L’Europa dei nazionalismi ci farà schiacciare da Cina, Usa e Russia

Mario Margiocco
05/04/2020

Sono giorni decisivi per l’Unione europea. O si muove fino in fondo, o si torna alle piccole patrie, cioè ai campanilismi che ci faranno schiacciare dalle super-potenze. Olanda e Germania se ne renderanno conto?

L’Europa dei nazionalismi ci farà schiacciare da Cina, Usa e Russia

Dopo circa un mese di regime da pandemia è possibile tentare un quadro delle conseguenze, viste attraverso tre prismi. Quello nazionale, quello sovranazionale – che per noi è anzitutto quello europeo, una sovranazionalità di tipo speciale e inedito altrove -e infine quello internazionale. La pandemia è caduta infatti, e la sta accelerando, in una fase di passaggio dalla lunga Pax Americana, sconfessata ora in primis dall’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a una fase a più protagonisti continentali, la Cina soprattutto per forza economica e ambizioni globali, e la Russia con rinnovate ambizioni imperiali.

Occorre vedere se l’Europa dell’Unione, e l’Europa intera in definitiva, supera la prova e si afferma in un decennio come quarta realtà, o si frammenta nei vecchi nazionalismi, cadendo nella sfera di influenza di altri, e non più questa volta nella sfera americana. Il rischio è molto forte. La pandemia e come la si affronta, sul fronte economico prima di tutto, è determinante. Lo Stato-Nazione esce ovunque rilanciato perché si è dimostrato il primo e indispensabile e in numerosi casi l’unico baluardo, sanitario ed economico, insieme ovviamente alle sue strutture regionali e locali. Ne deriva l’aumento di popolarità quasi ovunque dei governi in carica, e l’ovvia difficoltà per le opposizioni a mettersi in luce.

Quando si faranno i conti, nei dibattiti parlamentari prima e nelle elezioni dopo, l’idea nazionalista che con termine fuorviante viene chiamata oggi spesso “sovranista” si presenterà rafforzata. Se non si cade nel campanilismo, che poi è l’essenza di molto “sovranismo”, è normale. In Italia e non solo la resa dei conti sarà fra europeisti, se ci saranno ancora, e nazionalisti. Al momento sono in molti a farsi riparo dell’immagine dell’ex presidente Bce Mario Draghi, la figura più autorevole al momento sulla scena italiana e forse europea. Draghi tuttavia non accetterà mai di fare il capo del governo non avendo né volendo un partito e non essendo eletto da nessuno. E difficilmente accetterà di fare il capo dello Stato, nel 2022, eletto da un parlamento troppo eterogeneo e labile per consentirgli di presiedere, dal Quirinale, a una politica saggia e utile per noi e per l’Europa, se l’Europa dell’Unione sarà ancora un soggetto pieno.

LA BCE ASSICURA LIQUIDITA DEL MERCATO E ALLE BANCHE

«Tutti i leader nazionali», ricorda in questi giorni il politologo e diplomatico americano Joseph S. Nye, «devono mettere al primo posto gli interessi nazionali, ma la domanda cruciale è se riescono a definirli anche in modo adeguato e ampio, o solo ristretto e di corto respiro». Gli Stati nazionali sono intervenuti subito o quasi, in questa pandemia, mentre l’Unione in parte ancora discute e invoca regole scritte ieri, e questo a fronte di qualcosa che nessuno, ieri, aveva previsto. La Bce, dopo la nota gaffe iniziale di Christine Lagarde, si è mossa. Non tutti sanno che cosa sta facendo la Bce: detto semplicemente, assicura la liquidità del mercato, acquistando titoli sovrani o privati che altrimenti rischierebbero di subire la debolezza eventuale della domanda. In più, assicura liquidità alle banche per mantenere il credito a costi bassi. La Commissione ha messo in atto vari aiuti e programmi, il più importante forse un sostegno comune antidisoccupazione, chiamato Sure.

In Germania si vota nel 2021 e nessuno vuole offrire munizioni alla destra sovranista di Alternative für Deutschland

Manca ancora all’appello il Consiglio, cioè il vero centro del potere dell’Unione, l’organo collegiale dei 27 Stati membri. Più di metà Paesi, Francia, Italia e Spagna in testa, chiede passi decisi e straordinari. Questa settimana, con un nuovo vertice via teleconferenza mercoledì 8 aprile, dovrebbe esserci una risposta dei capi di Stato e di governo. Come noto l’Italia, con il suo abnorme debito pubblico non affrontato quando sarebbe stato meno difficile farlo, è al centro della questione, anche se non è sola. L’Italia risponde dicendo, giustamente, che adesso non si parla di debiti pregressi che restano ovviamente a carico del Paese, ma delle nuove ingenti somme necessarie per salvare le nostre società.

La cancelliera Angela Merkel (Ansa).

L’obiettivo è finanziare un piano collettivo di ricorso ai mercati per una ricostruzione europea. Ma non si potranno chiamare eurobond e nemmeno coronabond, anzi, occorrerà dire che proprio non lo sono, perché in Germania si vota nel 2021 e nessuno vuole offrire munizioni alla destra sovranista di Alternative für Deutschland – gli amici/alleati del salvinismo e del melonismo – contraria all’euro, contraria ai Paesi del Sud nell’euro, Italia in primis, e disposta piuttosto a un ritorno al deutsche mark.

