Il fascismo 2.0 si combatte con la memoria storica non con gli slogan

Marco Fraquelli
19/06/2023

Allarmismi e slogan non aiutano a sradicare il fascismo antropologico che ci portiamo dietro. Anzi sono un boomerang. Certo, la guardia va tenuta alta, sapendo però discernere ciò che è patetico da ciò che è veramente pericoloso. Per farlo bisogna rioccupare gli spazi rimasti, difendendo la memoria storica anche contro i tentativi autoassolutori del Ventennio.

Il fascismo 2.0 si combatte con la memoria storica non con gli slogan

Al netto della “svista” in cui sono incorsi Michela Murgia, Paolo Berizzi e Roberto Saviano a proposito del presunto saluto romano (e del presunto inneggiamento alla X Mas) nel corso della parata militare del 2 giugno, l’episodio ripropone un’annosa questione: ma è davvero efficace, e utile, disperdere energie, anche e soprattutto intellettuali, per gridare «al lupo al lupo!» fascista inseguendo manifestazioni che del fascismo spesso non fanno che rivelare aspetti perlopiù folcloristici, estetici, qualche volta persino grotteschi (o patetici, se si preferisce, come nel caso delle annuali manifestazioni in occasione della morte del duce, o in quella della marcia su Roma)? Non c’è dubbio che occorre tenere alta la guardia, ma sapendo discernere il ridicolo dall’inquietante e dal pericoloso (come può essere stato l’assalto alla Cgil di Roma, o quello al liceo fiorentino dello scorso febbraio, in questo caso a prescindere da ogni aspetto ideologico: qui c’è di mezzo la violenza).

Il fascismo 2.0 si combatte con la memoria storica non con gli slogan
Il tweet di Berizzi sulla parata del 2 giugno.

Ora si grida all’occupazione meloniana della Rai, ma da anni siamo assuefatti a una narrazione revisionista

Finché si sollevano polveroni e si criticano gli aspetti più formali che sostanziali (Giorgia Meloni che veste di nero, il presidente del Senato Ignazio La Russa che tiene in casa busti di Mussolini, e così via) non si rende un buon servizio all’antifascismo. E non è esasperando la polemica contro l’occupazione (come se fosse la prima volta che avviene) della Rai che si può intervenire sui meccanismi che permettono questo tipo di occupazioni, e men che meno sulla qualità dell’informazione. Certo, si dirà, ma una destra che si impossessa della tivù nazionale (oltre a possedere Mediaset) può davvero incidere sulla “narrazione” del Paese e inculcare idee e principi favorevoli a una progressiva fascistizzazione della società. Giusto. Ma, a maggior ragione, non è con gli slogan e la retorica (che appaiono spesso più una cortina fumogena frutto di boutade identitarie e calcoli elettorali) che si può contrastare con efficacia questo rischio. Da anni, per non dire da decenni, il mainstream informativo, certamente non solo televisivo, è appiattito su una narrazione revisionista, questa sì pericolosa. Perché minacciando la nostra memoria storica, rischia di cancellare ogni differenza tra ciò che è bene e ciò che è male (per la democrazia, ovviamente). Ed è su questo che bisognerebbe intervenire.

La disattenzione e il deficit politico abbassano le difese immunitarie della democrazia

E invece, sul revisionismo, tranne poche voci isolate (si potrebbe citare, per tutti, il rettore Tomaso Montanari, che con i suoi interventi ha cercato, per esempio, di richiamare l’attenzione sull’ambiguità, per usare un eufemismo, della legge del ricordo delle Foibe, venendo a più riprese bacchettato da Aldo Grasso sulla prima pagina del Corriere della Sera, senza, peraltro, che nessuna forza politica, o altra personalità, progressista fosse intervenuta in suo sostegno), la sinistra, in senso lato, non sembra sufficientemente attenta. Ciò è ancor più grave, considerando che, dopo tutto, proprio al nostro Paese spetta il triste primato di aver inventato il fascismo (non per caso Gobetti lo definiva come l’«autobiografia della nazione»), e cancellare la memoria di questa responsabilità non fa che favorire il rafforzamento di quella sorta di fascismo endemico, quasi antropologico, mai sopito. È qui che si misura la capacità di una sinistra che voglia davvero contrastare questo rischio con lungimiranza e concretezza e non con slogan e facili allarmismi. Ancora nel lontano 2017, Piero Ignazi, su Repubblica, commentando alcuni episodi di violenza neofascista di quei giorni (compreso un tentativo di occupazione della stessa redazione romana del giornale) sottolineava come quei rigurgiti fossero sostenuti non solo da un classico mix di nostalgismo e, appunto, neofascismo, ma anche dalla capacità di una parte non secondaria di questo stesso neofascismo (vedi i casi Forza Nuova o CasaPound) di penetrare i varchi della rete civile con esperienze comunitarie e visioni politiche alternative. Tutto questo, era sempre Ignazi a rimarcarlo, grazie anche a una sorta di distrazione/disattenzione dell’opinione pubblica e di deficit della politica, un deficit condito da qualche indulgenza di troppo e da una retorica antifascista che, per Ignazi, hanno abbassato le difese immunitarie e lasciato campo libero ai cultori del totalitarismo.

