Evasione fiscale, che la guerra abbia inizio

Paolo Stefanato
23/08/2012

Monti lancia l'allarme «nero». Ma per combatterlo basterebbero due piccoli accorgimenti sulla denuncia dei redditi.

Evasione fiscale, che la guerra abbia inizio

Anche Mario Monti ci è arrivato: l’Italia contro
l’evasione fiscale è in «stato di guerra». L’espressione è
forte e richiama misure di emergenza specialissime: in guerra le
leggi penali vengono inasprite, l’organizzazione dello Stato
viene piegata a obiettivi supremi, i cittadini devono accettare
condizioni di vita diverse dalla normalità.
PIÙ SOSTANZA E MENO PROPAGANDA. Se la lotta
all’evasione è davvero «una guerra» non devono stupire lo
spiegamento dell’esercito o le verifiche porta a porta.
Quello che ci vuole, tuttavia, è sostanza e non propaganda. Un
solo avvocato che incassa in nero una parcella da 15 mila euro
equivale a 15 mila scontrini di caffè non emessi.
Se è guerra, guerra sia. Gli onesti non la temono. E allora il
governo cominci con due misure facili facili e prive di qualunque
onere, sulle quali il dibattito da anni procede a intermittenza,
sempre spento dalle forze occulte pro-evasione. Misure
controverse e per certi versi innovatrici del costume, ma giuste
nella sostanza: se guerra è, guerra sia.
PRIMO: RIVEDERE IL MODELLO UNICO. La prima: il
modello Unico oggi non comprende i redditi a tassazione separata,
ragion per cui la cifra del reddito indicata all’ultima riga
non è necessariamente veritiera. Spieghiamo meglio. Se un
contribuente ottiene l’intero suo reddito da cedole o
dividendi, tassati alla fonte, non dovrà neppure compilare il
modulo dell’Irpef e al fisco risulterà nullatenente. Tutto
regolare, ma fuorviante.
Questo vale per imprenditori ma anche per semplici risparmiatori:
va dichiarato solo quanto richiesto. Oggi la cifra di reddito
indicata dal modello Unico ha un solo significato: quel
contribuente non guadagna meno di così; ma non si può sapere
quanto guadagna di più.
L’OBBLIGO DI DENUNCIARE TUTTI I REDDITI. La
proposta dunque è semplice: ferma restando la tassazione
separata e più favorevole, ogni contribuente dovrebbe essere
obbligato a indicare nella denuncia tutti i redditi percepiti,
cosicché la sua fotografia per il fisco diventi veritiera.
Questo deve valere anche per i politici, che avendo tutta o parte
della propria indennità sottratta ai normali obblighi fiscali,
sono i primi a mancare di trasparenza nei confronti dei
cittadini-elettori.
SECONDO: MENO PRIVACY. La seconda misura è
direttamente correlata alla prima. Gli elenchi dei contribuenti e
dei relativi redditi dichiarati dovrebbero tornare a essere
pubblici. Lo furono negli Anni 70 e 80: tutti i cittadini
potevano sfogliarli nei Comuni e alle intendenze di Finanza.
UNA CAUTELA INUTILE. Lo sono, con assoluta
normalità, nella gran parte dei Paesi confrontabili con il
nostro. Forse qualcuno ricorda che i quotidiani, 30 anni fa,
pubblicavano intere pagine con i nomi dei contribuenti, il loro
reddito, le loro imposte. Nessuno si scandalizzava; o meglio, ci
si era adattati a una misura legislativa di trasparenza.
Poi, anche in base a interpretazioni estensive del concetto di
privacy (che dovrebbe riguardare, di principio, solo i fattori
personali per i quali una persona possa provare intimi sentimenti
di disagio o di vergogna), tutto fu silenziosamente cancellato e
il contributo dei cittadini alla vita comune tornò a essere un
segreto.
IL TENTATIVO DI VISCO. Ci provò di nuovo, nel
2008, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco, che
pubblicò su internet i redditi di tutti gli italiani relativi al
2005. La valanga di polemiche fu tale che lo slancio di verità
durò soltanto poche ore. Vinse l’ipocrisia.
L’elemento più forte usato per contrastare questo principio
è che si darebbe una mano alla malavita e che aumenterebbero
reati come furti, rapine, sequestri.
Ebbene: questo significa sottovalutare l’intelligenza dei
criminali, che non hanno bisogno della collaborazione del fisco
per identificare le proprie vittime. Automobili, case, vacanze,
scuole private, domestici bastano da soli a capire chi è ricco e
chi no.
UNA PROSPETTIVA DA CAPOVOLGERE. Piuttosto, vale
il principio della «casa (o cassa) comune», e va rivisto,
concettualmente, un diffuso equivoco: l’interesse reciproco
dei contribuenti non è conoscere il reddito, ma l’effettivo
contributo di ciascuno alla società.
Un gruppo di studenti in vacanza mette in una cassa comune il
denaro per le spese, ma se un membro della comunità cerca di
sottrarsi all’obbligo, è l’occhio attento di tutti gli
altri che lo inchioda al suo dovere.
OGNI MEZZO È LECITO. Questo non significa,
tout court, che si arriverà alla delazione fiscale; ma
giova ricordare che pochi giorni fa la civilissima Inghilterra ha
pubblicato sui giornali le foto dei 20 più grandi evasori
fiscali latitanti. Ogni mezzo che possa ridare rettitudine a un
sistema storto e corrotto sarà lecito.
Se è guerra è guerra, appunto. Lo scopo è la vittoria comune,
di tutti.