L’apertura delle tombe in Vaticano che può far luce sul caso Orlandi

I sepolcri, che saranno scoperchiati l'11 luglio, ospitano i resti di due principesse del 1800. E sono finiti sotto la lente della magistratura dopo una lettera anonima inviata alla famiglia della ragazza scomparsa 36 anni fa. Le cose da sapere.

10 Luglio 2019 18.54
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Dopo le segnalazioni della famiglia di Emanuela Orlandi, scomparsa nel nulla 36 anni fa, e il via libera della magistratura vaticana, l’11 luglio si procederà all’apertura di due sepolcri al Cimitero Teutonico, dietro Piazza San Pietro. L’obiettivo è verificare se la ragazza possa essere stata sepolta, come indicava una lettera anonima, in quel luogo: «Cercate dove indica l’angelo», recitava il messaggio recapitato nell’estate del 2018 alla famiglia Orlandi.

Le operazioni prevedono una prima verifica morfologica sulle ossa dalle quali si potrebbe ricavare una prima datazione approssimativa. Poi comunque verranno fatti i prelievi per l’esame del Dna. Saranno aperte la cosiddetta “Tomba dell’Angelo” in cui è sepolta la principessa Sophie von Hohenlohe, morta nel 1836, e quella attigua in cui è sepolta la principessa Carlotta Federica di Mecklemburgo, morta nel 1840.

L’ANALISI PER DETERMINARE L’«ETÀ» DEI REPERTI

Il supporto all’autorità giudiziaria sarà garantito dal personale del Centro Operativo di Sicurezza della Gendarmeria vaticana. Saranno presenti anche i familiari di Emanuela Orlandi con il loro legale e il loro perito. Il primo esame delle ossa potrà dare una datazione approssimativa delle stesse, stando a Giovanni Arcudi, professore di Medicina legale all’Università Tor Vergata, incaricato dalla magistratura vaticana di analizzare i reperti e prelevare i campioni per l’esame del Dna. In un’intervista al direttore editoriale dei media vaticani Andrea Tornielli, ha spiegato: «Da questa prima analisi delle ossa possiamo proporre una datazione, certamente approssimativa, ma per i periodi che a noi servono, di 50, 100, 200 anni, la possiamo fare. Possiamo distinguere se è un osso di 10 anni o se è stato lì 50 anni o 150 anni. Possiamo fare già la diagnosi di sesso, se le strutture ossee risulteranno tutte ben conservate. Potremmo anche arrivare, dopo questo primo esame, a escludere l’ipotesi che i resti scheletrici appartengano a persone diverse rispetto a quelle due che sono state sepolte lì».

FINO A DUE MESI PER L’ESTRAZIONE DEL DNA

Dopo questa prima ricognizione, «l’esame del Dna verrà fatto in ogni caso per raggiungere delle certezze», ha detto ancora il professionista incaricato delle operazioni di rilevamento, «e per escludere in maniera definitiva e categorica che nelle due tombe ci sia qualche reperto attribuibile alla povera Emanuela». «I tempi di estrazione del Dna», ha aggiunto Arcudi, «variano notevolmente, in qualsiasi laboratorio del mondo avvengano, a seconda dello stato di conservazione dei resti scheletrici. Possono variare, possono essere necessari 20 giorni, 30 giorni, e possono essere anche 60 perché talvolta bisogna ripetere l’esame». Per l’identificazione «abbiamo bisogno dell’estrazione del Dna ‘nucleare’, che subisce delle degenerazioni, delle variazioni importanti a seguito degli eventi atmosferici. Il Dna mitocondriale possiamo estrarlo più facilmente, ma quello non ci consente di fare analisi di comparazione o di fare il profilo genetico».

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