Il fascismo 2.0 si combatte con la memoria storica non con gli slogan
L’assalto neofascista alla Cgil di Roma, il 9 ottobre 2021.

L’anti-capitalismo di destra e le armi spuntate della sinistra

Se oltre allo scarso contrasto alle minacce portate dal revisionismo storico, aggiungiamo l’altro grande ambito, quello economico, ci rendiamo conto di quanto la sinistra fatichi a contrastare l’avanzata della destra, peraltro su un tema che dovrebbe appartenerle intimamente, quello dell’anticapitalismo. Perché non c’è dubbio che tra i punti di forza della destra radicale vi sia anche la rielaborazione e la proposta di ricette socio-economiche che, volendo sintetizzare, si potrebbero definire come “anticapitalismo di destra”; cifra (peraltro mutuata dalla maggior parte dei movimenti fascisti sorti un po’ in tutta Europa tra le due guerre) che accomuna pressoché tutte le espressioni del radicalismo di destra europee, guarda caso nei Paesi, Ungheria e Polonia su tutti, lontani mille miglia dalla tradizione liberista e capitalista per esempio angloamericana e tedesca. E che si pone come componente tra le più pregnanti del modello populista. Ovvio che una sinistra, come quella italiana, ma non solo, da decenni schierata su posizioni persino turbo-capitaliste e globaliste si ritrovi con poche armi spuntate nel contrapporsi a un fascismo 2.0 che invece solletica le pulsioni appunto più populiste, identitarie, sovraniste (con tutto il corollario xenofobo, omofobo, islamofobo e chi più ne ha più ne metta).

Giorgia Meloni e Viktor Orban, i motivi di un allontanamento
Selfie tra Giorgia Meloni e Viktor Orban.

Come evitare la «defascistizzazione retroattiva del fascismo»

Una sinistra davvero efficace, insomma, dovrebbe contrastare l’avanzata di questa ondata reazionaria occupando, con le idee e le proposte, gli spazi che ancora esistono, anche ripensando, vedi appunto il caso dell’anti-capitalismo, le proprie posizioni. Ma senza entrare nell’ambito dei programmi politici, e rimanendo in quello culturale, faccio un solo, ultimo esempio: lo scorso anno, Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della Sera e divulgatore tra i più letti e conosciuti, ha pubblicato Mussolini il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo, un libro coraggioso, che demolisce tutti i luoghi comuni sul fascismo e sul suo duce, mostrandoci Mussolini per quel che è stato, ovvero un dittatore crudele e criminale, che si è macchiato di terribili crimini contro l’umanità. Oltreché coraggioso, il libro di Cazzullo è anche importante, perché, forse per la prima volta dopo Giorgio Bocca, non uno storico (gli storici restano purtroppo confinati nella ristretta cerchia accademica), ma un popolare divulgatore si è finalmente contrapposto a una lunga e affermata tradizione che, dall’immediato Dopoguerra a oggi, ha prodotto, grazie all’impegno di giornalisti altrettanto popolari come Indro Montanelli, Mario Cervi, Antonio Spinosa, Arrigo Petacco, Giordano Bruno Guerri, e fino al caso limite di Gianpaolo Pansa, una pubblicistica a dir poco edulcorata e autoassolutoria sul fascismo, concorrendo a quella «defascistizzazione retroattiva del fascismo» (copyright dello storico Emilio Gentile) che inevitabilmente ha portato, per riprendere il termine, a un abbassamento delle difese immunitarie.