Perché Paola Tavella è la quintessenza del femminismo italiano

10 Marzo 2019 08.00
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Sto leggendo il nuovo romanzo di Paola Tavella per Sonzogno, Il sesso magico, e continuo a pensare come abbiano fatto tanti giornali e presunte riviste per femmine o anche maschi intelligenti a farsela scappare quando è palese che sia la numero uno. Scrive per molti, l’Huffington Post per esempio, o La Stampa, entrambi quotidiani che le somigliano, ma dovrebbe scrivere per tutti. Seguire il dipanarsi della sua scrittura fluida, leggera e precisa, è un piacere almeno quanto inizia a diventare irritante ritrovare nelle articolesse della nuova generazione di collaboratori alle periclitanti sorti dei femminili e delle riviste di lifestyle sempre i soliti intercalari, gli stessi luoghi comuni, gli stessi vezzi lessicali spacciati per stile: non ne posso più di “borghesie riflessive” e del sostantivo “tipo” usato in chiave comparativa. Ma non divaghiamo, perché dobbiamo concentrarci su Paola e sulla sublime levità di scrittura del suo romanzo sulle realtà più scomode delle nostre vite sentimentali (il sottotitolo, furbo e vero, è: “perché le donne intelligenti sono stupide in amore?”, domanda che ci siamo poste tutte per buttarla sull’autostima quando siamo state mollate o l’amore della nostra vita non ha mai deciso di lasciare quella moglie burina per noi, che saremmo state compagne di vita tanto migliori, ecco). Temo che la copertina del romanzo, leziosetta e giovanilista, non renda giustizia alla qualità del contenuto, ma sono sicura che Paola, donna assertiva, le abbia dato il suo benestare: al momento dell’approvazione del disegno, dev’essere saltato fuori quello spirito adolescenziale, curioso e temerario, che hanno fatto di lei una delle migliori collaboratrici che abbia mai avuto la fortuna di avere, negli anni di direzione, e una delle pochissime autrici di cui legga per intero perfino i post su Facebook.

UNA DELLE POCHE PER CUI L'8 MARZO SIGNIFICA DAVVERO QUALCOSA

Paola Tavella, che è giovanissima di spirito come usa dire fra noi signore (detesto l’appellativo di “ragazze”, trovo duro quello di “donne”) che abbiamo superato i 50, da qualche tempo si definisce insegnante di kundalini yoga e attivista femminista, a cui io terrei ad aggiungere un lavoro in parlamento e una docenza a Roma Tre nell’ambito del master di studi di genere. Sarebbe già molto. In realtà è molto più di così (non prendertela Paola, non sono così addentro al kundalini da ritenerla altro che una filosofia, pur importante, di vita). Per dirla in estrema sintesi, Paola è la quintessenza del femminismo italiano più solare e ragionato da tempi di Noidonne e del Manifesto, e una delle poche per le quali l'8 marzo significhi qualcosa oltre quelle mimose puzzolenti. È stata segretaria di Rossana Rossanda, quindi redattrice del il manifesto, dove si è occupata di lotta armata e dei grandi processi che ne sono seguiti. Ha svolto le funzioni di portavoce di Anna Finocchiaro nel primo ministero per le Pari opportunità, nel 1996, ed è stata nuovamente portavoce della viceministra Maria Cecilia Guerra, nello stesso ambito e con le stesse deleghe. Con Anna Laura Braghetti ha scritto il testo sulla prigionia di Aldo Moro da cui Marco Bellocchio ha tratto il film Buongiorno notte e con Livia Turco un’inchiesta sull’immigrazione “I nuovi italiani”. Dopo l’esperienza di Amica, a cui ne erano seguite altre dove i contratti in esclusiva di Paola mi rendevano impossibile chiederne la collaborazione, l’avevo un po’ persa, colpevolmente perché le amicizie dovrebbero superare le minuzie del lavoro e degli impegni e invece, ce ne accorgiamo sempre troppo tardi, riescono in qualche modo ad avere il sopravvento.

LIBRO ZEPPO DI DIVAGAZIONI POETICHE E MASSIME DI VITA

Ci siamo ritrovate sul fronte comune della lotta contro la Gpa, la gestazione per altri. Paola, sempre ipersensibile sui temi che coinvolgono l’universo femminile, ne aveva intuito lo sviluppo e la strisciante, subdola campagna a favore già nel 2006, quando scrisse con Alessandra Di Pietro un pamphlet sulle tecniche di fecondazione assistita e sulla biopolitica. Un anno fa ho risposto a un suo appello, e ora eccomi qui col suo nuovo romanzo, che le assomiglia molto anche nella composizione. Forte, solida e con le dovute (a lei, per il nostro diletto) divagazioni poetiche, massime di vita, episodi eccentrici e spezzarne il ritmo e ad arricchirlo. Paola non è una donna sull’orlo di una crisi di nervi, e non assomiglia in nulla alle frustratedepressenevrotiche di cui, chissà perché, la nostra scena letteraria e cinematografica è infarcita da decenni, quasi che lo squilibrio, la lamentazione querula e molesta, la magrezza nervosa, fossero prerequisiti indispensabili, la condicio sine qua non di una buona scrittura, cioè di una scrittura interessante. Paola non è così neanche fisicamente, è tonda anzi burrosa, come usa dire con una metafora scema e banale che lei, donna intelligente, non userebbe mai, e forse tutta quella decennale pratica di kundalini le ha fatto davvero bene perché si esce dall’ultima pagina del suo romanzo di donne e di uomini sentendosi meglio, e anche più salde nella convinzione che la vita vada sperimentata in ogni sua forma, anche a rischio di farsi male.

QUELLA FANTASTICA E DIVERTENTE STORIA DEL BONDAGE

Lei non si è fatta mancare niente. Una volta decise di seguire un corso di bondage per vedere che cosa si provasse a essere strizzate e legate come un salame da qualcun altro, affidandogli sostanzialmente la propria vita: al giornale ci affrettammo a chiedergliene una cronaca, ridendo come pazzi quando ce la consegnò, colta e spiritosa come ce l’aspettavamo, e nonostante i segni, anche fisici, che l’esperienza le aveva lasciato. Tante di noi non ne avrebbero mai avuto il coraggio, non l'avrebbero tuttora, e non solo per il timore di soffrire, quanto per l’abbandono all’altro che il bondage necessariamente, comporta, e che questa nostra società, di cui noi siamo il derivato, non sa più contemplare. La fiducia, la rilassatezza, l’accettazione della sofferenza ci appartengono perfino meno della loro sguaiata esibizione sui social o negli orrendi reality televisivi. C’è un passaggio, nel romanzo di Paola, che credo racchiuda il suo profondo, umanissimo, terreno cioè femminile senso del vivere. «Con il tempo sono diventata consapevole che la disciplina è molto intralciata dal moralismo. Essere costanti è una virtù morale astratta, si crede che abbia a che fare con la forza di volontà e che chi non ha forza di volontà sia indegno di stima. Nella pratica la forza di volontà serve, talvolta, solo per sedersi e ricominciare, mentre è essenziale l’amore di sé». Me lo sono segnato.

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