La Fase 2 tra propaganda e realtà

Paolo Lanaro
10/05/2020

Per strada nessun adolescente. Solo anziani con le mascherine e caffè da asporto. Si respira ovunque insicurezza. E si ha la paura, irrazionale, che dal nulla sbuchi il virus con le dimensioni di un piccione. La passeggiata in una città-necropoli di Paolo Lanaro.

La Fase 2 tra propaganda e realtà

Dovrebbe essere un giorno come gli altri, come quelli pre-quarantena intendo. Un giorno senza connotati particolari: colazione, giornali, controllo dello smartphone, occhiata veloce alle mail pervenute la sera prima, uscita di casa, biblioteca ecc.

Ma c’è già una piccola variazione: la biblioteca non ha ancora riaperto e quando lo farà sarà soltanto per i prestiti ma non per la consultazione. Amen. Raggiungo comunque il centro città.

Il traffico è più sostenuto, anche se il volume mi sembra inferiore a quello pre-Covid. Lungo i marciapiedi poca gente e per il 99% provvista di mascherina (indossata spesso in modo creativo). Il fragore della città non è il solito, è più ovattato, come se ci trovassimo sotto una cappa che assorbe i rumori più indigesti. Quando incrocio un altro passante, mi sposto per distanziarmi e lo stesso fa lui.

FASE 2, PIÙ PROPAGANDA CHE ALTRO

Mi pare che sia aumentato il numero degli stranieri, ma non è così. Gli stranieri sono quelli di prima, è che è calato il numero dei miei concittadini a spasso. Si capisce che c’è prudenza, che la cosiddetta Fase 2 è uno schema con un taglio implicitamente propagandistico più che una realtà effettiva. Guardo le case lungo il mio percorso abituale: sembrano più linde, meno sporche di smog. Alcune sono belle, altre, ma non è una novità, sembrano essere state progettate da architetti in giornata no. Alcuni negozi hanno riaperto ma l’attività è contenuta.

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Dovunque campeggia l’indicazione «qui si fa asporto». Si può “asportare” di tutto: caffè, panini, croissant, toast, torte, pizze, gelati, piccoli pranzi e altro ancora. Mi domando se una vecchia ordinanza comunale che vietava la consumazione di cibi e bevande per le strade (ragioni di decoro) sia stata revocata. Ma poi che “si asporta” a fare? Il bello del bar è sedersi su una poltroncina, bere il caffè, sfogliare il giornale, scambiare un paio di battute con qualche cliente abituale. Che gusto c’è a prelevare una tazzina di plastica e bere un caffè lungo e brodoso camminando in fretta?

SONO SCOMPARSI GLI ADOLESCENTI

Incontro una signora un po’ agée, chioma platinata, abbigliata in ecopelle, con foulard, mascherina, guanti di lattice neri. Deve aver fatto il salto di specie. Mi colpisce l’assenza quasi totale degli adolescenti: certo, molti sono a casa a studiare “da remoto”, ma è comunque un’assenza che impensierisce. Le città sono da tempo luoghi per anziani e badanti, un teatro di figuranti pallidi e taciturni. Passo davanti a Banca Intesa. Ho appena letto che gli utili di quest’anno sono un miliardo e mezzo. Mi faccio una domanda idiota che però esigerebbe una risposta intelligente: ma come fanno? Se siamo sempre lì sull’orlo della recessione (in realtà del baratro), se i disoccupati sono una massa cospicua, se non si riescono a finanziare opere pubbliche indispensabili, se lo spread è sempre sul punto di schizzare in alto, se la nostra modernizzazione procede a passo di lumaca, se il debito pubblico è gigantesco, come fanno i banchieri a guadagnarci? Lo so, è una domanda stupida che non andrebbe fatta. I meccanismi dell’economia non sono roba per principianti o per cultori di letteratura. Però, mio padre era un impiegato di banca. Se le piccole aziende dei suoi tempi facevano profitti allora arrivavano anche i quattrini, altrimenti no. Adesso le aziende chiudono e i quattrini alle banche arrivano lo stesso. Mistero.

LA CITTÀ È UN GRANDE ENIGMA

La città è un enigma. Dove sono gli abitanti? Sono a casa naturalmente, salvo quelli che lavorano. Da un lato la situazione ha i suoi aspetti positivi, tuttavia mi rendo conto che il nodo che lega la città al rumore, alla fretta, all’ansia, al disordine, a un ritmo sincopato, è indissolubile. In un certo senso tutto questo fa della città un destino speciale e ineluttabile. La città è spettacolo e miseria, grandiosità e paura. Tutto ciò che vi accade vi accade per necessità e casualità che alla fine diventano incomprensibili e che nessun urbanista, nessun antropologo, nessun sociologo, riesce a spiegare fino in fondo. Mi tornano in mente Aragon, Apollinaire, Hessel, Perec, scrittori che hanno elevato la flânerie a filosofia umanistica: il perdersi per le strade, la registrazione dei segnali e dei fenomeni che irrompono improvvisi, l’idea che la città sia un labirinto contemporaneo capzioso e illeggibile, l’offerta fantasmagorica di simboli e di allegorie. Ma qui dove vivo non è Parigi, è una piccola, artistica, città di provincia, traboccante di palazzi signorili, di chiese, di piazze e crocicchi che raccontano una storia in gran parte smarrita nelle correnti della memoria collettiva.

