Adriana Belotti

Cari candidati alle Europee, ascoltate davvero noi disabili

Cari candidati alle Europee, ascoltate davvero noi disabili

Non siamo malati né oggetti da curare. Siamo persone con diritti e doveri che possono fare la loro parte per la comunità. La strada è già stata tracciata. Basta seguirla. 

25 Maggio 2019 13.00

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Carissimi canditati e aspiranti europarlamentari italiani,
il voto è ormai alle porte. Auguro a tutti un grande in bocca al lupo per i risultati e, in modo particolare ai futuri vincitori, chiunque di voi sarà.

L'euroscetticismo del governo gialloverde non ci è di grande aiuto nei rapporti con l'Unione europea e l'aumentare dei movimenti sovranisti non solo nostrani ma in tutto il Vecchio continente fa pensare. Io invece credo che far parte dell'Ue sia un'opportunità di arricchimento per tutti gli Stati membri, Italia compresa, in termini di confronto politico e scambio di buone prassi sulle tematiche di interesse comune ai cittadini. Entrare a far parte del parlamento europeo significa poter collaborare a migliorare la qualità della vita di milioni di persone. Mi piacerebbe che essere membro dell'Unione europea non venga vissuto da voi come una zavorra. Personalmente ritengo importante il fatto che ci sia un'organizzazione politica ed economica sovranazionale che, essendo terza agli interessi dei singoli Stati, sia in grado di offrire le linee di indirizzo da seguire, supervisionare l'operato dei Paesi e intervenire a correggere eventuali violazioni dei diritti umani fondamentali.

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​Cari candidati, rispetto alle politiche a favore dei cittadini con disabilità, sappiate che di fronte all'Europa ci stiamo presentando già in grave difetto. Non lo affermo io ma questo è quanto emerge dalle osservazioni conclusive al primo rapporto dell'Italia redatta dal comitato sui Diritti delle persone con disabilità. L'Italia ha ratificato la convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità esattamente 10 anni fa. È stato un grande riconoscimento a livello formale a cui però non è seguito nessun cambiamento sostanziale rispetto a come sono considerate le persone con disabilità, sia a livello comune ma anche all'interno della comunità scientifica e da voi rappresentanti politici. Ci guardate ancora attraverso le lenti del modello medico, ritenendoci oggetti di cura più che soggetti attivi e in grado di offrire il loro contributo per migliorare la qualità di vita dell'intera comunità. Questo errore – grave, a dirla tutta – genera a cascata tutte le altre lacune che il documento del Comitato mette in luce.

Forse è questo il motivo per cui spesso prendete decisioni che ci riguardano, senza prima avviare un confronto che non sia puramente formale con le associazioni da cui siamo rappresentati. Che genere di contributo porterete in Europa rispetto alle priorità che interessano i cittadini con disabilità se il punto di partenza è questo? Spero che il confronto con gli altri membri dell'Unione, soprattutto quei Paesi in cui l'attivismo per la difesa dei diritti delle persone con disabilità vanta una storia più lunga della nostra, vi sia di aiuto per abbandonare una volta per tutte l'ottica assistenzialista di cui è impregnato il vostro agire. Mi auguro che possiate iniziare a guardarci come individui attivi e in grado di autodeterminarsi. Solo così sarete in grado di migliorare e aumentare la qualità della collaborazione con le associazioni che ci rappresentano. Altrimenti i rapporti con il mondo dell'attivismo, sia a livello nazionale che europeo, rimarranno poco più che una formalità e serviranno a ben poco.

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Vi ricordo che 50 anni fa l'Italia era un modello da seguire: pensate a tutto il movimento di deistituzionalizzazione innescato dalla legge Basaglia, i percorsi di inclusione scolastica e lavorativa. Siamo stati tra i primi a livello mondiale a restituire la dignità di persone ai cittadini con disabilità, riconoscendoli come soggetti attivi, aventi diritti e doveri. In quegli anni sono state promulgate leggi importanti in nostro favore come quella che ha portato alla chiusura dei manicomi, appunto, o alla chiusura della scuole speciali o ancora alla legge 68/99 sull'inserimento lavorativo.

Al di là delle singole norme, ciò che si respirava in quegli anni era aria di rivoluzione rispetto all'idea di persona con disabilità che fino ad allora aveva dominato tanto il senso comune quanto il mondo scientifico e politico. Ai cittadini con disabilità è stata finalmente data voce in capitolo. È stato un percorso lento e difficile ma in quegli anni ci siamo davvero conquistati la possibilità di autodeterminarci. Cos'è cambiato da allora, secondo voi?

A me sembra che, a fronte di qualche sporadico passo avanti, se ne stiano facendo molti indietro. Purtroppo la discriminazione nei nostri confronti oggi oggi esiste ancora, sono molti i diritti che ancora non vengono totalmente garantiti e i settori in cui dovremmo attivare delle politiche più efficaci e lungimiranti: dalla scuola al mondo del lavoro; dalla salute alla parità di genere; dall'accessibilità alla promozione dell vita indipendente. Queste sono solo alcune delle aree in cui ci viene chiesto di migliorare. Vi consiglio di leggervi attentamente le osservazioni conclusive del Cdpd così come anche le indicazioni contenute nella Strategia europea sulla disabilità 2020 – 2030. Che vi siano di aiuto sia per correggere la rotta rispetto alle politiche nostrane, sia come faro per orientare il vostro agire come eurodeputati. Non dovete inventarvi niente: obiettivi, strategie e azioni per migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità esistono già basta solo seguirle e soprattutto credere in noi.

Non mi resta che augurarvi buon lavoro.

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