Le responsabilità di Di Maio sul Fashion Pact mancato

Il patto per salvare il pianeta attraverso la moda snobbato dal governo gialloverde. Calenda è l’unico ministro dello Sviluppo che abbia fatto qualcosa per le aziende italiane nell’ultimo decennio.

25 Agosto 2019 11.10
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Per curiosità, e un filo di masochismo, siamo andati a vedere che cosa facessero i nostri ormai ex ministri dello Sviluppo economico, del Lavoro (due in uno, Luigi Di Maio) e dell’Ambiente (Sergio Costa) ad aprile: litigavano, e questo lo davamo per scontato. Nello specifico, se le davano di ragione (al collegamento con la santità cercava sempre di provvedere il vicepremier Matteo Salvini) sul tema del 25 aprile e dell’incontro veronese degli antiabortisti. I loro omologhi francesi, Bruno Le Maire e Muriel Pénicaud, nel frattempo, ricevevano dal presidente Emmanuel Macron l’incarico di guidare una task force sulla sostenibilità della moda e del lusso, settore molto caro al paese e altamente mediatico, da presentare al G7 di Biarritz che si è aperto venerdì. Questi chiamavano a loro volta a dirigere le operazioni François Henri Pinault, azionista di maggioranza del colosso Kering (Gucci, Saint Laurent, Alexander McQueen, Balenciaga), che andava a sollecitare in prima persona le multinazionali maggiormente coinvolte nel sistema della produzione e della distribuzione della moda.

LA COSCIENZA AMBIENTALE DEL FASHION PACT

Il risultato, ancora più rilevante nei giorni dell’emergenza incendi in Amazzonia e delle dichiarazioni evasive, per non dire scellerate, del presidente del Brasile Jair Bolsonaro sulle cause di un disastro di proporzioni inimmaginabili (ha tentato di scaricare la colpa sulle ong, e questa crediamo di averla già sentita), è un «Fashion Pact» che si propone di eliminare progressivamente, con un capitolato molto restrittivo e per alcuni che non hanno firmato «troppo costoso», la plastica, si difende la biodiversità e si mira alla salvaguardia degli oceani. Vi hanno aderito anche i due principali network del fast fashion, Zara e H&M, che andavano perdendo costantemente terreno a fronte della nuova coscienza ambientale mondiale (il colosso svedese è addirittura crollato al 37esimo posto nella classifica BrandZ, che calcola il valore il marchio delle aziende, dopo anni nelle prime posizioni).

I BIG ITALICI DOVE SONO?

Dell’elenco manca LVMH, il gruppo arci-rivale di Pinault, guidato da Bernard Arnault, che immaginiamo si darà un capitolato a sé (mossa discutibile, comunque) ma nessuno dei big italici: dalla A di Armani alla Z di Zegna passando per Ferragamo, Prada, Versace, ci sono tutti. Se pensiamo che la Camera Nazionale della Moda aveva lanciato per prima una carta sulla sostenibilità tre anni fa, e che tutte le aziende del tessile più impegnate nel riciclo sono italiane, vedi la leader mondiale Aquafil di Arco di Trento, iniziamo davvero a capire perché gli industriali italiani non ne potessero più del governo gialloverde e continuino invece a citare Carlo Calenda come l’unico ministro dello Sviluppo che abbia fatto qualcosa per le aziende italiane nell’ultimo decennio. Avessimo avuto ancora lui, come ministro dello Sviluppo Economico, questa primazia avremmo potuto giocarcela almeno un po’ meglio.  

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