Enrico Mugnai

La resistenza curda raccontata da Erol Aydemir

La resistenza curda raccontata da Erol Aydemir

Incarcerato in Turchia a causa dell'attività teatrale considerata filo Pkk. Isolato dalle università. Il 30enne curdo in sciopero della fame spiega i motivi della sua lotta. E la sua idea di rivoluzione. 

25 Aprile 2019 13.00

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È una protesta silenziosa quella di Erol Aydemir, ma non per questo meno pericolosa per la sua vita. «Mi sento debole, negli ultimi giorni ho avuto problemi di sonno e aumentano i dolori muscolari». È nato a Muş, nell’est della Turchia, zona a maggioranza curda che ha dovuto abbandonare dopo i due anni passati in carcere a causa della sua attività teatrale, giudicata filo Pkk (Partito dei lavoratori del Kurtdistan), e dell’ostracismo delle università che non lo accettavano più. Ha 30 anni, due baffoni scuri e gli occhiali spessi, al collo la sciarpa verde, gialla e rossa, i colori del suo popolo.

La maglietta e i pantaloni verde militare gli vanno ormai larghi. Dal 21 marzo, giorno del capodanno curdo, è in sciopero della fame, prima a Cagliari, dove è iscritto alla facoltà di Agronomia, poi a Roma, all’Ararat, storico centro culturale occupato nel 1999 dopo che i servizi segreti turchi catturarono Abdullah Öcalan, il leader curdo riparato in Italia. Erol ha perso 10 chili, ora il suo corpo inizia a consumare se stesso. «Proseguirò fino alla fine se necessario, non ho paura della morte», dice a Lettera43.it, «le mie idee sono più importanti del mio corpo e vivranno con più forza dopo di me».

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L'ESEMPIO DI LEYLA GÜVEN

Erol ha seguito l’esempio di Leyla Güven, parlamentare dell’Hdp (Partito democratico dei Popoli, sostenuto dai curdi in Turchia), che dopo essere stata arrestata per aver denunciato il massacro dei curdi perpetrato dall’esercito turco ad Afrin, nel nord della Siria, ha iniziato uno sciopero della fame che dura ormai da cinque mesi. Lei è in condizioni gravissime, libera ma ricoverata all’ospedale. «Anche se Leyla smettesse oggi lo sciopero della fame probabilmente non sopravvivrebbe. Forse la sua morte servirà a far cambiare qualcosa», spiega Aydemir. Dopo Leyla 7 mila prigionieri curdi nelle carceri turche hanno iniziato a non mangiare. «Sessanta persone hanno perso la vista a causa della fame, soffrono di emorragie e nelle carceri turche spesso non viene dato né sale né zucchero».

Se dovessi morire il mio pensiero avrà più forza di quando ero vivo e avrò ripagato il debito con chi, come Arin Mirkan e Lorenzo Orsetti, ha dato la vita lottando contro Daesh per difendere i valori in cui credo

Nove persone sono già morte. Allo sciopero si sono unite centinaia di persone in tutto il mondo. Erol è animato da un pensiero internazionalista. «Lo sciopero della fame non è solo per la liberazione di Öcalan o per la bandiera curda», dice, «lui si sente libero anche dentro una prigione e dovremmo tessere una bandiera per tutto il mondo. Dobbiamo abbattere i muri che sono stati eretti attorno alle sue idee, temute da tutti i governi, e lavorare per un movimento globale».

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IL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO DI ÖCALAN

Il regime di totale isolamento – che valica i confini del diritto internazionale – non ha impedito ad Apo, nome di battaglia di Öcalan, di elaborare nei 20 anni di prigionia una teoria politico-sociale che ha spinto molti curdi e molti militanti di altri Paesi a partecipare al suo progetto: il Confederalismo democratico. Erol è tra i più entusiasti sostenitori di questa visione: «Fino al 1984 Öcalan lottava solo per i curdi, poi ha capito che se non siamo tutti liberi nessuno è libero». La teoria politica del Confederalismo democratico si basa su democrazia diretta, emancipazione della donna, ecologismo, convivenza interreligiosa e interculturale, abbattimento del capitalismo e creazione di un'economia sostenibile, superamento dello Stato nazionale. «Lo Stato nazionale è morto da anni, ormai comandano solo i soldi. Il capitalismo riesce a cambiare geneticamente le persone, rendendole individualiste all’estremo e recidendo i legami sociali», sottolinea l'attivista curdo. «L’Unione europea è una sorta di confederalismo, ma vuoto: alla base non c’è la partecipazione delle persone, ma gli interessi economici. Eppure l'Europa sarebbe un terreno fertile per un vero confederalismo».

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Erol crede che i curdi in Siria, se volessero, avrebbero la forza militare per creare un loro Stato. «Ma poi dovremmo crearne uno per gli arabi, uno per gli yazidi, per i turkmeni, uno Stato per ognuno, e magari si farebbero la guerra per un pozzo di petrolio. Dobbiamo liberarci da questo giogo, e pensare a creare qualcosa di partecipato da tutti in tutto il mondo».

