L’umiliazione di Expo 2030 e il degrado che zavorra ogni ambizione di Roma

Paolo Madron
29/11/2023

I 400 COLPI. Tutti sapevano dello strapotere economico saudita, ma essere arrivati persino dopo la sudcoreana Busan certifica la vergognosa débâcle: non ci hanno votato nemmeno tutti i parenti alleati. La Capitale vede sfumare l'ultima spiaggia per tentare una difficile rinascita. La distanza dalla moderna ed europea Milano resta siderale.

L’umiliazione di Expo 2030 e il degrado che zavorra ogni ambizione di Roma

Il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-yeol, si è cosparso il capo di cenere per il fiasco di Busan nella corsa ad aggiudicarsi Expo 2030. «Le nostre previsioni basate sui contatti tra il settore privato e pubblico erano molto lontane dalla realtà», ha dichiarato contrito. «Offro le mie sincere scuse per aver deluso la nostra gente, compresi i cittadini di Busan. È tutta colpa mia». Se fossimo stati in Giappone, qualcuno avrebbe già fatto harakiri. Un gesto che metaforicamente a Roma si sono guardati bene dal fare, scegliendo la più confortevole italianissima soluzione di addossare la colpa agli altri. In primis all’Europa, che alla conta dei voti le ha clamorosamente voltato le spalle. Certo, si possono fare raffinati calcoli di geopolitica per spiegare la débâcle, si può dire che nessuno poteva insidiare lo strapotere economico dei sauditi (peraltro lo si sapeva dall’inizio), ma se prendi la metà dei voti di Busan, che sarà pure una città vivace e ben organizzata come giura chi ci è stato ma al cui nome molti hanno dovuto consultare Wikipedia, la sconfitta è pesantissima.

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Sostenitori della candidatura di Busan all’Expo 2030 (Getty).

La prima a non credere nell’impresa è stata la stessa città eterna

Infatti l’umiliazione sta tutta lì, nell’essere stati doppiati da chi sulla carta doveva essere il fanalino di coda. Oltre al fatto di non aver raccolto nemmeno tutti i voti dei parenti alleati. E se l’Europa non si mette d’accordo nemmeno nel sostenere il suo unico candidato a organizzare la manifestazione, figurarsi come può ambire alla compattezza su ben altri e più importanti fronti.
L’impressione comunque è che la prima a non credere nell’impresa sia stata la stessa città eterna, il cui inarrestabile degrado zavorra ogni ambizione. L’Expo era visto come una sorta di ultima spiaggia per tentare una difficile rinascita, ma l’unico rinascimento che funziona sembra essere quello di Riad semplicemente perché può permettersi di comprarlo facendo incetta di manifestazione che attirano su di sé gli occhi del mondo.

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Expo 2030 assegnato alla saudita Riad (Getty).

Il governo è stato alla larga da una sconfitta annunciata

Quando Milano si mise in gara per Expo 2015, si respirava nell’aere meneghino la sua forte determinazione ad aggiudicarsi la posta. Fu uno sforzo congiunto e trasversale tra sinistra e destra, con Letizia Moratti a completare il lavoro iniziato da Romano Prodi che nel 2006 presentò la candidatura, e l’allora premier Matteo Renzi che si intestò la vittoria. Stavolta a crederci, o a far finta di, c’erano Roberto Gualtieri e Francesco Rocca, mentre il governo dell’Open to meraviglia si è guardato bene dal lasciarsi coinvolgere in quella che comunque, al di là delle inusitate proporzioni, appariva come una sconfitta annunciata.

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Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (Imagoeconomica).

Modernità, infrastrutture, mobilità: Roma lontanissima da Milano

Si dirà che Riad non è Smirne, l’antagonista sconfitto dal capoluogo lombardo. Ma con franchezza bisogna anche dire che Roma non è Milano, che nonostante i giusti rilievi sul peggioramento del suo contesto urbano per spirito di modernità, qualità della vita, infrastrutture sul territorio e mobilità (a ben guardare il primo requisito di una città che vuol competere con le altre metropoli del Pianeta) resta a una distanza siderale. Milano è Europa, mentre Roma all’ombra del suo eterno splendore ha sempre più le fattezze di un suk mediorientale.