Felici di Costituzione

Vita Lo Russo
03/02/2011

In Brasile, la proposta di inserire il benessere tra i diritti.

In una nazione conosciuta per il suo animo solare, per le feste di massa, le spiagge, il sole e il divertimento, inserire tra i diritti protetti dalla Costituzione quello alla felicità può sembrare ridondante. Eppure un gruppo di legislatori ha già pronta una bozza che a breve verrà discussa in Senato, per poi passare alla Camera bassa.
Il dibattito sul diritto inalienabile alla felicità è cominciato a un mese dal Carnevale di Rio. «In Brasile abbiamo una forte crescita economica del tutto indipendente dalla crescita sociale», ha detto Maurao Motoryn, direttore dell’Happier movement, l’organizzazione non governativa fautrice della proposta di legge. «Con la modifica costituzionale vogliamo innescare una dibattito forte che punti a un migliorare le condizioni di vita dei cittadini».

Dagli Usa al Giappone: ecco i precedenti

Il Brasile non è il primo Paese a costituzionalizzare la felicità. L’articolo 13 della Carta giapponese ha garantito il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; l’articolo dieci del supercodice della Corea del Sud ha protetto questo pregiatissimo anelito mettendolo sullo stesso piano della dignità personale.
Ma i primi a usare il termine ‘happiness‘ in una fonte di diritto furono gli americani che già nella dichiarazione di Indipendenza del 1776 introddussero il «diritto alla vita alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità».
Il governo dei loro colonizzatori, invece, solo da qualche mese ha spostato l’attenzione sull’argomento inserendo il benessere nel calcolo della ricchezza del Paese, tanto che il premier britannico David Cameron (leggi l’articolo sull’indicatore della felicità del premier David Cameron) ha stanziato 3 milioni di sterline per misurarne l’indice.
I SOLDI NON RENDONO FELICI. Sulla questione si è dibattuto sin dagli Anni ’70 quando un gruppo di induisti del Regno di Bhutan, nell’Himalaya, cominciarono a teorizzare l’indice della felicità. Da allora politici, filosofi, demografi, psicologi, sociologi, teologi e, per ultimi, alcuni economisti sono arrivati a condividere un principio: la crescita del Prodotto interno lordo non è direttamente proporzionale al benessere.
Questa riflessione ha stimolato un ripensamento del modello di sviluppo economico, che tradizionalmente correla i due valori.
Un dibattito che è sfociato nel rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, commissionato dal presidente francese Nicolas Sarkozy e reso pubblico nel settembre del 2009, in cui si sottolineava come la ricchezza di un Paese dovesse prendere in considerazione non solo la capacità di spesa di un individuo ma anche valori come tempo libero, relazioni sociali, senso di sicurezza e qualità della vita, e perché no, la felicità.
In Italia la discussione sta prendendo piede grazie al movimento DePiliamoci, che si batte per portare l’attenzione su indicatori alternativi a quello basato sulla produzione interna lorda (leggi l’articolo sulla nascita del movimento DePiliamoci).

«È solo una trovata di marketing politico»

La ricerca della felicità, secondo Cristovam Buarque, senatore e ministro che ha sponsorizzato la modifica costituzionale, sarà essenziale per migliorare la qualità di vita delle persone in nome anche di una responsabilità dello Stato. «Il Brasile, in occasione delle Olimpiadi 2016, deve  aver raggiunto i cinque grandi del Pianeta», ha detto. «Ma il rischio è che si presenti a mondo con i servizi basilari ancora carenti: dalla scuola pubblica alle strade, dalle ferrovie alla criminalità».
Ma un costituzionalista dell’Università di Brasilia, Cristiano Paixao, ha bocciato l’orpello normativo. A suo avviso questo «folklore legale» doveva emergere alla fine della dittatura. «Avrebbe avuto senso se fossimo stati in una fase di ri-democratizzazione del Paese», ha detto. «Fatto adesso non serve a nulla».
I promotori della proposta sono convinti, invece, che la modifica costituzionale getti le basi per istituzionalizzare in maniera sistematica la ricerca della felicità. Spingendo i brasiliani, sin da bambini, ad avere consapevolezza del benessere, attraverso lo studio e la formazione.
UN ARTICOLO DEBOLE. L’idea è buona, le motivazioni alte, il gesto molto «europeo», secondo Fabio Buccioli, un giurista di San Paolo. Ma, nella sostanza, inserendo la ricerca della felicità tra i diritti all’interno dell’articolo sei della Carta brasiliana, si è scelto di non realizzare un forte istituto giuridico.
«Se per ipotesi il legislatore avesse scritto quel principio all’interno di un articolo a sé stante», ha spiegato Buccioli a Lettera43.it, «la forza giuridica sarebbe stata maggiore.Il Parlamento avrebbe dovuto definire cosa si intende per felicità, come misurarla e per favorirla a livello sociale». Stretto tra valori come salute, alimentazione e sicurezza, secondo Buccioli, «questo principio risulta indebolito».
«Non dimentichiamoci che in Brasile molti diritti fondamentali, per quanto costituzionali, sono lontani dall’essere garantiti a tutta la popolazione. Per curarsi è necessaria l’assicurazione sanitaria, e nonostante le promesse di Lula, ancora oggi non a tutti i cittadini è stato garantito il pasto quotidiano». Che sia quindi solo una trovata di marketing?
UNA MOSSA INDENTITARIA. «Una trovata di marketing, è vero, ma fatta bene», ha commentato una giornalista del Folha a Lettera43.it. «Lula è stato un grandissimo comunicatore e con la propaganda ha alimentato un forte senso di identità e spirito di appartenza dei brasiliani, figli di italiani, africani e giapponesi, al Brasile».
La ricerca della felicità potrebbe essere la strategia antropologica di governo che l’ex presidente ha lasciato in eredità a Dilma Rousseff. Costruita tra l’altro su un dato di fatto. E cioè che sarà il carnevale, saranno le spiagge di Rio, o le manifestazioni sportive, ma effettivamente si rischia di trovarla davvero la felicità in quel pezzo di mondo.