Ora a Elkann resta solo la Cina (Trump permettendo)

Il fallimento della trattativa Fca-Renault spinge il nipote dell'Avvocato sulla Via della seta. Ma deve convincere il presidente Usa. Intanto Salvini potrà sbandierare il mancato accordo in chiave anti-Macron.

06 Giugno 2019 10.33
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Il vice primo ministro e occasionale inquilino del Viminale, Matteo Salvini, ha un nuovo nome da sbandierare nelle continue recriminazioni contro Parigi: l’aspirante étoile dell’auto mondiale, John Elkann.

INDICE PUNTATO CONTRO MACRON

Nell’annunciare il ritiro, «con effetto immediato», della proposta di fusione con Renault, il comunicato di Fca recita: «È divenuto chiaro che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo». Tradotto: il perfido Emmanuel Macron ha silurato «una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciate al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti». Ma c’è di più. La nota, diffusa dal gruppo anglo-olandese, elenca minuziosamente a chi si esprime «sincera gratitudine: a Groupe Renault, in particolare al suo presidente, al suo amministratore delegato e agli Alliance Partners, Nissan Motor Company e Mitsubishi Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta di Fca».

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UN’ARMA IN PIÚ IN MANO A SALVINI

Salvini è servito: può usare Fca-Elkann come ennesimo esempio della inaffidabilità di Parigi che da una parte mangia i marchi italici e dall’altra alza muri per difendere società francesi. Dal canto suo, Elkann avendo puntato il dito contro il governo francese, avrà difficoltà se intende riprendere una trattativa con il gruppo Psa di cui azionista di riferimento è proprio lo Stato.

PER ELKANN UN FILM GIÀ VISTO

Avendo ricevuto un gran rifiuto dalla Francia, Elkann ha dovuto accettare che la nota diffusa nella tarda serata di mercoledì ospitasse una affermazione cui nessuno può dare seriamente peso e dalla ardua credibilità: «Fca continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente». Il 43enne multi-presidente, nonostante sia stato servizievolmente assistito dall’inglese linen draper in rosa salmone, ovvero il Financial Times, ha ritrovato a Parigi lo stesso film già visto quando avviò le scalate del settimanale The Economist e della compagnia di riassicurazione PartnerRe. «Buona la prima», l’esclamazione tipica del regista quando la ripresa è già buona al primo ciak, sfugge all’argot di John Elkann. Infatti, a ogni trattativa, il nipote dell’Avvocato è costretto a pagare di più e/o a concedere più spaio e potere. Destino beffardo per uno che ha mosso i primi passi professionali presso la General Electric come membro del corporate audit staff, ovvero la super celebrata scuola per futuri ceo e presidenti.

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Verosimilmente, la reiterata tattica portata avanti da Elkann mal cela le sue debolezze mentre evidenzia una certa arroganza. Coincidenza o meno, a margine di ogni trattativa, la stampa amica si lascia sfuggire un ritornello che suona così: «Fonti vicine al dossier fanno intendere che si tratta di una take it or leave it offer». Minacce che velocemente si infrangono.

LE PORTE SBATTUTE IN FACCIA A MARCHIONNE

Lo smacco a Parigi per Elkann richiama alla memoria almeno due porte rumorosamente sbattute in faccia a Sergio Marchionne: a Berlino, la fine della trattativa per l’acquisizione di Opel a opera del duo Angela Merkel-GM e, a Detroit, ancora GM con Mary Barra. A dimostrazione del fatto che Marchionne negoziatore ebbe successo solo con controparti deboli: la GM di Rick Wagoner, le banche italiane al tempo del convertendo, Chrysler in bancarotta, sindacato Uaw all’indomani della prima elezione di Barack Obama.

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IL SALVATAGGIO PASSA DALLA VIA DELLA SETA

Elkann potrebbe affrontare una mission impossible: ingaggiare fior di lobbisti nelle grazie del guascone inquilino della Casa Bianca per convincerlo che la Via della seta è probabilmente l’unica in grado di assicurare se non un vero e definitivo salvataggio di Chrysler, almeno altre bombole d’ossigeno per tirare avanti ancora qualche anno. I cinesi hanno (per il momento) soldi e dunque possono investire (Volvo docet). Non sono presenti negli Stati Uniti sicché non sarebbero a rischio posti di lavoro né tra i colletti blu e neppure tra quelli bianchi. Certo, sono ingombranti e tendono, come l’acqua, a occupare tutti gli spazi. Se Donald Trump tiene davvero al futuro di una parte della Rust Belt, potrebbe fare un’eccezione nella sua rumorosa e costosa campagna anti-Cina. La via della seta per l’aspirante étoile dell’auto mondiale? A Elkann, aspirante étoile dell’automotive, mentre si lecca le profonde ferite subite nelle ultime ore e dovrà alleviare le sofferenze della sua nutrita famiglia per un mancato dividendo che era stato promesso, l’arduo compito di individuare il canale giusto per far ragionare Trump (un ossimoro?).

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