Perché il “golpe” di Istanbul è per Erdogan una mossa obbligata

Il presidente turco non poteva permettersi di perdere la città dove iniziò la sua ascesa. Per la minacca Imamoglu, ma non solo. I motivi dietro la scelta del "Sultano".

09 Maggio 2019 13.14
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Il golpe dell’annullamento delle elezioni comunali a Istanbul è in realtà una mossa obbligata nella logica dittatoriale della Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Per più ragioni.

La più importante deriva dall’irrompere vittorioso nella scena politica turca di Ekrem Imamoglu, il candidato del Chp, il Partito Repubblicano del Popolo che ha vinto il turno elettorale di marzo e che per 20 giorni è stato sindaco della capitale morale, culturale e industriale del Paese. Rompendo la stanca e sterile serie di leader del Chp che da 25 anni ormai perdono una dopo l’altra tutte le elezioni, Imamoglu si è imposto non solo nelle urne, ma soprattutto nel Paese con un “discorso” politico e una immagine di leader popolare radicalmente nuovi e attraenti. La sua visione e la sua caratura sono opposti a quelli di Erdogan perché basati sulla ricerca della “armonia”, tanto che il suo logo è un cuoricino. Al tracotante ed egemonico machismo islamico di Erdogan, Imamoglu, che è un musulmano, non un laicista come di solito i leader del Chp, contrappone la ricerca di una pacificazione degli animi del Paese. Speculare alla continua, frenetica, ricerca del nemico esterno e interno da parte di Erdogan, diventata parossistica dopo il fallito golpe del 2016 con centinaia di migliaia di licenziamenti politici e decine di migliaia di carcerazioni.

LA CRISI DEL MODELLO ECONOMICO DI ERDOGAN

Infine, e non per ultimo, Imamoglu col suo programma economico solidale ha saputo capitalizzare al massimo il tallone d’Achille di Erdogan: la crisi del suo modello economico. Sino a due anni fa e per un quindicennio questo è stato il vero punto di forza della Akp, il partito islamista: un Pil che cresceva di anno in anno del 7-10%, l’attrazione di capitali esteri, l’espansione della base produttiva industriale. Ma era una crescita in parte drogata da una faraonica bolla immobiliare e di grandi opere, a partire dal secondo ponte sul Bosforo, e da una vitalità di un turismo messo in crisi dagli attentati e dalla repulsione per le politiche autoritarie del regime islamista. La crisi della lira turca è oggi sconvolgente e il simbolo del terremoto economico che sconquassa il Paese è un tasso di interesse passivo del 24% che la banca centrale è costretta ad applicare, dopo avere svuotato le riserve auree e monetarie nel tentativo di sostenere la propria valuta. Un giogo che strozza l’economia turca con effetti dirompenti sulla vita dei ceti medi e popolari.

IL PERICOLO MORTALE DI UNA SCONFITTA SUL BOSFORO

In questo contesto, se Imamoglu riuscisse a governare Istanbul, gestirebbe una megalopoli di 16 milioni di abitanti (quasi la popolazione del Belgio e dell’Olanda) con un budget comunale superiore a quello di molte medie nazioni europee. Non a caso, l’avventura politica di Erdogan è iniziata e si è rafforzata proprio con due mandati di sindaco di Istanbul, città governata dalla Akp dal 1994 in poi (in una prima fase col nome di Fsp). Per tutto questo, il regime e Erdogan in prima persona hanno avvertito come un pericolo mortale la perdita del controllo della megalopoli sul Bosforo, anche perché sommata alla perdita amministrativa di Ankara. Per questo, Erdogan ha dovuto giocare la carta della fine della finzione democratica e ha imposto al comitato elettorale l’annullamento delle elezioni. Per questo, prepara sicuramente brogli intensi nel prossimo turno elettorale, forte del minuscolo margine della prima vittoria di Imamoglu di poco più di 13 mila suffragi. Per questo, è difficile che Imamoglu riesca a doppiare il suo exploit. A meno che, finalmente, l’elettorato di Istanbul non decida in massa, con ancora più determinazione del primo voto, di dare una massiccia spallata che può far traballare il regime di Erdogan. Esito non facile.

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