Elezioni in Russia, è l’astensionismo il vero nemico di Putin

Riccardo Amati

Elezioni in Russia, è l’astensionismo il vero nemico di Putin

17 Marzo 2018 17.00
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da Mosca

A Krasnoyarsk, in Siberia, chi va a votare può vincere un’automobile; nella regione di Krasnodar, nel Sud della Russia, sono in palio iPhone X per i migliori “selfie elettorali”; a Mosca, presso 1.500 seggi, saranno a disposizione a prezzi stracciati ostriche di Murmansk, mele della Moldavia e 110 tipi di formaggi provenienti da tutto il Paese, in un vero e proprio festival gastronomico. Attivisti e funzionari locali se le stanno inventando tutte per portare i cittadini alle urne il prossimo 18 marzo. Perché, anche se la vittoria di Vladimir Putin è scontata, il Cremlino un timore ce l’ha, e si chiama astensionismo. Si tratta di legittimare adeguatamente il quarto mandato del leader di fatto al potere da 18 anni, a fronte dell’apatia diffusa nel Paese e dell’appello al boicottaggio del voto fatto da Alexey Navalny, l’oppositore escluso dalle schede per una condanna penale considerata “politica” dalla Corte di Strasburgo.

L’obiettivo, secondo più fonti vicine al governo, è il 70 per cento di affluenza. Un sondaggio fatto a novembre dall’istituto indipendente Levada registrava oltre 10 punti in meno. Alle ultime elezioni politiche, nel settembre 2016, andò a votare solo il 47 per cento degli aventi diritto, con record negativi nelle grandi città: 25 per cento a San Pietroburgo, 35 a Mosca. D’altra parte, Putin ha fin dall’inizio incoraggiato la popolazione a tenere il naso fuori dalla politica: pensate alla carriera e ai soldi e lasciate perdere il resto, è stato fin dall’inizio il messaggio, intonato al boom petrolifero che nella prima decade del millennio ha consentito ai russi di aumentare i loro salari e recuperare dignità. La costante erosione dell’indipendenza dei media, iniziata già nel 2000 e accelerata dal 2012 in poi, non ha certo trainato la formazione di opinioni e la partecipazione alla cosa pubblica. Al confronto sui problemi reali si è da tempo sostituita un’onnipresente propaganda fondata su nazionalismo identitario e opposizione all’Occidente.

UN PAESE CHE COLONIZZA SE STESSO. Lo stesso Putin ha preso queste Presidenziali con entusiasmo relativo: apparizioni pubbliche rarefatte, nessun dibattito televisivo, poche interviste. Qualche documentario agiografico, tutt’al più. Nel discorso sullo stato della nazione, il primo marzo, ha promesso risorse per le famiglie e gli ospedali. Ha vagamente predetto un’espansione economica pari al 50 per cento da qui al 2028. Al momento il Pil cresce del 2 per cento, dopo oltre due anni di recessione che hanno allargato la forbice tra ricchi e poveri e incrementato il numero di questi ultimi. Il fatto è che finché l’economia continuerà a essere completamente dipendente dai prezzi delle risorse petrolifere «la Russia sarà un Paese che colonizza se stesso», come dice il docente di Relazioni Russia-Europa all’Eui di Firenze Alexander Etkind. Ovvero, un Paese senza alcuna possibilità di uno sviluppo economico reale. Se non ha posto obiettivi concreti per l’affrancamento dagli idrocarburi, il presidente ha sbandierato con tanto di videoclip la nuova classe di “invincibili” armi nucleari, spiegando ai russi che il loro futuro sarà militarizzato e anti-americano, in uno dei discorsi più aggressivi degli ultimi 10 anni da parte di un leader internazionale.

La contrapposizione a nemici veri o fittizi e un orgoglio nazionale opportunamente impastato col militarismo hanno efficacia laddove i cittadini si sentono politicamente ed economicamente impotenti. Non a caso le elezioni sono state fissate nel giorno in cui quattro anni fai un referendum messo su in fretta sotto la sorveglianza di personale armato senza insegne (i legionari russi passati alla storia come “gli educati omini verdi”) sancì l’annessione della Crimea. L’ultimo dei suoi rari discorsi elettorali Putin l’ha fatto proprio in Crimea. È durato un minuto e mezzo e non è stato memorabile, ma in certi casi i luoghi e le circostanze valgono più delle parole. Ora, non che la maggioranza dei russi creda a tutto quel che sente alla tivù di Stato o sia guerrafondaia. Ma in tanti si stringono intorno ai totem del nazionalismo e sono sensibili alla sindrome da accerchiamento radicata nella memoria storica di queste parti. Il calore di sentirsi uniti contro tutti è apprezzato. E a volte scambiato per luce.

