Samuele Cafasso

Chi è Elio Lannutti, il senatore M5s del post sui Savi di Sion

Chi è Elio Lannutti, il senatore M5s del post sui Savi di Sion

22 Gennaio 2019 08.16
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L'uomo delle manette per tutti questa volta ha davvero esagerato: nemmeno i suoi storici sostenitori, dentro e fuori i Cinque Stelle, possono difendere il senatore Elio Lannutti che rilancia, come fosse niente, un articolo che ripropone una delle più antiche fake news del mondo, quella del protocollo dei Savi di Sion, pilastro del pregiudizio antisemita in Europa. «Come vicepresidente del Consiglio e come capo politico del M5s prendo le distanze, e con me tutto il Movimento, dalle considerazioni del senatore Elio Lannutti» ha scritto Luigi Di Maio. E pure Lannutti ha dovuto scusarsi, cosa che fa molto raramente. Finirà così la lunga storia tra il Movimento e uno degli storici precursori del giustizialismo in Italia?

UN GRILLINO DEGLI ANNI OTTANTA

Fosse per Elio Lannutti, le patrie galere sarebbero più piene di quanto già non sono. «In cella mandarini Bankitalia, oligarchi Consob!», tuona dal suo profilo Facebook rivolto a tutti i suoi seguaci. «Zonin va arrestato. Subito. E non da solo», strilla il sito della sua associazione, l'Adusbef, Associazione difesa utenti servizi bancari e finanziari. Ma mica solo le galere patrie vanno riempite, essendo lui promotore «di un tribunale internazionale, analogo a quello sui crimini di guerra, per mandare a processo i bankster, artefici della crisi sistemica e padroni dell’Universo, per crimini economici contro l’umanità». Il gusto della parabola, d'altronde, non gli è mai mancato. Ma sbaglierebbe chi pensasse che Lannutti sia un furbone lesto ad adeguarsi allo spirito del tempo: anti-Casta, anti-banche, anti-poteri forti e tribuno del popolo quando tutti sono anti-Casta, anti-banche, anti-poteri forti e tribuni del popolo. Lannutti non segue lo spirito del tempo, lui piuttosto è l'uomo della provvidenza di hegeliana memoria. Quello che lo spirito del tempo lo incarna. Da almeno 30 anni.

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Ieri ho pubblicato un link sui banchieri Rothschild, senza alcun commento. Poiché non avevo alcuna volontà di offendere…

Geplaatst door Elio Lannutti op Maandag 21 januari 2019

Non c'è molto da stupirsi, così, del fatto che il Movimento Cinque Stelle, pur di averlo in Senato, abbia definito delle regole che, ad essere maliziosi, sembrano tagliate su sua misura. Infatti non si potevano candidare persone che avessero già svolto incarichi politici, o corso ad elezioni, con altre forze e partiti «a far data dal 4 ottobre 2009». Guarda un po', lui è stato parlamentare con l'Italia dei Valori nel 2008.

IL «FIGLIO DI CONTADINI» EX SINDACALISTA CGIL

Abruzzese, classe 1948, «figlio di contadini», costretto a emigrare in Germania per pagarsi gli studi – come non perde occasione di dire facendo un punto di orgoglio delle sue umili origini – Lannutti conosce il mondo delle banche a menadito, non fosse altro perché ci ha lavorato. Impiegato, c'è scritto su Wikipedia, «presso un grande istituto bancario» (il Banco di Roma, ndr), è stato per anni sindacalista della Fisac Cgil. E poco importa che adesso sia senatore di un partito che i sindacati li vorrebbe travolgere e che, su Twitter, la Cgil gli notifichi richieste danni per le ennesime sparate contro Via Nazionale. Irrilevanti, da questo punto di vista, anche i primi passi politici in Democrazia proletaria, perché se oggi Lannutti è una star del web non è certo per i suoi trascorsi nella sinistra extraparlamentare. Il merito della sua fama è da ricercare negli anni di battaglie «a difesa dei risparmiatori» portate avanti grazie ad Adusbef, l'associazione fondata nel 1987 e che, a intervalli regolari, lo incorona presidente. Come potrebbe essere altrimenti? L'Adusbef è una sua creatura, la ragione della sua vita, lo strumento dell'eterno assalto al Palazzo che solo i più ingenui o smemorati pensano sia roba di oggi.