QUELLA STRANA SINTONIA TRA TRUMPISMO E PUTINISMO CONTRO L’UE

In molti dicono che l’Unione è già morta. Lo dicono e non da oggi i nostri “sovranisti”. Lo dicono i loro alleati da Afd a molti altri altrove nell’Unione, con il ridicolo risultato di un salvinismo e di un melonismo che accusano  la Ue di non fare, mentre i loro amici d’Europa fanno il possibile perché non faccia nulla e minacciano sfracelli se fa qualcosa. Che l’Unione è morta lo dice con grande insistenza la propaganda russa, ispirata direttamente dallo Stato Maggiore militare che ha come noto una forte propensione e tradizione all’arma psicologica. Lo dicono anche in una strana ma non sorprendente sintonia vari ideologi, accademici in genere, del trumpismo americano, espressione della tradizione ipernazionalista americana, e più la Ue fa fatica, più applaudono. Mosca sta portando avanti, intensificata nelle ultime settimane, la sua strategia di spaccare una Ue che ha sempre considerato un impaccio alle strategie russe verso l’Europa occidentale e un residuo della Guerra fredda.

Surkov poco più di un anno fa vedeva un Putin che «sa giocare con le menti dell’Occidente», quelle europee in particolare

Vladislav Surkov, da sempre vicinissimo a Vladimir Putin, stretto collaboratore spesso e anche uomo d’affari in proprio come molti del giro putiniano, è fra i teorici di una nuova democrazia, dove c’è chi sa ascoltare e agire, cioè Putin, ben al di là dell’«illusione della scelta» offerta  dall’Occidente. Non si sceglie, si obbedisce ed è meglio così, in perfetta tradizione russo-asiatica. Surkov teorizza «l’algoritmo politico» putiniano per il quale prevede «un secolo glorioso», e poco più di un anno fa vedeva un Putin che «sa giocare con le menti dell’Occidente», quelle europee in particolare. Un gioco ipnotico, quasi.

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La partita fondamentale era e resta, quanto a geopolitica, il posto che va fatto alla nuova potenza cinese, e l’adattamento al relativo retrenchment del potere americano, in parte inevitabile e già avviato, in parte conseguenza della sconsideratezza e inadeguatezza di Donald Trump e di molti suoi sostenitori. Come i nostri sovranisti, pensano a un ordine internazionale basato sui nazionalismi, il che, se la Storia insegna qualcosa, equivale a un ordine internazionale basato sul disordine. 

QUEGLI AIUTI CHE SERVONO ALLA PROPAGANDA RUSSA

Tutto è accelerato dalla pandemia e la Russia di Vladimir Putin vede in tutto questo una grande opportunità per indebolire al massimo il legame transatlantico e spaccare l’Unione europea. Per loro è un assurdo e illegale impaccio: non era prevista dagli accordi di Yalta, i russi a quello sono fermi, che prevedevano un’Europa russificata a Est e sotto l’influenza britannica a Ovest e gli Stati Uniti tornati a casa, come Franklin Roosevelt sempre aveva loro detto. Svanito rapidamente il potere britannico, in pochissimi anni, con Londra già nel 1947 costretta a rinunciare a ruoli-chiave in Europa, l’avvento di un’Europa occidentale “amica” era per Mosca vicino. La Nato e i Trattati di Roma furono uno sgarro, dice il libro russo.

Intanto a Mosca si dice che la Ue, lo dicono stazioni tv e articoli di giornale, è morta

La Russia è Paese dai tempi lunghi, sterminati come il suo territorio, e da circa 200 anni vede la sua diplomazia impegnata in una perenne partita a scacchi con l’Europa per condizionare il continente e far rispettare dagli occidentali gli interessi, economici prima di tutto, di una nazione sterminata, pienamente sviluppata solo nel settore militare, che ha sempre speso troppo per le armi e troppo poco per il suo popolo. Putin ha decretato, anche in prima persona (si veda l’intervista al Financial Times del 27 giugno 2019)  la crisi profonda del sistema liberale, cioè occidentale american-europeo, e il sorgere attorno ai neo-nazionalismi della nuova sovereign democracy, una democrazia che funziona nell’interesse dei cittadini, e sui cui connotati democratici gli altri sono sbrigativamente invitati a non indagare. Inevitabile qualche lontana assonanza  con la “democrazia reale” di sovietica memoria.

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Coronavirus, gli aiuti russi in viaggio verso Bergamo.

Accanto a questo è stato resuscitato il vecchio concetto russo di Eurasia, cucito addosso alla realtà russa di Paese europeo a San Pietroburgo e asiatico già a Mosca, e alla fine più asiatico che euro, russo insomma. Intanto a Mosca si dice che la Ue, lo dicono stazioni tv e articoli di giornale, è morta. Da qui l’importanza di far vedere ai russi e in giro per il mondo i camion militari russi degli aiuti sanitari all’Italia portati qui con gli Antonov e che corrono, bandiera russa al vento, sulle nostre autostrade e strade. Sono giorni decisivi per l’Unione europea e per l’Europa. O si muove fino in fondo, o si torna alle piccole patrie, cioè ai campanilismi. A fronte di Cina e Stati Uniti e Russia siamo solo 30 piccoli Paesi, costretti a collaborare strettamente – compresi i non Ue Svizzera e Norvegia – se vogliamo sopravvivere. Chissà se i tedeschi e gli olandesi a ore se lo ricorderanno.