La sinistra europea impari la lezione di Sanchez

Ha conquistato il Psoe e sbaragliato i vecchi baroni proponendosi come leader a-ideologico e buttando simboli obsoleti fatti di pugni chiusi e bandiere rosse. Così ha dato nuova vita ai socialisti.

29 Aprile 2019 12.00
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La Spagna è l’unico Paese europeo che ha combattuto una guerra civile e l’ha dichiarato, lo ha ammesso, non ha coperto la realtà atroce dei massacri fratricidi con altri nomi: guerra contadina in Germania, Vandea e poi Vichy in Francia, Resistenza contro lo straniero in Italia, conflitto tra cattolici e anglicani in Inghilterra.

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È questa sicuramente una delle spiegazioni dell’unico, quasi incredibile, primato che ci consegnano I risultati del voto di domenica 28 aprile: un Partito socialista che si è presentato alle elezioni quale alfiere orgoglioso della parte perdente – ma sana, giusta – della guerra civile e che ha fatto un balzo in avanti di più di sette punti, sfiorando il 30% dei suffragi. Un risultato eccezionale in una Europa continentale nella quale il Ps francese boccheggia attorno al 6%, la Spd tedesca e il Pd italiano sperano disperatamente di toccare un misero 20%, senza contare che nell’Europa orientale la sinistra ha il fiato cortissimo.

IL CORAGGIO DI SANCHEZ: LE DIMISSIONI PER PRENDERSI IL PARTITO

Ma l’altra spiegazione di questo successo socialista – la più vera – è tutta nella nuovissima leadership di Pedro Sanchez “el Guapo”, il Bello. A differenza di Hollande, Renzi, Schultz, questo giovane infatti non si è fermato alla famosa photo opportunity in maniche di camicia, ma a partire dal 2016 ha distrutto letteralmente il vecchio e obsoleto quadro dirigente del Psoe ancora controllato dall’anziano Felipe Gonzales e da Zapatero usando un arma inusuale nella sinistra europea: le dimissioni. Non solo dalla direzione del partito, ma addirittura da parlamentare.

Ha buttato a mare tutti i simboli obsoleti della sinistra fatto di pugni minacciosi e bandiere rosse, sostituendoli con un clamoroso, quasi stucchevole, incredibile… cuoricino!

Dopo la rottura che Renzi, Hollande e Schultz non hanno mai osato percorrere per pavidità e dipendenza psicologica dal correntismo, Sanchez ha conquistato il partito e frantumato il quartier generale dei vecchi “baroni Rossi” con primarie “dall’esterno”, proponendosi come leader del tutto a-ideologico, pragmatico, buttando a mare tutti i simboli obsoleti della sinistra fatto di pugni minacciosi e bandiere rosse e sostituendoli con un clamoroso, quasi stucchevole, incredibile… cuoricino! Quanto al programma: pensioni, salari, welfare. Concretezza, unità a fermezza nei confronti dei secessionisti catalani, temperata dalla ricerca di una mediazione politica.

IL CENTRODESTRA SPAGNOLO AL TRACOLLO

Nel complesso, uno schema di leadership opposto non solo a quello di Renzi (paralizzato dall’horror vacui delle dimissioni) ma anche dei popolari spagnoli ritornati sotto la piena guida di Aznar. Forte di questa proposta nuovissima e vincente – e ancora più di un sistema elettorale che gli ha dato ben più seggi dei suoi pur tanti voti – Sanchez può ora godere del tracollo del centrodestra (che a stento tra Pp, Ciudadanos e Vox raggiunge i seggi dei popolari di 10 anni fa) e attendere con calma la conferma del voto europeo. Poi chiuderà le trattative, forse con l’estrema sinistra di Podemos (il cui tracollo netto è merito non ultimo di Sanchez), forse con i centristi di Ciudadanos e con qualche partito minore. Subito dopo aprirà la trattativa con I catalani dell’Erc, probabilmente favorendo la liberazione dal carcere del suo leader Oriol Junqueras che ha surclassato in Catalogna un Puigdemont vigliaccamente protetto dell’esilio a Bruxelles e sempre più simile al commissario Cluzot di Peter Sellers.

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