Eurostat, l’impatto delle banche venete sui conti italiani

Giovanna Faggionato
03/04/2018

Per il loro salvataggio l'istituto calcola un totale di 11,2 mld. Una cifra ben superiore alle stime dell'esecutivo. Già non rispettavamo la regola sul debito. E siamo a rischio procedura. Ora aumenta pure il deficit. 

Eurostat, l’impatto delle banche venete sui conti italiani

Alla fine il nodo delle banche venete è venuto al pettine. I conti sulla risoluzione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca erano una delle grandi incognite sulle stime del debito italiano, assieme alla crescita del Pil. Ora l'Eurostat ha calcolato che sono costate anche più di quanto aveva stimato la Commissione europea che già a novembre, quando Lettera43.it aveva anticipato la notizia, prevedeva un impatto sul nostro debito maggiore di 5,4 miliardi di quello preventivato dal governo.

LA DIFFERENZA TRA LE STIME. Lo scorso autunno, infatti, un documento di lavoro dell'esecutivo Ue spiegava che la differenza tra il debito al 132,1% stimato dai suoi uffici e quello al 131,6 previsto dal governo italiano (per l'Istat al 131,5) era dovuta per circa lo 0,3% alla differenza di calcolo sul caso degli istituti di credito veneti. Lo stesso documento specificava in una nota che mentre la decisione sarebbe dipesa dall'istituto di statistica europeo, la Commissione Ue avrebbe compreso nelle sue stime un costo di 10,2 miliardi sul debito, mentre le previsioni italiane si fermavano a 4,8 miliardi. La lettera inviata martedì 3 aprile dall'Eurostat a Istat calcola un impatto sul debito del 2017 più pesante di un altro miliardo, arrivando a 11,2 miliardi di euro. Si tratta dei fondi di cui si è fatto carico il governo, dando la possibilità a Intesa San Paolo di acquisire attivi e asset delle due banche non solo a costo zero, ma anche a rischio di mercato zero.

PIL AL 131,8 E DEFICIT AL 2,3%. A Intesa, ricorda nella sua lettera l'Eurostat, il governo ha trasferito 4,8 miliardi per coprire bisogni di capitale e misure, circa altri 2 miliardi di euro di garanzie sui rischi e controversie legali e altri quattro per lo schema di garanzia dei depositi. Infine, per scongiurare quello che considerava un disastro ancora maggiore, il governo ha acconsentito a garantire che se Intesa non fosse riuscita a rientrare dei costi sostenuti per l'acquisizione delle passività dei due istituti di credito attraverso la vendita degli Npl si sarebbe fatto carico della differenza, fino alla copertura di un massimo di 6,4 miliardi di euro. I 17 miliardi di crediti deteriorati sono stati poi assegnati per decreto alla Sga, società del Mef «non esposta a rischi o benefici sul suo portafoglio». In questo modo l'unico soggetto che si è caricato dei rischi di mercato è risultato l'esecutivo. E cioè il bilancio pubblico. Tanto che l'Istat certifica oggi un debito al 131,8% del Pil e un deficit al 2,3%.

Il debito delle nostre casse pubbliche, che a marzo l'Istituto di statistica aveva rivisto al ribasso al 131,5% del Pil dando ragione ale stime del ministero guidato da Pier Carlo Padoan sul fronte della crescita, aumenta così di almeno di altri 0,3 punti percentuali. Il problema è che l'Italia era sotto esame già dal 2016 per il mancato rispetto della regola del debito, cioè del percorso di riduzione di un ventesimo di rosso all'anno previsto non solo dal Fiscal Compact ma anche dai regolamenti alla base del semestre europeo.

ITALIA A RISCHIO PROCEDURA. Già a novembre nel suo documento di lavoro la Commissione calcolava uno scarto del 2,8% del Pil rispetto agli obiettivi previsti per il 2017 e dell'1,1 per il 2018. E prevedeva che l'Italia non li avrebbe centrati, aprendo la via a una procedura di infrazione. Nel 2016 il nostro Paese aveva riparato all'ultimo con una manovra correttiva. Gli automatismi non ci sono, ma non è detto che la Commissione, dopo due anni di sforamento quindi dopo una deviazione classificata come grave, si accontenti.

In più in autunno, né l'esecutivo europeo né tantomeno quello italiano avevano stimato l'impatto della risoluzione delle banche venete sui conti del 2018. L'Eurostat invece prevede un effetto, e nemmeno da poco: 4,7 miliardi di euro di spesa in più, 6.5 se si considera anche il salvataggio di Mps. E così l'Istat ha rivisto al rialzo di 0,4 punti base anche il rapporto deficit Pil nel 2017, portandolo al 2,3%.

UNA MANOVRA CORRETTIVA GIÀ PREVISTA. Solitamente tuttavia, queste misure sono considerate una tantum e di conseguenza non hanno effetti sul calcolo del deficit strutturale, quello che fa fede per l'Unione europea. A novembre l'Ue calcolava che tra sterilizzazione delle clausole di salvaguardia sull'Iva, incentivi per le assunzioni del Jobs act ma anche contributi per gli acquisti di nuovi macchinari destinati alle imprese, la spesa per l'aumento dei contratti degli statali e misure contro povertà ed esclusione sociale, il deficit italiano avrebbe deviato dal percorso di rientro assestandosi all'1,8%. Allora una manovra correttiva da 3,5 miliardi era data quasi per scontata, già addebitata sul conto del governo che sarebbe venuto. Quel governo ancora non c'è, al contrario dei conti da pagare.

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