I ragazzi del Novecento sono i partigiani, non gli altri

Peppino Caldarola
23/04/2020

Celebrare il 25 aprile è un dovere anche per i nostalgici del Fascismo. Del Ventennio mussoliniano non si può salvare nulla, neppure i tremebondi sentimenti di chi lo attraversò con entusiasmo salvo poi distaccarsene.

I ragazzi del Novecento sono i partigiani, non gli altri

Il 25 aprile partì l’ordine dell’insurrezione che mise in campo le forze partigiane che liberarono l’Italia dai tedeschi e dai fascisti. La Liberazione ebbe un gran dono dalla presenza delle truppe americane e alleate che nel frattempo erano risalite lungo la Penisola e avevano poco per volta, con un durezza inevitabile, spezzato la resistenza dei tedeschi e dei fascisti della Repubblica Sociale.

Fu definita anni dopo una “guerra civile” e lo fu perché nel campo avverso a quello partigiano si radunarono migliaia di giovani fascisti che in nome dell’onore cercarono di difendere Mussolini, che poi fu giustiziato e, con grande mancanza di umanità, impiccato da morto a gambe in aria a piazzale Loreto assieme alla sua compagna e ad alcuni suo sodali.

Quella parte che combattè sapendo che avrebbe perso si sentì per anni “straniera in patria”, lo si sentirono anche quelli che non combatterono per Salò ma rimasero legati all’idea. La storia disse però con nettezza che il popolo italiano si liberò del fascismo e del suo ultimo tentativo di farsi staterello al Nord.

DEL VENTENNIO MUSSOLINIANO NON SI PUÒ SALVARE NUllA

Non pochi decenni fa si avviò una discussione con un forte contenuto umanitario, con Ciampi e Violante, tesa a riconoscere dignità anche ai vinti, alle loro ragioni pur senza modificare il giudizio storico. Resta il fatto che il 25 aprile è stata una fortuna per l’Italia moderna. Oggi ci sono settori della destra che continuano a contestare questa festa nazionale (che possono tranquillamente non festeggiare) ma soprattutto c’è, a sinistra, un clima rivalutativo sugli anni mussoliniani attraverso la storia, la letteratura e il chiacchiericcio in Rete.

Dall’altra parte ci sono persone che vanno rispettate nei loro pensieri, nelle loro nostalgie, ma dalle quali non abbiamo nulla da imparare e che nulla hanno trasmesso all’Italia

Un giudizio interamente demolitorio del fascismo è scientificamente inappropriato. Chiunque sa che in diversi campi, l’architettura, le bonifiche, ecc. anche al fascismo riuscì di fare cose utili. Quel che non può venir mai meno nel giudizio sul fascismo è la pretesa coloniale con stragi dall’altra parte del Mediterraneo, un nazionalismo straccione, la mancanza totale di democrazia, l’antisemitismo militante, l’aver guidato l’Italia verso una guerra che portò distruzione e morte.

Mussolini circondato dai gerarchi durante la Marcia su Roma.

Di quella stagione non si può salvare nulla, neppure i tremebondi sentimenti di chi la attraversò con entusiasmo salvo poi distaccarsene. In questi anni si è persino stabilito una parità fra le crudeltà fasciste in guerra e quelle degli antifascisti. Ormai sappiamo che ci sono state crudeltà della Resistenza. Ma non ci sono eroi o eroine dall’altra parte. Dall’altra parte ci sono persone che vanno rispettate nei loro pensieri, nelle loro nostalgie, ma dalle quali non abbiamo nulla da imparare e che nulla hanno trasmesso all’Italia. Dal Risorgimento abbiamo ereditato figure come Anita Garibaldi, dal fascismo nessuna.

NESSUNA IDEA FASCISTA È SOPRAVVISSUTA DURANTE LA RICOSTRUZIONE

L’Italia che si sollevò fece uno strappo con l’Italia fascista. Le sue donne partigiane furono il simbolo di una nuova Italia incomparabile con quella delle ragazze in camicia nera, indipendentemente dalla singola buona diposizione d’animo di qualcuna di esse. La storia procede in modo lineare e feroce. Non è vero che dà ragione ai vincitori, ma colloca nel loro ambito gli sconfitti. Non è per caso che nessuna idea degli anni del regime sia sopravvissuta nella ricostruzione italiana. Che gli uomini e le donne della ricostruzione avevano altri nomi e che assomigliavano agli eroi risorgimentali e non alla piccola borghesia connivente. Celebrare il 25 aprile è un dovere anche per quelli che stanno dall’altra parte. Io rispetto ciò in cui hanno creduto, mi addoloro del loro dolore, ma se desiderano trasmettere insegnamenti voglio pensare a ciò che hanno fatto quando il 25 aprile liberò anche loro. Le cose fatte prima sono immerse in una pagina oscura del Novecento, la più brutta.