NEGOZI SANTUARI DESERTI DEL CONSUMISMO

Guardo i negozi, ancora in gran parte chiusi. Sembrano essere stati aggrediti da una tempesta virale che li ha lasciati intatti ma li ha trasformati in santuari deserti del consumismo. Lingerie che pare di un’altra epoca, agenzie di viaggi rimandati a chissà quando, cosmetici e profumi per occasioni future, la finta allegria delle salumerie dove si fa il turno per il formaggio, le boutique diventate ordinati spazi museali. Poi, finalmente, una libreria! È aperta, dentro c’è una persona (e c’è il gel per le mani, lo schermo di plexiglass alla cassa, i librai con le mascherine). Non c’è nessun volume di cui abbia un vero bisogno. La quarantena mi ha costretto a pescare nella mia biblioteca e ho preso all’amo libri dimenticati, libri scomparsi, libri che improvvisamente sono sgusciati fuori dopo anni di solitudine, libri intaccati da una lacca grigiofumo. Però ne comprerei qualche dozzina di nuovi, solo per festeggiare questa sorta di Pentecoste laica!

SE IL VIRUS SEMBRA DIETRO L’ANGOLO

Attraverso la piazza centrale. La sensazione, totalmente irrazionale, è che possa sbucare all’improvviso il virus, delle dimensioni di un gatto o di un piccione. Mi sento insicuro in un luogo in cui non si vede anima viva e in cui normalmente ci si sente protetti dalla conoscenza stessa del luogo, dalla sua storia, dalle tradizioni che vi aleggiano sopra come nuvole. Penso improvvisamente a quel che dice padre Brown in singolare convergenza con Freud: siamo tutti malati. Lui lo intende nel senso che ci priviamo scioccamente della salute che Dio ci può donare. L’affermazione, in tempi di Covid-19, assume un significato sinistro. Poi mi dico che in fondo Chesterton è uno dei pochi scrittori cattolici che si devono assolutamente leggere.

L’ISOLAMENTO PERENNE DEI POLITICI

Incontro un attivista di 5 stelle che conosco. Discutiamo brevemente a debita distanza. Mi domanda cosa penso di Vito Crimi, il nuovo capo politico. Non mi viene in mente nulla. Infatti ho visto al telegiornale una mascherina chirurgica e dietro non c’era nulla: era Crimi. Ci salutiamo e ci facciamo gli auguri. Chissà perché, mi dico allontanandomi, i politici non si incontrano mai per strada ma si vedono solo in televisione. Come i calciatori, gli attori, i cantanti e tutti quelli, insomma, che per qualche ragione si ritengono importanti. Non fanno la spesa, non vanno al cinema, non vanno al caffè, non vanno dal medico, non vanno in nessuno dei posti dove vanno gli altri. È una vita da cani, una quarantena senza fine, un isolamento perenne, senza mai vedere chicchessia.

COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ?

Sono sulla via del ritorno. È un tempo sospeso quello in cui mi trovo, una parentesi in una sequenza normale di abitudini che appaiono sconvolte. Per fortuna non è proprio così. Passo davanti a un bar che ha provveduto a installare un paio di mensole all’esterno. Ci sono due tipi che sorseggiano il caffè nella tazzina da asporto. Fumano, chiacchierano, ridono. Tutte le regole (distanziamento, mascherine, guanti) appartengono già al passato. Il virus non è negli starnuti, nelle mani, sulle superfici, ma nei romanzi americani di fantascienza di qualche decennio fa, impregnati di ideologia antisovietica. Trump ci crede ancora. Ha solo sostituito i russi coi cinesi. Ma non ho voglia di pensare a quello che fanno o non fanno i governi. Mi interessa solo capire se la mia città è sfebbrata, se è convalescente, se c’è qualche reliquia di vita. In parte sono rassicurato, in parte mi sembra di avere attraversato una necropoli. Faremo la fine degli etruschi? I nostri tablet, le nostre mail, i nostri book, saranno illeggibili per i posteri? Spero di no. Al massimo tra qualche millennio crederanno che sia esistita una civiltà capace di accumulare risorse e idiozia nella stessa maniera forsennata. Ecco. Sono arrivato a casa. Infilo la chiave nel cancello: tout va bien, rien va.