettori statunitensi si appassionano assai di più per il voto presidenziale e spesso snobbano la tornata di metà mandato. Questo comporta che il voto sia, il più delle volte, un atto di protesta che stimola più gli oppositori che i sostenitori del presidente in carica. Dai tempi della guerra civile del 1860, il partito del presidente ha perso in 36 dei 39 appuntamenti alle urne di metà mandato. Dalla Seconda guerra mondiale, il partito che è alla Casa Bianca ha perso in media 26 seggi alla Camera e dai tre ai quattro al Senato. Dagli Anni 50 viene rilevata con regolarità la popolarità del presidente. Quando un commander in chief ha avuto un’approvazione superiore al 50%, la perdita media alla Camera è stata di 14 seggi. Dal 1970 a oggi, quando meno del 50% degli americani ha dato il suo giudizio positivo sul presidente la perdita media è stata di 33 deputati. Brutte notizie dunque per Donald J. Trump che, secondo la Gallup, ha oggi il sostegno di solo il 42% degli americani.

DA CLINTON A BUSH: I "SUPERSTITI" DELLE MIDTERM

Ci sono tuttavia delle eccezioni a questi scivoloni. Bill Clinton nel 1998, a metà del suo secondo mandato, guadagnò cinque seggi alla Camera nonostante il tentativo di impeachment dei repubblicani in occasione dello scandalo Lewinsky. George W. Bush nel 2002, a poco più di un anno dagli attacchi dell’11 settembre, aveva dietro di sé l’intera nazione. Il 65% degli americani era con lui e i suoi repubblicani aumentarono la maggioranza di otto seggi alla Camera e riuscirono a conquistare, grazie alla vittoria in due Stati cruciali, anche il Senato. Il presidente texano nel suo secondo mandato brucerà questo patrimonio di popolarità con una serie di scelte disastrose. Nel 2006 i repubblicani persero le elezioni e, nel 2008, Bush Jr. finì il suo incarico con una percentuale di approvazione sotto il 30%, una delle più basse mai registrata.

IL CASO OBAMA: DUE SCONFITTE E RIFORME CHIAVE BLOCCATE

Chi ha sofferto in maniera particolare le elezioni di medio termine è stato Barack Obama. Nel 2010 e nel 2014 subì cocenti sconfitte che hanno di fatto impedito molte riforme che erano alla base del suo programma di hope and change. Nel 2010 i democratici persero sei seggi al Senato, dove mantennero la maggioranza, e 63 alla Camera dove finirono in minoranza. Da quella consultazione in poi, i democratici non hanno più avuto il controllo della House of Rapresentetives. Obama venne rieletto nel 2012, ma la Camera rimase all’opposizione. Nel 2014 il partito del presidente perse malamente e i dem divennero la minoranza in tutte due i rami del Congresso. Obama dovette rinunciare alla riforma della legge sull’immigrazione, a introdurre una riforma sulle norme per l’acquisto di armi da fuoco e la sua nomina nel marzo del 2016 per un nuovo giudice della Corte Suprema fu bloccata dai repubblicani del Senato.

Esistono due incognite sul voto di medio termine. La prima è il cosiddetto gerrymandering, un termine il cui etimo rimanda a un governatore del Massachussetts, Elbridge Gerry, che ridisegnò a inizio ‘800 un collegio elettorale (nella forma di una salamandra, salamander) per favorire il proprio partito. Il trucco di “Gerry salamandra” è diventato una regola non scritta del gioco sporco della politica. Sfruttando il meccanismo del sistema uninominale puro, il partito al potere cerca di ridisegnare i collegi della Camera per riuscire ad accorpare i propri votanti. Quindi, anche di fronte a sondaggi in favore di un partito, spesso bisogna fare i conti con la geografia territoriale della distribuzione del voto. Nelle scorse settimane, ad esempio, un tribunale federale ha giudicato incostituzionali i distretti elettorali del North Carolina, affermando che sono stati evidentemente strutturati per «garantire la vittoria dei repubblicani in gran parte dei collegi elettorali dello Stato». Tuttavia, per mancanza di tempo, i collegi non saranno cambiati in tempo per il voto del 6 novembre.

L'INCOGNITA AFFLUENZA: -20% RISPETTO ALLE PRESIDENZIALI

Un’altra incognita è quella dell’affluenza. Storicamente, le elezioni di midterm portano alle urne fino al 20% in meno dei votanti rispetto alle presidenziali. Dal secondo dopoguerra ad oggi non si è mai superata la soglia del 50%. Le débâcle dei democratici nell’era Obama furono dovute in gran parte all’astensione: nel 2014 votò solo il 36% degli aventi diritto. Quest'anno, un sondaggio diffuso a luglio del Public Religion Research Institute ha mostrato come tra i giovani tra i 18 e i 29 anni, un gruppo tradizionalmente più vicino ai dem, solo il 28% ha intenzione di andare ai seggi. Vincerà chi saprà portare alle urne i propri elettori. I democratici ostentano ottimismo, le primarie hanno visto numeri record di partecipazione e l’ostilità all’attuale inquilino della Casa Bianca sta infiammando la loro base come non mai. Si preparano a quella che chiamano la blue wave, l’ondata blu, il colore con cui viene identificato il partito. Ma nel 2016 Trump ha già dimostrato di essere in grado di sovvertire tutti i pronostici. Vuole farlo anche questa volta, nella speranza di una riconferma nel 2020.

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