QUANDO REPUBBLICA LO DEFINIVA «L'ANTESIGNANO DEI PROVOCATORI»

Nel 1991 Repubblica così scriveva di lui: «Elio Lannutti, impiegato al Banco di Roma, sindacalista della Cgil-Fisac e presidente dell'Adusbef, è l'antesignano dei provocatori democratici delle assemblee, di quella sparuta schiera dei professionisti del disturbo che prende la parola in nome dei cittadini». Fiat, Alitalia, Sip, Banco di Roma, Comit. Non c'era assemblea degli azionisti in quegli anni in cui lui non si fosse presentato, puntualizzando, sbeffeggiando, mettendo alla berlina amministratori e manager. E non sempre, a dire il vero, senza ragioni. Fu in quegli anni che Adusbef divenne quello che è adesso: una gigantesca macchina di ricorsi, contestazioni, class action a disposizione di un popolo naturalmente diffidente (e anche qui, non sempre a torto) nei confronti di chi gestisce i suoi soldi.

Ma Lannutti non è solo un Azzeccagarbugli. Vede dove stanno andando i media italiani, vede l'onda eterna dell'anti-Casta e sa come cavalcarla: prima dei girotondi, prima dei forconi, c'erano lui e i suoi adepti sotto Montecitorio, sotto Palazzo Koch, a manifestare e, non troppo saltuariamente, a chiedere manette. Tra i suoi vanti l'aver “ispirato” – dice – la tentata consegna di un tapiro ad Antonio Fazio, il presidente di Bankitalia di cui disse nel giorno delle dimissioni: «Festeggiamo la caduta del tiranno». Lo ha ricordato, in un pezzo del 2006 su La Stampa, Mattia Feltri. Erano gli anni in cui Lannutti iniziava la sua breve corsa a braccetto con Di Pietro: «Erano affratellati da un'ansia di giustizia dai tratti raggelanti», scriveva Feltri. L'ex magistrato, per altro, ha le sue ragioni a rivendicare di essere stato precursore del M5s. Ma se lo è stato, lo è stato anche con Lannutti.

DI PIETRO: «LANNUTTI? MI AVVALGO DELLA FACOLTÀ DI NON RISPONDERE»

Quello che non si poteva sapere, 10 anni fa, era che la corsa del leader di Adusbef non si sarebbe più fermata. Anzi, avrebbe accelerato. È stato produttore a ciclo continuo di interpellanze parlamentari scritte per conto terzi prima (nel senso che un deputato scansafatiche in cerca di riflettori pronto a farsi latore dei suoi dettagliati report lo trovava sempre), poi candidato senza successo per i Verdi, quindi parlamentare recordman di presenze e proposte per l'Idv finito presto in rotta con Di Pietro («di lui non dico nulla, mi avvalgo della facoltà di non rispondere», ha detto l'ex magistrato a Lettera43.it).

CONOSCE GRILLO DAL 1994

Lannutti già nel 2015 era tra i 10 candidati alle Quirinarie dei cinque stelle, «l'ultima speranza di questo Paese», ha dichiarato a il Fatto in un'intervista del 2015. Anche qui: non è un innamoramento opportunistico dell'ultima ora, Lannutti partecipò al primo V-Day e conosce Beppe Grillo dal 1994, quando «facevamo la battaglia contro l'1-4-4 e la Sip fece di tutto per delegittimarci». Sembra preistoria, forse un po' lo è. Ma il suo vero capolavoro sono, dopo le interpellanze parlamentari per conto terzi, i processi per conto terzi. È lui l'ispiratore della raffica di inchieste della procura di Trani del pm Michele Ruggiero contro banche, agenzie di rating e compagnia bella. Quella sulle agenzie di rating – i giornali ne appresero l'esistenza da un comunicato di Adusbef – si è risolta con un nulla di fatto. Come tante altre. Ma quanti titoloni. Quanti interrogatori eccellenti! D'altronde negli ultimi anni, ha scritto Il Foglio, la procura di Trani ha indagato su: American Express, Mps, Bnl, Unicredit, Credem, Intesa SanPaolo, Banca d’Italia e Deutsche Bank e sono stati interrogati Romano Prodi, Mario Monti, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il presidente della Bce Mario Draghi e quello della Consob Giuseppe Vegas. Una manna per l'uomo che non ha mai nascosto la sua passione per processi e manette.

MOLTI LIBRI, MOLTI STRAFALCIONI

Tutto materiale che magari Lannutti utilizzerà per uno dei suoi prossimi libri, dopo Euro, la rapina del secolo (Editori Riuniti, 2003), Bankster (Editori Riuniti, 2010), La Banda D'Italia, (Chiarelettere, 2015), Morte dei Paschi (Paperfirst, 2017). Una produzione da stakanovista che in parte spiega – insieme con la spiccata tendenza a vedere malaffare ovunque – qualche imbarazzante scivolone. Come quando in Banda d'Italia ha accusato un dipendente di essere stato assunto da Via Nazionale senza averne i titoli in quanto nipote del capo dipartimento risorse umane ed ex capo dell'Ispettorato di vigilanza. Sarebbe stata una vergogna, ma invece era solamente un caso di omonimia. Piccoli incidenti, insomma. La rivoluzione d'altronde, si sa, non è un pranzo di gala.

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