CURDI, UN POPOLO DIMENTICATO

Il comportamento dell’Europa nei confronti del “sultano” turco Recep Tayyip Erdoğan è ai suoi occhi una conferma. «Le prove che Erdogan abbia sostenuto Daesh sono numerose», attacca, «ma lui rimane una pedina fondamentale nello scacchiere geopolitico e i governi della Nato se lo tengono buono perché temono che possa allearsi con la Russia». Anche quello italiano, nonostante i proclami contro l’entrata della Turchia nell’Unione europea, ha avuto un grande interesse nella concessione di 6 miliardi di euro al governo turco per la gestione, o meglio la mala gestione, dei 3 milioni di profughi siriani scampati all’esercito nero del califfo anche grazie alla resistenza delle milizie curdo arabe dello Ypg e Ypj, pagata con 15 mila vite. Nonostante l’eroismo dimostrato, i curdi sono stati dimenticati subito dopo la fine del conflitto siriano. «Non conviene a nessun governo sostenerci, siamo scomodi perché vogliamo una rivoluzione culturale mondiale e abbiamo la forza e le idee per attuarla», continua Erol. «Il silenzio della comunità internazionale permette a Erdoğan di continuare il genocidio contro il nostro popolo. Chi tace non può che esser complice». Anche per rompere questa cappa di omertà Erol sta portando allo stremo il suo corpo.

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Nonostante lo sforzo evidente, Erol si illumina quando descrive il campo profughi di Makhmour, nel nord dell’Iraq, dove è stato in visita per qualche mese. In quel territorio arido 10 mila rifugiati stanno compiendo un miracolo. «Ho visto le ragazze e i ragazzi di 15 anni partecipare alla vita politica, studiare, andare alle assemblee e intervenire portando le loro idee fresche. A Roma li vedo camminare col telefonino in mano senza neppure guardare la strada che gli sta davanti», ammette. Tra quelle tende, dove anziani e bambini condividono la mancanza di servizi, cibo e sicurezza, Erol si è trovato immerso in una società diversa e migliore. «Le persone sono felici nonostante le difficoltà e gli orrori della guerra che portano sulla pelle e nel cuore. Stanno costruendo qualcosa che è veramente loro, su cui possono intervenire, a cui contribuiscono coi propri talenti e le proprie speranze».

Donna, vita, libertà sono le radici dell’albero che dobbiamo far crescere tutti insieme

Nella stanzetta messa a disposizione dal centro Ararat Erol continua a studiare libri di grandi pensatori, filosofi e soprattutto di storia. «Il capitalismo è sempre un passo avanti perché studia il modo di perpetuarsi e ingrandirsi. Bisogna studiare la storia e agire nel quotidiano. Non basta aderire all’idea di pace o di un mondo migliore, vanno costruiti giorno dopo giorno», mette in chiaro. Un percorso, questo, secondo Erol intrapreso da Öcalan. «Apo è andato indietro nel tempo di 10 mila anni, arrivando ai Medi, gli antichi abitanti della Mesopotamia. Da lì è partito per andare oltre il pensiero marxista-leninista, mescolando le idee di molti, da Marx a Mao, da Gramsci a Nietzsche fino a Murray Bookchin. Öcalan ci spinge non solo a seguirlo, ma ad andare oltre, a elaborare una teoria sociale e politica che sia costantemente in grado di evolversi pur partendo dall'elaborazione di Öcalan».

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La cultura è la base del Confederalismo Democratico che si sta sperimentando da anni in Rojava, nel nord della Siria, nonostante la guerra; è là che Erol è andato per capire come si «costruisce la rivoluzione»: «Il 70% del lavoro viene fatto sull’istruzione. Le scuole non devono formare automi al servizio del capitale, ma persone libere e pensanti». Erol vive con tristezza l’onda nera che sembra travolgere l’Europa. «Le parole d’ordine del fascismo sono sempre le stesse e i suoi nutrimenti sono il disinteresse e la paura», dice senza esitazione. Ma come si supera la paura? «Abbandonando l’interesse personale e mettendosi al servizio degli altri», risponde. «Vivere per il prossimo dà il coraggio che può venirti a mancare». «Questa sofferenza mi dà la forza di spronare i miei compagni di lotta ad approfondire il pensiero di Öcalan», conclude. «La base della rivoluzione è l’autocritica e la critica costruttiva. Dobbiamo sempre migliorarci a livello personale». Come la vita, la rivoluzione culturale parte dalle donne. «Donna, vita, libertà sono le radici dell’albero che dobbiamo far crescere tutti insieme. Se dovessi morire il mio pensiero avrà più forza di quando ero vivo e avrò ripagato il debito con chi, come Arin Mirkan e Lorenzo Orsetti, ha dato la vita lottando contro Daesh per difendere i valori in cui credo».

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