Cosa rischia Erdogan con l’acquisto dei missili S-400 russi

Il presidente tira dritto e annuncia che il sistema di difesa sarà operativo ad aprile. Gli Usa preparano sanzioni. E potrebbero escludere la Turchia dal programma F35. La lira rischia una nuova crisi.

15 Luglio 2019 17.52
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Il sistema missilistico russo di difesa antiaerea S-400, che la Turchia ha iniziato a ricevere il 12 luglio, sarà pienamente operativo nell’aprile 2020. Lo ha annunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. «Il nostro obiettivo è la produzione congiunta con la Russia» dei missili S-500 di prossima generazione, ha aggiunto Erdogan, parlando a una cerimonia ad Ankara per commemorare il fallito golpe contro di lui del 2016. «Hanno detto che non potevamo averli, invece l’ottavo aereo» con le componenti dei missili «è arrivato oggi. Stiamo diventando uno dei pochi Paesi al mondo con questi sistemi di difesa antiaerea. Con il volere di Allah, metteremo la parola fine sugli S-400 ad aprile 2020», ha spiegato Erdogan. La Turchia diventa così il primo membro della Nato a concludere un contratto di tale importanza con Mosca, unendosi a Cina e India, e dà un altro strattone verso Est alla sua collocazione geopolitica.

I RISCHI: SANZIONI, STOP AL F35 E CRISI DELLA LIRA

Ankara promette che continuerà a trattare anche l’acquisto dei missili Patriot degli Usa. Ma salvo capriole diplomatiche – un’ipotesi ventilata, ma sempre negata da Erdogan, è di rivenderli a Paesi terzi – il dado è tratto. La prima conseguenza potrebbe arrivare con l’esclusione dal programma dei cacciabombardieri americani F-35, di cui Ankara vorrebbe più di cento esemplari. L’addestramento dei suoi piloti negli Usa era già stato sospeso come avvertimento. Erdogan ha promesso battaglia, ricordando che il suo Paese ha già pagato 1,3 miliardi di dollari d’anticipo e minacciando di portare il caso davanti a un arbitrato internazionale. Ma il vero colpo arriverebbe con le sanzioni Caatsa per chi fa affari con Mosca in settori strategici. E l’accordo da 2,5 miliardi di dollari firmato con Ankara rientra in pieno in questa categoria. La scorsa estate le sanzioni nella disputa sulla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson portarono al peggiore shock valutario della lira dall’inizio degli anni Duemila. Per la fragile economia turca sarebbe un nuovo rischio di crisi.

LA WILDCARD TRUMP

In attesa della mossa di Donald Trump, che al G20 di Osaka aveva incolpato l’amministrazione Obama di aver trattato Ankara «ingiustamente», spingendola tra le braccia dei russi, è la Nato a dirsi «preoccupata dalle conseguenze potenziali». Secondo Bruxelles, «spetta agli alleati decidere quali attrezzature militari possono comprare», ma «l’interoperabilità delle nostre forze armate è fondamentale per la conduzione delle nostre operazioni e missioni». Dopo l’arrivo dei primi aerei con le componenti del sistema di difesa antiaerea, che ha una portata di 400 km, una terza consegna di oltre 120 missili è prevista via mare «alla fine dell’estate». Nel frattempo verrà completato l’addestramento di un centinaio di soldati turchi in Russia.

L’EQUILIBRISMO DI ERDOGAN ALLA PROVA

Sul piano geopolitico, è il segnale plastico dello scivolamento di Ankara verso Est. In tre anni e mezzo, i rapporti con Mosca sono passati dal rischio di una crisi militare per l’abbattimento del jet Su-24 nell’autunno 2015 alla piena cooperazione militare nella regione. Insieme all’Iran, e pur su posizioni contrastanti, i due Paesi tirano oggi le fila del conflitto in Siria. Sempre più forti sono anche i legami economici e strategici: la Russia sta costruendo la prima centrale nucleare turca di Akkuyu e il gasdotto Turkish Stream per portare il suo metano in Europa, mentre i suoi turisti in Turchia – quasi 6 milioni l’anno scorso – hanno superato tutti gli altri. Ma Europa e Usa restano ancora i mercati privilegiati. Per l’equilibrismo di Erdogan è l’ora della verità.

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