L'EFFETTO SKRIPAL SPINGE PUTIN. Da questo punto di vista, è chiaro che la crisi diplomatica seguita al tentato omicidio della ex spia Sergei Skripal e di sua figlia a Salisury, in Inghilterra, è un toccasana per la propaganda elettorale putiniana. I media hanno avuto un perfetto assist per parlare di come l’Occidente faccia della Russia il capro espiatorio per tutto ciò che c’è di male. L’unica lettura proposta è che si sia trattato di un’operazione organizzata dai serivizi inglesi e loro alleati per far passare la Russia per Stato canaglia. Se fosse così, Sis (Mi6 per gli appassionati di James Bond), Cia e cugini avrebbero fatto male i calcoli, perché stanno facendo un gran favore al capo dei rivali, per l’appunto una ex spia. Da qui a sostenere che si sia trattato di un’operazione ordinata da Putin per motivi elettorali ce ne passa. Ma qualche addetto ai lavori non lo esclude. «È possibile», dice a L43 un professionista dell’intelligence con anni di esperienza a Mosca. «Se non ci sono state reazioni sostanziali all’omicidio di Litivinenko, secondo i britannici “probabilmente” approvato da Putin, che remore potrebbe mai avere il Cremlino? E i tempi, così a ridosso delle Presidenziali, sono sospetti». Secondo i sondaggi degli istituti di statistica governativi, Putin incasserà almeno il 69 per cento dei voti. Ma l’affaire Skripal potrebbe anche spingerlo oltre.

I cittadini russi chiamati alle urne sono 110 milioni. L'esercizio più interessante, in questa competizione elettorale, sarà contare in quanti effettivamente ci andranno

Il candidato che si avvicina di più all’attuale presidente è quello del Partito comunista, Sergei Grudinin: secondo sondaggi non ufficiali ritenuti affidabili dai “tecnologi politici” di Mosca, potrebbe ampiamente superare il 15 per cento. E sarebbe un esito fin troppo esuberante per gli spin doctor del presidente, perché potrebbe preludere all’avvio di un nuovo corso in un partito finora totalmente associato al sistema di potere putiniano. Grudinin parla di maggior welfare, di incentivi a famiglie e piccole imprese. Dice addirittura che la Russia farebbe bene a lasciar perdere le ambizioni imperiali e concentrarsi sull’aumento delle pensioni, che sono da fame (un quadro di una grande banca commerciale con 40 anni di anzianità sfiora non arriva a 500 euro mensili, i meno fortunati non superano i 250). Grudinin è un ricco imprenditore che dirige un’azienda agricola cooperativa secondo ideali socialisti: assistenza dalla culla alla tomba per i dipendenti, stipendi più che doppi rispetto alla media, compertecipazione agli utili. È un comunista moderno, sembra un secolo avanti rispetto al vecchio leader di partito Gennady Zyuganov, che auspica per il futuro della nazione «una dittatura di ferro» e poco altro.

LO SCIONIVISMO DI ZHIRINOVSKY. Il veterano nazionalista Vladimir Zhirinovsky è dato intorno al 6 per cento. Se ci arriva è perché il personaggio tra i cittadini suscita indignazione ma comunque fa parlare, tra sciovinismo, battute sessiste e omofobe. Zhirinovsky, in uno dei pochi dibattiti elettorali in tivù, è arrivato a chiamare «prostituta» la candidata Ksenya Sobchak, che in televisione ha fatto carriera come conduttrice e ospite di reality show e si propone come liberale e oppositirice di Putin. Nel faccia a faccia, la giovane ha criticato l’isolamento della Russia sulla scena internazionale, il «coinvolgimento in guerre ibride» e ha stigmatizzato i crimini di Stalin. Non sembrerà granché, ma sono argomenti di cui non si sente mai parlare in televisione, qui. Il problema è che Sobchak rischia di pagare i "peccati" del padre, sotto la cui ala Putin iniziò la sua carriera politica negli Anni 90.

Anatoly Sobchak, allora sindaco di San Pietroburgo, fu coinvolto con Vladimir in un’inchiesta – definitivamente arenatasi – sulla sparizione di introiti milionari per un accordo commerciale con la Germania. Il giovane Putin dimostrò lealtà nei confronti del suo capo. E probabilmente lo salvò, nel 1997, aiutandolo a sfuggire a investigatori e nemici poco raccomandabili con un espatrio che somigliò a una delle classiche operazioni clandestine del Kgb, da cui Putin si era da poco dimesso, almeno ufficialmente. «Ha salvato la vita a mio padre, non parlerò mai male del presidente», ha detto la stessa Sobchak in una conferenza stampa. Per una oppositrice, un handicap non da poco. I sondaggi, comunque, danno Sobchak a poco più del 2 per cento di preferenze. Gli altri candidati sono praticamente invisibili. I cittadini russi chiamati alle urne sono 110 milioni. L'esercizio più interessante, in questa competizione elettorale, sarà contare in quanti effettivamente ci andranno.

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