Barbara Ciolli

Turchia, perché Erdogan ha deciso di anticipare il voto

Turchia, perché Erdogan ha deciso di anticipare il voto

20 Aprile 2018 06.00
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Un'ultima purga di 3 mila militari prima del colpo di spugna delle Legislative, anticipate al 24 giugno. A sorpresa si torna a votare in Turchia: il presidente Recep Tayyip Erdogan non ha esitato ad accogliere i desiderata dei nazionalisti di estrema destra (Mhp), molto legati ai Lupi grigi, che premevano per chiamare al voto la popolazione prima del dovuto. Con lo stato di emergenza calato dalla notte del confuso tentato golpe del 2016, di fatto Erdogan ha già poteri straordinari. Ma per far entrare in vigore il nuovo sistema presidenziale, approvato un anno fa con il referendum, c'era da aspettare il rinnovo del parlamento in agenda nel novembre 2019. Ecco allora «l'urgenza delle transizione al nuovo sistema», «le incertezze da eliminare rapidamente», ha esortato Erdogan.

NAZIONALISMO MONTANTE. Il presidente islamista calca la mano, sicuro di vincere, in un momento di forza per restare in carica almeno fino al 2028 (la Costituzione prevede un massimo di due mandati di cinque anni, a partire dal nuovo sistema). La partita siriana si sta per chiudere con un allargamento dell'influenza turca, sancito nella cinica spartizione con Russia e Iran, nel Nord-Ovest della Siria dove per anni il Paese con il Qatar e le altre monarchie del Golfo ha armato i ribelli sunniti. Tra i turchi il nazionalismo monta anche per l'offensiva vincente di Erdogan ad Afrin, nei territori siriani dei curdi della Rojava. Alla metà di elettori (alle elezioni del 2015 l'Akp di Erdogan prese il 49%) nei sondaggi disposti a rivotarlo, il leader agita il vessillo della guerra al Pkk di Öcalan.

Il cartello panturco tra Mhp e Akp per il voto del 2018 promette un'imminente campagna elettorale incentrata sul sentimento anti-curdo: tra le sfide del nuovo governo, Erdogan cita la «guerra ai terroristi curdi in Siria e in Iraq», azioni da intensificare lungo il confine tra Siria e Turchia. Fa anche intuire di voler spostare le operazioni militari alla Rojava orientale, in violazione della legge internazionale (l'Isis è stato scacciato lì proprio dai combattenti curdi, su territori storicamente curdi) ma evidentemente nell'indifferenza di Russia e Iran. Paradossalmente l'unico paletto a Erdogan restano i 2 mila militari Usa rimasti nella Rojava, dopo aver aiutato i curdo-siriani a sconfiggere Daesh. Il loro ritiro è stato appena bloccato dall'escalation per il sospetto attacco chimico.

AVVERSARI ELIMINATI. Ma ogni alleato è buono per Erdogan, basta che gli dia mano libera contro le brigate curde Ypg della Rojava, equiparate dal presidente turco al «ramo curdo-siriano del Pkk». Una questione di sicurezza nazionale per l'opinione pubblica a lui favorevole. Dalle Legislative del 2015 che avevano segnato lo storico ingresso nel parlamento del nuovo e progressista partito filocurdo Hdp, come terza forza del Paese, il panorama politico e istituzionale è stato stravolto da una serie di colpi di mano del leader dell'Akp in risposta a presunte minacce di golpe o di azioni terroristiche. I membri dell'Hdp in primo luogo sono stati decimati da attentati e arresti, a partite dagli ex presidenti Selattin Demirtas e Figen Yüksekdag in prigione dal 2016.

Come i curdi-siriani, l'Hdp viene sommariamente tacciato di essere un «ramo dei terroristi separatisti del Pkk», con i quali pure nel 2012 Erdogan aveva aperto un negoziato salvo poi farlo saltare. Anche migliaia tra esponenti e funzionari della Turchia laica e anti-islamista sono stati epurati o sono finiti alle sbarre, con l'accusa di appartenere alla rete atlantista e cospiratrice del predicatore musulmano residente negli Usa Fethullah Gülen (un tempo alleato dell'Akp) che Erdogan dipinge come la mente del tentato colpo di Stato. La «struttura di 3 mila militari» smantellata è l'ultima delle maxi retate. Oltre ai curdi, agli arresti sono finiti esponenti del partito laico di centro-sinistra Chp, giudici, insegnanti, giornalisti, intellettuali e dissidenti.

PRESIDENTE-SULTANO. Nel 2016 il presidente turco è arrivato a far dimettere il premier Esteri Ehmet Davutoglu, marginalizzando altri leader dell'Akp non allineati e un anno dopo è riuscito a far modificare la Costituzione in senso presidenzialista forte (con la maggioranza semplice del parlamento e il 51% dei sì al referendum). Tra le ragioni per avvicinare il voto, anche «decisioni economiche importanti», verosimilmente in favore delle lobby industriali e finanziarie pro Erdogan che si spartiscono i grandi appalti e che nel 2018 hanno anche rilevato tutti i maggiori media d'opposizione. Ma l'autoritarismo non ha eroso l'elettorato di Erdogan, anzi: specie con l'alleanza nazionalista con l'Mhp, il 51% è a portata di mano. Non di meno il presidente-sultano non allenta la presa: si voterà con lo stato d'emergenza, prorogato per altri 3 mesi, casomai ci fossero dubbi.

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