Elezioni, Pd: Minniti evoca le larghe intese, Gentiloni frena

Elezioni, Pd: Minniti evoca le larghe intese, Gentiloni frena

15 Febbraio 2018 21.44
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È il disfattismo il nemico occulto e forse più insidioso del finale di campagna elettorale del Pd. Lo dice Matteo Renzi ai dirigenti, che invita a battersi voto su voto. E lo dice Paolo Gentiloni a una gremita platea dem a Catania: «Abbiamo cinque punti di svantaggio rispetto al centrodestra, li possiamo recuperare. Ma ci manca la convinzione che possiamo dare un contributo alla vittoria del Pd e al prossimo governo del Paese. Crediamoci, insieme». Poi prova a suonare la carica: «La sfida è tra il centrodestra e il centrosinistra».

LA FUGA IN AVANTI DI MINNITI. Alleanze post voto con Berlusconi? «Non possiamo metterci con una coalizione impregnata di populismo e antieuropeismo», è la risposta del premier. Perciò tra i dirigenti dem viene malcelato il nervosismo per la fuga in avanti del ministro dell'Interno Marco Minniti, che invece dichiara: «Farei parte di un governo di unità nazionale? Assolutamente sì, purché ci fosse il Pd». Parole che agitano lo spettro della larga coalizione, proprio mentre il Pd è impegnato a contrastare l'idea di un finale già scritto.

RENZI GLISSA. Il partito prova a mobilitare i moderati, con un rilancio, da Sant'Anna di Stazzema, dei valori antifascisti e una campagna tutta in contrapposizione a Matteo Salvini, al centrodestra a trazione estremista e al M5s. «Larghe intese? Solo Minniti lo dice», commenta a caldo un dirigente dem, «ma è troppo intelligente per non capire che così rischia di danneggiarci, perché così diamo l'idea dell'inciucio». Renzi glissa e ci scherza su, cogliendo l'assist di una gaffe di chi lo intervista: «Minniti presidente? Si è avvantaggiato, Del Debbio…», sorride. Ma le parole del ministro vengono lette in controluce, dopo l'intervista a Repubblica in cui tratteggiava lo scenario di Gentiloni al governo e Renzi alla guida del partito. «Nessun rimprovero a Renzi, riconosco la sua leadership: in campagna elettorale si fa gioco di squadra», precisa il ministro. Ma «dal 5 marzo la partita è nelle mani solide del presidente della Repubblica».

GENTILONI CONTRO IL CENTRODESTRA. A Catania, invece, dove è candidato capolista nel plurinominale, il premier Gentiloni viene accolto con una standing ovation. E mentre Renzi parla di un confronto a due con i 5 stelle, il premier disegna l'alternativa tra la coalizione di centrosinistra («Anche se non è l'Ulivo…») e il centrodestra («Vi raccontano che è popolare ma non è così, è peggio del centrodestra che abbiamo combattuto in passato: populista e nazionalista»). Il Pd è in difficoltà nei sondaggi perché paga la scissione, ma sarebbe comunque «l'unico pilastro possibile di un governo che porti avanti una seconda stagione di riforme».

IL SEGRETARIO A SANT'ANNA DI STAZZEMA. Uniti contro la «propaganda violenta» (copyright Maurizio Martina) di Matteo Salvini, per conquistare i moderati ancora indecisi, Renzi intanto convoca i dem a Sant'Anna di Stazzema. C'è anche il leader della minoranza Andrea Orlando, per quanto i presenti notino rapporti freddi col segretario. A Sant'Anna di Stazzema, luogo di un eccidio nazista, Renzi firma l'anagrafe antifascista che Matteo Salvini vorrebbe derubricare ad «anagrafe canina». E con al fianco i ministri Delrio, Fedeli, Martina e Orlando, il segretario afferma: «Non abbiamo paura che domattina venga la dittatura in Italia, è esagerato dire che siamo a un passo da un nuovo fascismo, ma non si deve indietreggiare di un centimetro sui valori, perché chi non è antifascista non è degno di far parte della comunità democratica».

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