Paolo Madron

Fca, ecotassa e un po’ di coda di paglia

Fca, ecotassa e un po’ di coda di paglia

13 Dicembre 2018 08.04
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Interessante questa storia dell’ecotassa sull’auto, l’ennesimo provvedimento su cui il governo si appresta a fare dietrofront. L’idea era più che condivisibile: fare in modo che chi possiede un’auto che inquina a benzina o diesel paghi di più di chi invece privilegia le elettriche o le ibride, cioè sceglie l’energia pulita. Poi però bisogna fare i conti con la realtà, ovvero con il fatto che la stragrande maggioranza degli italiani, non potendoselo permettere, viaggiano su automobili alimentate dal vecchio carburante. Invece i ricchi, che si possono permettere la Tesla (citiamo giusto la macchina elettrica simbolo anzi, status simbolo) vedrebbero l’ecotassa trasformata in ecobonus, spendendo quindi di meno.

LA METAMORFOSI DI FIAT IN FCA

Ma ovviamente non si tratta solo di salvaguardare gli italiani e le loro spesso non modernissime utilitarie. Questo è anche il Paese della Fiat, ribattezzata Fca dopo l’acquisto della Chrysler. Il gruppo non è più quello di una volta, dei tempi di Gianni Agnelli per intenderci. L’aver preso Chrysler ne ha cambiato la pelle, lo ha fatto diventare molto più internazionale e assai meno italiano centrico. Tant’è che, Sergio Marchionne imperante, era quasi malinconicamente accettata l’idea di un progressivo abbandono delle fabbriche italiane, o di doversi rassegnare alla loro marginalità.

CON L'ECOTASSA INVESTIMENTI A RISCHIO

Succede invece che nei giorni scorsi l’azienda, passata nel frattempo sotto al guida di Mike Manley, tira fuori dai cassetti un robusto piano di investimenti per l’Italia (qualcosa come 5 miliardi di euro) tale da garantire occupazione e attività a pieno regime per tutti gli stabilimenti). Chiaro che la prospettiva dell’ecotassa suoni come una doccia fredda sulle loro intenzioni. E infatti la multinazionale, per bocca di Pietro Gorlier, ovvero il nuovo responsabile dell’Europa (ha preso il posto di Alfredo Altavilla, uscitosene sbattendo la porta dopo la morte di Marchionne), ha prontamente fatto sapere che, se il governo insiste, Fca desiste. Niente piano, o per lo meno molto ridimensionato, niente investimenti, niente garanzie sul futuro di Mirafiori, Melfi e gli altri cinque impianti, compreso quello di Pomigliano, dove notoriamente il vicepremier Luigi di Maio è di casa.

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TRE MOTIVI DIETRO LA LEVATA DI SCUDI TORINESE

La levata di scudi di Torino dice tante cose, e noi ne scegliamo tre che ci sembrano molto significative. La prima: dopo lo scetticismo dell’era Marchionne, che aveva ritirato Fiat da Confindustria e dai rapporti con la politica dopo un primo ma poi subito dopo ridimensionato sostegno al governo Renzi, il gruppo torna a farsi sentire nei palazzi del potere romano. Evocando il famoso motto dell’Avvocato, che qui chioso: ciò che piace al governo piace alla Fiat, ma quello che piace alla Fiat non può dispiacere al governo. La seconda: i piani di investimento sono degli auspici, la loro realizzazione è la realtà. I sindacati hanno plaudito a Torino e al suo insperato ritorno di interesse italiano. Ma dovrebbero ricordare, se non hanno memoria corta, di un poderoso piano di investimenti chiamato Fabbrica Italia con cui il precedente amministratore delegato si impegnava a mettere sul piatto 20 miliardi, salvo poi manifestare un clamoroso ripensamento.

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La terza: sparando a palle incatenate sull’ecotassa, Fca ha un po’ la coda di paglia. Se avesse tra i suoi modelli una gamma di auto pulite all’altezza di quella degli altri colossi del settore, avrebbe tutto l’interesse a spingere sugli incentivi per comprarle. Ma siccome, e non per colpa del nuovo corso ma di una precisa scelta di Marchionne che all’auto elettrica non credeva, è molto indietro rispetto alla concorrenza, si trova gioco forza costretta a difendere benzina e diesel, in attesa di colmare (se mai ci riuscirà) il gap con le altre case.

Post scriptum: si dice che dietro l’introduzione dell’ecotassa ci sia la manina pesante di Francesco Starace, ad di Enel, ex renziano ora non insensibile alle ragioni dei nuovi padroni di Palazzo Chigi. Manina legittima, per carità, nel senso che di mestiere Enel produce energia elettrica. Ma sono solo voci anzi, sussurri.

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