Le elezioni 2019 in Turchia sono state una doccia fredda per Erdogan

01 Aprile 2019 15.49
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Nella Turchia dove Recep Tayyip Erdogan controlla i media e imprigiona migliaia tra giornalisti e oppositori, il risultato delle Amministrative del 2019 è quanto di peggio potesse capitare al presidente da poco autopromosso, a colpi di riforme costituzionali, a sultano.

La propaganda messa in atto sotto ogni forma per ribaltare i sondaggi, che stavolta si sono rivelati azzeccati, non è bastata a confermare l'Akp di Erdogan nella capitale: Ankara che dopo 25 anni di conservatorismo passa di mano alla sinistra dei kemalisti laici e repubblicani del Chp è un colpo al cuore per il presidente e il suo fronte islamista. L'inizio del declino dell'Akp, commentano i notisti politici. Uno spartiacque come, con il senno di poi, si dimostrò l'elezione di Erdogan nel 1994 a sindaco di Istanbul. Anche nella megalopoli sul Bosforo la vittoria della coalizione dell'Akp e dell'estrema destra nazionalista (Mhp) era tutt'altro che scontata, ma Erdogan ha sperato fino all'ultimo di cavarsela per il rotto della cuffia, con qualche migliaio di voti in più. Invece le ultime circoscrizioni hanno spostato un pugno di 25 mila preferenze a vantaggio dei laici (48,79%) davanti a Erdogan per pochi decimali (48,51%). Una battaglia al fotofinish vinta dal fronte del Chp.

PER ERDOGAN LE PRIME SCONFITTE DAL 2003

Ankara e Istanbul valgono molto, nonostante l'oltre 50% di municipi conservati dall'Akp e gli alleati nazionalisti dell'Mhp. Anche Smirne, l'anti-Ankara, terza città della Turchia e storica roccaforte dei progressisti, non poteva che votare Chp. E da animale politico qual è Erdogan sapeva bene che il voto del 31 marzo 2019 poteva finire molto male. Il leader dell'Akp ora fa leva sui maggiori voti complessivi e – come l'opposizione – chiede il riconteggio delle circoscrizioni, ma nel pieno della campagna elettorale descriveva ansioso ai suoi le Amministrative come una «questione di sopravvivenza»: un test per il governo, considerato il delicato frangente economico della Turchia. Al profilarsi della prima débâcle dalla salita al potere dell'Akp, nel 2003, a spoglio ancora in corso Erdogan ha esortato i supporter a «individuare le mancanze e a correggerle», ammettendo il «dovere di cambiare, in caso di fallimenti». Alleato per interesse con la destra nazional-populista e laica del Buon partito, il Chp si è preso Ankara, epicentro del potere politico, sfiorando il 51%. E anche il prevalere sul filo di lana a Istanbul è specchio dello scotto pagato da Erdogan per la crisi dell'ultimo anno.

CADUTO SUL CROLLO DELLA LIRA E LA RECESSIONE NEL 2019

Al sultano la cosmopolita e composita Istanbul ha perdonato la tirannia e il moralismo montante finché l'economia tirava: fino al 2018 la crescita del Pil in Turchia (un terzo del quale da Istanbul) è coincisa con la stagione di Erdogan. Un'equazione saltata con la prima recessione degli ultimi 10 anni, certificata a marzo dopo che in un anno la lira turca ha perso quasi un terzo (30%) del valore. La disoccupazione ha superato il 10%, sfiorando il 30% tra i giovani, e l'inflazione ha toccato il 20%. Del trend, determinato dall'allinearsi di Erdogan all'asse anti-americano della Russia e dell'Iran e ancor prima dalle esorbitanti spese in politica estera, non si intravede un'inversione: gli investitori occidentali hanno perso fiducia nella potenza della Nato che guarda a Oriente, e certo non aiuta Erdogan lo scontro con gli Usa. Anche le sanzioni di Donald Trump contro la Turchia ne deteriorano le prospettive economiche, esponendola a manovre speculative: a una settimana dal voto la lira turca ha continuato a perdere fino al 5% sul dollaro, finché in extremis Erdogan non ha intimato alle banche di fermare le operazioni con l'estero.

Erdogan aveva promesso di far tornare una moschea Santa Sofia e di risolvere la questione curda in Siria

LA BOLLA DEL DEBITO E LE SPESE FARAONICHE DI ERDOGAN

Il crollo della lira all'apertura delle urne è stato scongiurato e Erdogan ha potuto anche esibire un rimbalzo positivo in Borsa. Ma tra i 57 milioni di elettori turchi fanno sempre meno presa i giochi di prestigio del sultano e si fa sempre più largo la consapevolezza dei problemi economici. Già alle elezioni nazionali del 2018 il leader dell'Akp era stato costretto al ticket con l'estrema destra per conservare la maggioranza, centrando così l'obiettivo di accentrare i poteri su di sé. Un voto che il presidente turco ha astutamente anticipato di un anno, proprio per arginare l'erosione dei consensi. Ma se a livello politico il sultano si è blindato almeno fino al 2023 modificando la Costituzione, l'economia può farlo saltare. La frenata della tigre del Bosforo (dal 2003 al 2017 il Pil era triplicato, a un media del +5% l'anno e con picchi del 9%) deriva anche dall'eccessivo debito pubblico – anche per progetti interni faraonici come l'aeroporto di Istanbul o il tunnel ai Dardanelli –, delle famiglie e delle imprese. Un boom economico gonfiato, insomma, con bolle che potrebbero esplodere, anche nell'immobiliare.

IL FATTORE CURDO: L'AIUTO AL CHP A ISTANBUL

Tanto più nella Turchia densa di contraddizioni politiche, economiche e sociali. Significativo, in questo senso, che alle Amministrative del 2019 i curdi si siano ripresi alcune città del loro entroterra, a partire da Diyarbakir, nonostante la maggioranza dei politici curdi e filocurdi dell'Hdp sia bandita dall'attività o incarcerata come il leader Selahattin Demirtas. Rinunciando a candidati propri, l'Hdp è stato decisivo nella vittoria del Chp in Comuni in bilico come Istanbul: i curdi delle metropoli hanno riversato i voti sui repubblicani, nella speranza di un riconoscimento futuro che, anche dal Chp, sarebbe storico. Il fronte comune tra la sinistra e la parte della destra nazionalista decisa, al contrario del Mhp, a restare laica, è valso più del frenetico populismo di Erdogan. Nel 2019 il sultano ha rilanciato la coltivazione della cannabis come antidoto alla crisi economica. Ha teso la mano, attraverso la Banca centrale, ai grandi club calcistici indebitati di Istanbul e ne ha promosso uno nuovo. Ha detto di «risolvere definitivamente la questione dei curdi in Siria» e di «far tornare moschea il museo di Santa Sofia». Ma sono sempre di più ad avere altre vedute sul futuro della Turchia.

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